Questa settimana è uscito sul palinsesto Netflix il confined horror spagnolo Il buco (El Hojo), debutto del regista Galder Gaztelu-Urrutia.

Gli ultimi anni sono stati particolarmente prolifici nel genere del confined horror, con titoli come Get out, 10 Cloverfield Lane, The Purge, ma Il buco mostra più similitudini con il piccolo cult del 1997 The cube. Condivide con questo non solo un design quadrangolare, ma soprattutto una ricchezza e ambiguità di temi che portano a un finale aperto e dalle molteplici interpretazioni.

Scena de il buco

Come in The cube, troviamo anche qui dei personaggi rinchiusi in una struttura spoglia e asettica. La differenza, è che qui i personaggi sanno che cos’è. È il buco, una struttura usata come alternativa alla prigione in cui però il protagonista Goreng (Ivan Messaguè) si è rinchiuso volontariamente, per smettere di fumare. Poco sa dell’orrore che lo attende, orrore che non è altro che la proiezione delle gerarchie sociali. Infatti, il buco è una struttura verticale che si sviluppa in profondità ed è caratterizzata da vari livelli. Ogni livello ospita due persone. Una volta al giorno, attraverso la cavità centrale che collega tutti i livelli, scende una piattaforma con abbondanza di cibo. Abbondanza che, di livello in livello, finisce in fretta. Il meccanismo del buco però presenta una ulteriore sorpresa. Ogni mese infatti, tutti i prigionieri vengono spostati di livello e non sanno mai in quale finiranno.

Alexandra Masangkay nel ruolo di Miharu

Con una premessa ingegnosa, Il buco ha ambizioni di commentario sociale, che troviamo simili anche in Snowpiercer per esempio. Quella che lì però era una divisione in ceti molto netta, qui diventa un casuale e ripetuto colpo di coda della provvidenza che coinvolge tutti ciclicamente. Infatti, tra i numerosissimi temi che mette in gioco il film, quello dichiarato della mancata solidarietà tra simili è il più fruttifero.

Fin dall’inizio, ogni collaborazione tra i livelli è sconsigliata dagli stessi detenuti perché consapevoli che si rivelerebbe infruttuosa, nonostante lo scopo “ufficiale” della struttura sia appunto quello di favorire una solidarietà spontanea tra i prigionieri. In quest’ottica, la stessa rotazione mensile da un livello all’altro sembra avere lo scopo di far provare le stesse sofferenze a tutti, per istigare empatia e quindi solidarietà. Ma questo non avviene mai: alla fine del mese di stenti, ogni prigioniero o soccombe alla disperazione o si butta sul cibo, a seconda del livello in cui capita. Sembra quasi voler dire che la solidarietà spontanea non sia un tratto umano, se si è immersi in una società capitalistica.

Goreng e Trimagasi
Goreng (Ivan Messaguè) con il compagno di livello Trimagasi (Zorion Eguileor)

Infatti, solo Goreng riesce a spezzare questo circolo vizioso. Ma è interessante notare come Goreng sia man mano inquadrato come una figura sempre più insostanziale. Non solo fisicamente, diventando poco più di un fantasma, con una grande prova attoriale da parte dell’interprete, ma anche nelle azioni (sembra comunicare infatti con i morti), e nel paragone con Don Chisciotte, libro che si porta sempre appresso.

Tutti i detenuti hanno scelto oggetti di offensiva o di difesa. Lui invece ha scelto un libro di finzione, certamente ficcante con lo sviluppo del suo personaggio. Infine, ovviamente, l’insostanzialità di Goreng viene proiettata in ottica pseudo-cristiana, in quanto martire redentore che si sacrifica per il bene comune. L’allegoria cristologica è sicuramente presente, specialmente nel movimento ascensionale del “messaggio” e nella scoperta del vero numero dei livelli. Attraverso questi indizi, il film pone Goreng al di sopra della comune esperienza umana, anche se, ovviamente, mutuato sempre dal classico di Cervantes, non è mai sciolto il dubbio se le sue azioni saranno completamente vane oppure no.

Goreng

I temi sono tanti, forse troppi. La claustrofobica struttura verticale del buco ha infatti lo scopo di porsi come uno specchio della società consumistica attuale. I poteri alti sono inconoscibili eppure gestiscono le vite di chi sta sotto, fornendo cibo e cambiandoli di posto una volta al mese, come crudeli divinità burattinaie. Inoltre, chi è nel buco consuma senza pensare, nel caso la sua posizione sia favorevole, mentre è costretto a ripiegare su soprusi in caso contrario. Crudele, in questo senso, il parallelismo tra consumismo sfrenato e cannibalismo: mangiare tutto ciò che abbiamo equivale a mangiare noi stessi. Infatti, l’unica arma contro la disuguaglianza sociale e l’iniquità alimentare è il sacrificio da parte di chi sta ai primi livelli, che, come ci viene ricordato nel film, è totalmente casuale e semplice colpo di fortuna.

Goreng e la bambina

La sceneggiatura, per quanto ricca di implicazioni sociali, aderisce bene al genere horror e, talvolta, al gore. Il disgusto e la suspense sono elementi giocati bene e che evitano al film di diventare troppo aereo e autoriale. Colpisce infine la prova attoriale del protagonista, che è dovuto dimagrire di 12 chili per il ruolo e che regala una prova di forte intensità.

Nei panni di Imoguiri troviamo Antonia San Juan, la Agrado di Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar.

Voto Autore: 3 out of 5 stars

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