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Bird – Recensione del film di Andrea Arnold vincitore di Alice nella città 2024

Bird è il film di Andrea Arnold proclamato vincitore di Alice nella Città 2024, applaudito da critica e pubblico, per il suo carattere libero, radicale, e fortemente vitale. Già applaudito allo scorso Festival di Cannes, Bird è un film verace, dinamico, concretissimo e poetico, metafisico e terrigno, capace di riunire in sé qualcosa di brutalmente scoperto e di magnetico, di incapsulare e liberare insieme paure, identità e desideri dell’età più enigmatica ed ingrata che i giovani affrontano, ossia l’adolescenza.

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La Arnold al suo quinto lungometraggio continua a graffiare aprendo e spazzando via cuori e timori, affidandosi allo squilibrio della vita piccola, della natura imperscrutabile e dei sogni di sangue e carta zucchero, con una narrazione impulsiva, immaginifica e che vuole profondamente bene anche a chi non si fa volere bene.

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Il suo sguardo evoca tramite immagini la dimensione azzoppata, umilissima e grandiosa, cento per cento umana, dell’esistere, che coglie e restituisce da testimone imperfetta ed innamorata, un inferno gentile e sbalestrato di ultimi, onesti ladri di vita, dai grandi sogni impossibili, dagli alti sentimenti poggiati su troni di catrame e oro finto.

Bird – Trama

Bailey (Nykiya Adams) vive in una periferia del Kent, a sud di Londra, in casermoni occupati, in gergo gli squat, edifici variopinti, disperati, senza vetri, gettati in una schiera urlante e militante nel caos a vista della quotidianità locale. Suo padre Bug (Barry Keoghan) sta per sposarsi con una donna conosciuta da tre mesi e Bailey non ne vuole sapere di questa unione.

Ha un fratello più grande Hunter (Jason Buda) che la isola dalle sue scorribande speciali, gite non autorizzate con cui assieme a dei coetanei esercita la sua “giustizia”personale, ossia risponde a richieste di aiuto di ragazzini impartendo serie lezioni fisiche agli uomini maltrattatori di figli e madri, individui disgraziati almeno quanto i sobborghi che abitano.

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La madre biologica di Bailey, Peyton (Jasmine Jobson), ad esempio ha dei figli più piccoli, ma vive all’altro capo della città, soggiogata da un compagno violento che la terrorizza e la ragazza non sa come soccorrerla. Bailey vorrebbe trovare uno spazio che dia senso alla sua esistenza, ma l’impotenza e la frustrazione sono talmente tangibili da far apparire vano ogni movimento in questo senso.

Un giorno, mentre è occupata nell’unica attività che sembra darle angoli di pace, ossia osservare natura, uccelli e quant’altro, riprendendoli con il telefonino, incontra Bird (Franz Rogowski) uomo bizzarro e surreale, in cerca della sua famiglia che un tempo viveva lì, ed ora pare essere svanita, frequentatore abituale di prati o di tetti della città, da cui si diverte ad osservare il mondo, specie Bailey.

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Bird – Recensione

Storia di angeli custodi ed esorcismo della solitudine, di riscatto dei propri sogni in faccia alla miseria contaminatrice del “mondo dei grandi”, di proiezioni di sé, di chi c’è stato e di chi è mancato, degli essenziali invisibili al fianco di una creatura in itinere, elaborazione anzitempo dell’età adulta, lotta contro la violenza di genere, voglia di libertà, individuale, identitaria e perché no sessuale.

Questi gli spunti di Bird, un film complesso, che intreccia frecce tematiche in un calderone vitale ed esplosivo, aumentando ed allentando la pressione sulla protagonista, fino a sfociare in un finale visionario, metaforico e magico.

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Attenzione ai dettagli di vita di protagonisti, ambienti e musiche

Bird conosce assiduamente l’età che mette in scena, i ritmi dei corpi, degli sguardi e dei desideri che inanella, gli ambienti che sceglie di rappresentare, ci fa vivere il suo romanzo di formazione tra caos e carezze, da dentro, con inquadrature a mano frenetiche, in una sincope di movimenti vorticosi che passano da un luogo ad un altro, sghembi e senza stop, come le complicazioni, le implicazioni ed i mille pensieri che Bailey attraversa in cerca di perchè.

