Lo chiamavano Jeeg Robot è un film da recuperare per chi lo avesse scartato ai tempi, convinto da quel titolo ad etichettarlo come roba per bambini. Anche nell’era dell’informazione in tempo reale si può essere superficiali, anzi. L’approfondimento è ormai negato, sostituito dalle successive News che martellano incessanti gli smartphone collegati al mondo H24 e mai spenti, pena attacchi di ansia, se non di vero e proprio panico.   

Torna utile in questo senso un sito web come questo, dove chi apre un articolo può leggere con calma, prendersi qualche minuto, approfondire un argomento (il cinema, in questo caso), apprezzare i dettagli di un film già visto, o magari scoprire da dove viene l’ispirazione per un gran bel lavoro cinematografico.

Gabriele Mainetti, recita la sua biografia, è nipote del compositore Stefano. Ha studiato al DAMS di Bologna per poi formarsi a teatro e intraprendere una carriera d’attore. La sua vera passione, però, è sempre stata la regia, ed è su questa che si focalizza successivamente, realizzando due lavori che saranno fondamentali per lo sviluppo del suo primo lungometraggio.

Valerio Mastandrea è… Lupin III ? Dal corto Basette

Il primo cortometraggio realizzato è il simpatico Basette, che contiene in nuce tutta la poetica, sua e del sodale scrittore Nicola Guaglianone, che lo accompagna tuttora nella realizzazione dei suoi lavori per le sale.

Basette è un’opera leggera e cruda al tempo stesso, esattamente come i lavori successivi, supportata da un gruppo di attori romani (basta citare Valerio Mastandrea e Marco Giallini), recitata in dialetto romanesco e calata nel contesto delle periferie romane. Gli elementi del suo cinema, quindi ci sono tutti: la delinquenza vista attraverso la lente deformante dei cartoni giapponesi (qui è Lupin III), le situazioni ironiche, l’illusione della fuga da una vita pasoliniana ancora viva nel ventunesimo secolo. Manca la maturità artistica, che a distanza di pochi anni verrà mostrata nella seconda collaborazione tra Guaglianone e Mainetti, Tiger Boy.     

Un ragazzo e Roma, sullo sfondo

Tiger Boy è uno splendido cortometraggio, ancora ambientato nelle periferie romane, dove ricorrono gli stessi temi del lavoro precedente: la vita filtrata dal protagonista attraverso elementi fantastici (di nuovo, riferimenti ai cartoni animati giapponesi, stavolta è il lottatore Tiger Man), gli elementi pasoliniani (la pedofilia) e la voglia di riscatto e di affrancarsi da una realtà di degrado troppo brutta per essere vissuta.

Tiger Boy

Qui la fotografia è splendidamente curata, la regia è matura e il montaggio è professionale. Per avere un’idea della cura con la quale è realizzato, basti osservare i titoli di testa e coda, splendidi, realizzati dallo stesso Mainetti. Il corto vince premi importanti , tra cui il Nastro d’argento a Taormina, ed apre la strada al primo lungometraggio della coppia Mainetti/Guaglianone.   

Nuovamente, in Lo chiamavano Jeeg Robot, troviamo i temi e le ambientazioni care ai due autori. Enzo Ceccotti, eroe definitivo di Mainetti, è un disperato topo di periferia, che vive di mezzucci e piccoli furti. Durante una fuga, che termina con un tuffo nelle acque del Tevere, viene a contatto con dei rifiuti tossici che lo trasformano in un essere con super poteri. La contaminazione, ironica, nelle acque inquinate del primo fiume romano, è soprattutto con gli archetipi dei comics-book americani dedicati ai supereroi. Ma non siamo a New York, siamo a Roma, in Italia, e l’eroe in questo caso pensa solo a sopravvivere.        

Nel fiume Tevere, contaminazione di generi, e non solo…

Per la seconda contaminazione, dobbiamo attendere l’entrata in scena di Alessia, giovane, abusata, psichicamente instabile, che per nascondersi dall’inferno della sua vita si è rifugiata in un mondo di follia. E in questo suo mondo lei attende un eroe, Hiroshi Shiba, della saga di Jeeg Robot, e rapporta tutta la realtà agli elementi di quel cartone animato. Effettivamente Enzo le salva la vita, così lei lo identificherà con Hiroshi e si aggrapperà a lui come ultima speranza, non solo per sé, ma per l’intera comunità.

