Grand Budapest Hotel è l’ottavo lungometraggio di Wes Anderson. Il film vede come protagonista assoluto il Grand Budapest, un hotel situato nella fittizia Repubblica di Zubrowka. Anderson, attraverso il suo stile inconfondibile che lega fiaba e teatro, ci descrive un mondo immaginario caratterizzato da raffinatezza ed eleganza.
Il film è stato rilasciato nel 2014 ed ha vinto quattro statuette agli Oscar 2015. Premiati costumi, scenografia, trucco e colonna sonora. Grand Budapest Hotel si ispira al libro ”Il Mondo di Ieri. Ricordi di un europeo.” dell’autore austriaco Stefan Zweig.
Gli attori protagonisti sono Ralph Fiennes nel ruolo di Monsieur Gustave, Tony Revolori nel ruolo di Zero Moustafa, Jude Law nel ruolo dell’autore del libro. Completano il cast Willem Defoe (J.G. Jopling), Saoirse Ronan (Agatha), Adrien Brody (Dmitri und Taxis), F.Murray Abraham (Zero da anziano).

Grand Budapest Hotel – Trama
Nel 1968, un autore di libri visita il Grand Budapest Hotel, una struttura un tempo raffinata e frequentata da ricchi aristocratici. Fa la conoscenza di Zero Mustafa, proprietario dell’albergo. Zero decide di cenare con l’autore e raccontargli quello che è stato il periodo più florido del Grand Budapest.
La narrazione si sposterà quindi nel 1932, anno precedente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, evento che porterà l’hotel in fallimento. In quell’anno Zero aveva appena iniziato a lavorare come garzoncello al servizio di Monsieur Gustave, il concierge dell’albergo, deputato all’accoglienza dei clienti.
Monsieur Gustave non è sposato e intrattiene relazioni con diverse donne ospiti dell’albergo. Una di queste, la signora und Taxis (Madame D.) muore poco dopo aver fatto visita a Gustave. Il concierge verrà accusato dell’omicidio della donna. Con il supporto di Zero e la sua amata Agatha, dovrà trovare un modo per scagionarsi.

Grand Budapest Hotel – Recensione
Grand Budapest Hotel rappresenta un racconto leggero, fiabesco e surreale che ha l’obiettivo di mostrare al pubblico un mondo che non c’è più.
Wes Anderson divide la narrazione in due momenti ben diversi, con in mezzo un tragico evento. Nel 1932, prima della Guerra, l’hotel è simbolo di raffinatezza, galateo, cura e umanità. 30 anni dopo la struttura ha perso il suo antico splendore: viene mostrato come deserto, senza ospiti e relative storie da raccontare, senza cura e ossessione per il rispetto delle regole. La Guerra rappresenta un evento catartico: l’inizio del declino, la fine di un mondo migliore di quello attuale.
Il Grand Budapest, quindi, costituisce un mondo surreale che rimanda a qualcosa di passato e glorioso. Si sceglie la fiaba per parlare di qualcosa di realmente esistito. È un luogo pieno di ricchezza umana: nell’hotel nascono legami umani importanti, si pensi all’amore tra Agatha e Zero, all’amicizia tra quest’ultimo e Gustave. È simbolo di splendore e raffinatezza, nonché rifugio sicuro dal mondo esterno, già minacciato da guerre imminenti.
I personaggi portano in dote valori da tramandare. Zero Mustafa, nel ruolo del garzoncello, incarna proprio quella disciplina, quel galateo e quella professionalità oggi difficili da rintracciare. Gustave è un uomo arrogante ma estremamente acculturato e raffinato: anche questi valori percepiti come estinti.
Questo film dà grande valore al racconto: è tramite il racconto se possiamo ammirare la bellezza di un tempo. E questa è la storia di una storia dentro un’altra storia.

La regia di Wes Anderson
Anderson (La Trama Fenicia, I Tenenbaums) sceglie una regia ordinata, mai sporca o particolarmente ritmata. I movimenti di macchina sono controllati e si prediligono carrellate laterali e zoom improvvisi. Anche le scene d’azione sono presentate con una regia sobria che rende il tutto surreale e ironico.
Le inquadrature sono perfettamente geometriche: i personaggi sono sempre al centro e ciò che fa da sfondo è perfettamente simmetrico. Anche questo amplifica la percezione di ordine e raffinatezza che la storia vuole trasmettere.
Anderson sceglie colori intensi, saturi, che aumentano la percezione di fiabesco. La regia acuisce la volontà di dare leggerezza al racconto: c’è la consapevolezza di star raccontando qualcosa di finto e si ironizza sul contrasto tra evento drammatico e artificiosità della messa in scena.
Come risulta evidente, la regia amplifica alcuni dei messaggi già presenti nella storia.

Le interpretazioni in Grand Budapest Hotel
In linea con il racconto, le interpretazioni sono profondamente teatrali: dialoghi scanditi, movimenti coordinati e ordinati nello spazio, espressioni facciali artificiose e estremizzate. Specie l’interpretazione del protagonista, Ralph Fiennes (The Forgiven, Harry Potter e i doni della Morte Parte 2), è in linea con questo tipo di descrizione. L’attore porta in scena un personaggio ironico, elegante con dei picchi di umanità.
Più equilibrata, in linea con un personaggio più tormentato, l’interpretazione di Tony Revolori. Il suo è un personaggio con alle spalle un passato molto sofferto, è stato necessario dare maggiore umanità al personaggio.

Grand Budapest Hotel: un mix di generi narrativi diversi
Anche Grand Budapest Hotel è un film con diverse sfaccettature. Ha molti elementi che lo riconducono al genere della commedia. Lo stile è leggero e ironico per tutto il film.
Allo stesso tempo, ha atmosfere da giallo: c’è un omicidio e un mistero da svelare. È un film d’avventura: il protagonista avrà a che fare con prigionia e necessità di escogitare un piano per liberarsi. È anche un dramma storico: la vicenda è ambientata negli anni ’30 e raffigura soldati che ricordano molto quelli fascisti.

Conclusioni
Grand Budapest Hotel è un film coerente: ogni componente, sceneggiatura, regia, scenografia, interpretazioni, concorre a strutturare un mondo fiabesco e idilliaco. Attraverso la fiaba, si vogliono riportare in auge valori che stanno scomparendo.
È un film che lega insieme leggerezza e nostalgia per qualcosa di passato e più bello.
L’unica pecca è che, al netto della coerenza, è un film che proprio per la sua artificiosità non consente allo spettatore di legarsi profondamente ai personaggi e alla storia. Sta quindi alla soggettività di ciascuno, scegliere quale componente far prevalere: da una parte, i messaggi impliciti e la qualità tecnica e visiva, dall’altra, una storia artificiosa dalla quale è difficile venire travolti.