Suo padre è un ragazzino cresciuto che pensa di svoltare la vita vendendo come droga la bava allucinogena di un rospo importato dal Colorado, e stimola l’animale cantando canzoni romantiche, l’opposto della colonna sonora giornaliera di quelle latitudini, chiuse in un rap-ghetto che fomenta e tormenta i timpani a forza di beat battenti e ri-battenti. Ma non è il cattivo padre iconico che ci si immagina.

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La sua preoccupazione è sincera, la necessità di essere accettato anche, la sua distrazione molecolare pure, al punto da creare sprazzi di situazioni paradossali e direbbero i più giovani “cringe”. Il suo imminente matrimonio è sgraziatissimo e tragicomico, folle come folle è quella vita scombinata e inaffidabile, che Bailey non sa come abbracciare.

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Il fratello Hunter si fa più grande di quel che è, giustiziere di un mondo che non va come deve, forse neo padre minorenne, sicuramente non ha le risposte che sembra avere. In questo microcosmo disfunzionale ma saldissimo intimamente, Bailey è la pallottola vagante, la miccia del collasso, ma anche la cartina tornasole dell’amore che in queste strade non si sa dimostrar bene e non si dichiara mai.

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Insicura, divisa, scissa, una ragazza che vorrebbe essere un ragazzo, che vorrebbe un padre più padre ed una madre che dovrebbe chissà cosa, o forse una madre, sua madre e basta.

Assenza di tessuto scolastico e sociale attorno alla realtà di Bailey

Non c’è una realtà scolastica, non c’è un tessuto sociale coeso e sensato attorno a farle da barriera o apripista, non c’è una figura genitoriale indipendente capace di sollevarla dagli incubi di non farcela, di non essere abbastanza, abbastanza capace, abbastanza carina, abbastanza tutto. E Bailey si taglia i capelli, ha ansia di dimostrare, di rendersi utile, di sperimentare, capire, entrare in confronto, conoscere cose diverse.

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E con i suoi dodici anni, un ciclo nuovo di zecca tra le gambe, le sue felpe che la nascondono dal dolore, gira tra i comprensori allegramente devastati del quartiere, svicola tra le porte sempre aperte, entra ed esce, scappa via con i monopattini, si getta sui prati, visita le sue sorelline facendo “la sorella più grande”, con la speranza di migliorare la vita dei grandi che le sono accanto per riuscire di conseguenza a rendere migliore anche la sua.

Ma uno vale uno e il suo percorso è solo suo: crescere significa parlare con la solitudine ed impararla. Andrà tutto bene, le confessa Bird, nel suo ultimo atto di protezione. Se lo sarebbe detto lei stessa se avesse potuto; avrebbe dovuto dirglielo un genitore se ci fosse stato. Sarebbe successo ugualmente.

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Bird – Cast

Il cast ha un’energia spiazzante, quasi debordante. Kehogan è impossibile da non amare nella sua scombussolata e biasimevole premura familiare, Rogowski ha la grazia del coreografo nelle sue membra, la leggerezza e la ferocia di un’aquila castigatrice, la giovane Adams è l’ostinata ed irrequieta, bambina non bambina che non abbassa mai la tensione nell’arco di tutta la storia.

Bird possiede una colonna sonora contaminata tra british band e punch line in gergo, fotografia vivida che passa dagli accesi ai lividi con naturalezza impressiva, macchina a spalla ad inseguire la verità dell’azione ed effetti speciali improvvisi, un montaggio che lascia poco respiro, rimpallando le scene da un angolo visuale ad un altro, quindi da una sensazione ad un’altra, in pochi secondi.

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Bird è argento vivo come il personaggio da cui prende il nome, misterioso e concretissimo, proiettato oltre l’orrore di sé e di un proletariato periferico che si inventa la propria vita da sempre, arrangiandosi sul pelo dell’abisso, con un estro aggraziato e salvifico che sembra non accadere mai ed invece è più ordinario di quanto non si possa credere. Bisogna credere; e chi ha di meno, crede ed inventa di più.

Bird – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Negli squat occupati del Kent vive Bailey, all'alba della sua adolescenza, senza sapere dove e come posizionarsi, tra un padre ragazzino che si sta per sposare di nuovo, un fratello giustiziere di uomini violenti con le famiglie, ed un nuovo amico che guarda la città dai tetti. Coming of age sfrenato, vitale e radicale, totalmente immersivo, restituisce una periferia devastata e magica, concreta e fantastica, in una storia per immagini, che evoca con amore pieno le figure e gli spazi protagonisti.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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