Ilenia Pastorelli è Alessia

La trama prosegue cadenzata da incredibili e appassionanti colpi di scena, personaggi magnifici e sorprendenti, e un’ambientazione da premio Oscar. Il film decolla quando, definito il protagonista, si focalizza sull’antagonista, il negativo dell’eroe, l’oscuro: lo Zingaro. Folle, cattivo, come un Joker nostrano, lo Zingaro effettua un percorso opposto a quello del protagonista. Mentre il primo apprende l’amore (grazie ad Alessia), matura, cambia il suo punto di vista, il secondo rimane ancorato al passato, al suo rancore, e alla sua follia distruttiva. Il risultato sarà lo scontro finale, il climax della pellicola, forse visivamente il suo unico punto debole (per noti motivi di budget) ma in grado di produrre la necessaria catarsi, e di tirare le fila della storia in modo mirabile. Nel finale, ancora un richiamo alla tradizione supereroistica americana, le responsabilità che vengono dai poteri, e la scoperta dell’empatia verso i propri simili.

Luca Marinelli è lo Zingaro

Per il rapporto disperato tra Enzo e Alessia, Gabriele Mainetti non fa mistero di aver guardato a Leon di Luc Besson, dove l’amicizia tra il killer che beve latte e la bambina che vive una realtà troppo brutta per la sua tenera età, è fonte di ulteriore ispirazione e commistione tra generi diversi.

I punti di forza di questo lavoro sono innanzitutto la formidabile coerenza di intenti, i quali, come si è visto, vengono da un lavoro di maturazione decennale, iniziato con la produzione dei corti. Poi, la scelta di casting illuminata. Claudio Santamaria, appesantito, provato dalla vita, è un formidabile Enzo Ceccotti in ogni suo aspetto. Ilenia Pastorelli non sembra neppure recitare, utilizzando una parlata quasi totalmente incomprensibile, da cui emergono, come dei terribili flash, gli abusi che ha subito nel corso degli anni.

Luca Marinelli, forse il più celebrato,  recitando sopra le righe, ma sempre in modo credibile, genera un cattivo davvero malvagio, grottesco come può esserlo un supercriminale italiano, e ironico fino al midollo (nella storia, la sua rabbia risale al successo sfumato dopo l’unico momento di gloria, una comparsata a ‘Buona Domenica’ in tv). Ma il casting è perfetto anche nei ruoli di contorno, vedi il minutaggio concesso a Sergio, padre di Alessia, criminale duro e cattivo, che lascia trapelare momenti di umanità quando parla di sua figlia. L’attore Stefano Ambrogi lo porta in scena come fosse un novello Mario Brega, calandolo profondamente nel contesto della borgata romana.   

Stefano Ambrogi è Sergio, padre di Alessia

Le scenografie (di Massimiliano Sturiale) sono immersive, si parte con il centro di Roma per poi approdare, in autobus, all’estrema periferia di Tor bella monaca, tra praterie urbane e desolazione dello spirito. I luoghi per l’azione sono scelti con cura, e danno l’idea precisa del distacco fisico e sopratutto culturale, di una metropoli dalle sue aree più lontane.

La Roma periferica, lontano dal Colosseo e da fontana di Trevi, quella dei palazzi di cemento in fila, tutti uguali

In ultimo, la regia di Mainetti è trascinante, i movimenti di macchina sono spettacolari e sempre funzionali alla narrazione, e i momenti che fanno trattenere il fiato sono realizzati con maestria (la scena del ballo dello Zingaro con la boss napoletana ne è un esempio). Ottima anche la partitura musicale, opera dello stesso regista che, da buon figlio d’arte, è autore di tutte le colonne sonore dei suoi lavori.       

Un grandissimo esempio di nuovo cinema italiano, insomma, che ci fa ben sperare per il prossimo parto di Gabriele Mainetti, che dovrebbe intitolarsi Freaks out, e che speriamo di vedere distribuito quanto prima.

Il cast del prossimo film di Gabriele Mainetti: Freaks out

VOTO: 3.5 out of 5 stars