In ogni falso c’è sempre qualcosa di autentico, anche nei film di Giuseppe Tornatore, uno dei registi più influenti del cinema contemporaneo italiano. Ma come si distingue cosa è autentico da una simulazione? È con questo interrogativo che si apre La migliore offerta (2013) e sullo stesso punto di domanda Tornatore cerca di rispondere in modo asettico, seguendo i canoni della logica, e allontanandosi il più possibile dalla soggettività emotiva.

La medesima freddezza chirurgica viene ripresa negli spazi e nelle ambientazioni, eppure, la raffinatezza di Tornatore, non si estende soltanto al gusto visivo, che sfiora la perfezione, ma si ripercuote anche sui personaggi. Il protagonista, per esempio,  Virgin Oldman, famosissimo battitore d’asta inglese interpretato da Geoffrey Rush, è il primo portatore di bellezza. Talmente importante da costringere il regista a creare una storia, delle inquadrature e un montaggio adatti alle sue esigenze estetiche. Oldman è avvolto da un’aura di mistero che rende il suo personaggio duale, attraente e resistente allo stesso tempo, e Tornatore riesce a includere la sua figura all’interno di fotogrammi – che richiamano il mondo dell’arte – incorniciando il suo fisico come se fosse un entità da esporre al giudizio di un pubblico critico. L’interrogativo cardine viene posto inizialmente sul protagonista, all’apparenza devoto al suo lavoro ma nel profondo uno sfruttatore che, con la collaborazione del suo amico Billy, acquista a basso prezzo delle opere d’arte dal valore inestimabile.

Il cinema di Tornatore, oltre ad essere sempre stato riconosciuto a livello internazionale per la messa in scena dei contenuti, beneficia di grande fluidità nei movimenti che rendono il ritmo della narrazione incalzante. Ne La migliore offerta la fluidità si ritrova sia nei corpi che negli spostamenti della macchina da presa, spesso favorita dalle impercettibili carrellate in avanti o all’indietro nelle scene di dialogo che frantumano la staticità tipica di questi passaggi narrativi. L’impronta registica viene alterata nei momenti in cui Oldman è nella sala dedicata alle aste, dove l’alternanza a schiaffo di tre inquadrature copre gran parte delle riprese. Il classico campo totale (dove lo spazio predomina sui protagonisti), la figura intera (protagonisti predominano ma lo spazio ha ancora importanza visiva) e il primo piano (in cui il soggetto viene estraniato da tutto il resto e occupa gran parte dello schermo).

A differenza dei titoli più noti del cineasta italiano – Baarìa (2009), Nuovo Cinema Paradiso (1988) e La leggenda del pianista sull’oceano (1998) – ne La migliore offerta le tonalità patinate che caratterizzavano le pellicole precedenti lasciano il posto ad una luminosità artificiale biancastra. Vengono riconfermate invece le musiche in sovrimpressione alle immagini, dalla lirica alle melodie classiche.

Il senso che viene maggiormente sollecitato ne La migliore offerta è la vista, sia quella di Oldman che quella dello spettatore. Mentre il primo sceglie di avvicinarsi per vedere meglio, il secondo cerca di inquadrare la vicenda da un’angolazione differente (quella suggerita dal regista) ma in entrambi i casi sono visioni impersonali, fredde, oggettive. A rovesciare questo schema percettivo è lo stesso Oldman che dal momento in cui conosce Claire, una cliente ventisettenne misteriosa, perde la sua lente giudicante e il suo cinismo identificativo. Nella speranza di riuscire a decodificare la ragazza dall’altra parte del muro, Oldman abbatte tutte le barriere che aveva costruito nel corso degli anni. Il loro rapporto viene inscenato come una sfida per il protagonista, che diventa una preda alla ricerca della sua vittima. Ma in realtà la vera vittima è l’uomo, che in seguito ammette “Lei è come una ragnatela dalla quale non saprò mai uscire”. La narrazione viene anch’essa ribaltata e assume quasi i connotati di un giallo.

Claire attira l’attenzione di Oldman perché è l’unica donna in carne e ossa capace di farlo disinnamorare dell’arte. La ragazza infatti si scosta dal modello relazionale che Oldman ha con le donne, fino ad allora limitato alla vista di ritratti femminili che caratterizzano la sua collezione privata. Le figure che Oldman osserva quotidianamente non sono altro che il risultato del suo fallimento affettivo. L’assenza d’amore nella sua esistenza, ha spinto l’uomo ad avvicinarsi al mondo artistico nella speranza di colmare quel vuoto sentimentale. E quando si imbatte in una donna che non riesce a domare, a rinchiudere, ad ammirare costantemente, come è avvenuto con Claire, la sua lucidità indietreggia.

Non sapere se lei sia reale o solamente una falsa riproduzione di una donna lo colloca in una posizione precaria. Il tormento del protagonista è in sintesi lo stesso dell’inizio, ma questa volta è proiettato su un altro essere umano. Il dubbio svanisce solamente quando si arriva alla macabra conclusione che “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, possono essere il risultato di una simulazione”.  A Oldman non resta che ritornare al punto d’origine riprendendo le sembianze di un automa di ferro che, pur avendo tutti i marchingegni funzionanti, sopravvive con un vuoto interiore.

VOTO: 3.5 out of 5 stars