Alice e il sindaco

Chi sono Alice e il sindaco? Lui è il primo cittadino di Lione, si chiama Paul Theraneau (Fabrice Luchini) ed ha un problema: non riesce più a pensare. Brillante, indomito, creativo con una sola passione totalizzante nella vita, la politica, nel mezzo di un’ invidiabile carriera, avviata tra l’ufficiale e l’ufficioso verso l’Eliseo, l’uomo sente spegnersi il cervello, insensibile agli stimoli che lo circondano, incapace di trovarne nuovi e differenti.

Lei è Alice (Anais Demoustier), giovane, indipendente, caparbia, laureata oxfordiana, insegnante, filosofa e letterata; sembra non temere di aprir bocca indipendentemente dal contesto, ma, al contempo, non sa che farsene del proprio futuro: viene catapultata nell’amministrazione comunale di Lione, alle dipendenze dell’ufficio di gabinetto del sindaco, per lavorare alle idee, e risolvere il blocco di entusiasmo del leader.

Alice e il sindaco

Deve trovare nuovi spunti di ragionamento, che diano a vecchi e nuovi progetti lo smalto o la realtà che, forse, hanno perso di vista; deve suggerire letture e riflessioni da cui trarre punti focali inseribili in discorsi strategici, commemorativi o anche solo personali; deve fare da contraltare all’inerzia in cui naviga la classe dirigente che si assiepa in modo sterile accanto alla figura di Theraneau, predatrice con il pilota automatico, mossa da marketing, alla perenne ricerca di consenso, di cariche da mantenere, in fibrillazione solo per le prossime elezioni; non da ultimo deve ricevere le confessioni di un uomo, solo, che ha votato anima e corpo alla missione politica sacrificando l’ascolto dell’altra metà del cielo, la qualità profonda dei rapporti umani ed ora non sa dire più a che sia valso.

Due soggetti differenti in una non differente crisi, tra lavoro ed identità, due individualità provenienti da universi paralleli che nella percezione contemporanea non facilmente dialogano, la vecchia generazione e la nuova, la prima con il fio scontato che il mondo del lavoro insegna, la seconda che a quel mondo si affaccia, appena uscita dai libri, senza alcun tipo di coordinata specifica.

Alice e il sindaco

Theraneau e Alice si ritrovano soli, negli uffici dorati barocchi arredati da design ultramoderno, all’interno del municipio di Lione, e stillano i loro dialoghi crescenti, in un rapporto di confidenza progressiva e naturale, mosso dalla necessità di comprendersi perché entrambi umanamente distorti dallo stesso bisogno.

Non basta più leggere libri, formulare note, riassumere in modo conciso ed opportuno concetti complessi, come non è più sufficiente la retorica indirizzata alle masse, le promesse non mantenute, i centoquaranta caratteri imposti da un social, la distanza dell’amministrazione locale dal sentire ed agire comune.

Alice e il sindaco

Con ironia, sagacia, una preponderante azione verbale, prende forma questo film atipico, commedia-pamphlet, che non cede al dramma né alla consolazione, presentata alla Quinzaine des realizateurs del Festival di Cannes 2019, opera del regista Nicolas Periser, amante della dialettica politica, sofisticata e popolare, elegante ed inclusiva, qui scelta come campo di civile battaglia in cui far emergere la necessità di trovare senso e purezza in ciò che si vuol fare per il benessere comune, barcamenandosi tra dubbi, proiezioni instabili, impasse indifendibili e sensazione.

Una critica velata alla mancanza di confronto, creatività e pensiero reale dell’iniziativa politica odierna, in asfissia di sostanza e di giovani fedi a sostenerla.  C’è un’analisi diligente e umana, una sorta di confessione che spiazza fazioni e ritorna ai principi, pur sapendo, in fondo che da lì non se ne esce vivi, che il compromesso pesa, il compromesso sconfessa, il compromesso, companatico del politico, disambigua pericolosamente dagli autoinganni.

Così nel calendario forsennato di un sindaco importante e sperduto, che possiede l’amore per la parola e l’intelligenza spigolosa e dolce di Fabrice Luchini e nella curiosità intuitiva, spavalda e fragile di una giovane donna dall’aspetto di eterna adolescente non a caso chiamata Alice (la Demoustier), si intravede un rapporto di mentore- seguace, reciproco e bi-direzionato: ora bisogna discutere del concetto di modestia, lontano anni luce da qualunque politico odierno, ora bisogna imporre una traiettoria alla propria vita, oltre la parola scritta e pensata.

Guida e guidato si scambiano ruolo in un binomio intellettuale dinamico e assolutamente attuale che schiera azione politica e studio, due nodi nevralgici e conflittuali della vita odierna: l’una ha abdicato al secondo come dimostrano i sovranismi-populismi dilaganti, il secondo ha idealizzato la prima togliendole rispetto e spessore concreto, allontanandosi, per reazione, verso la teoria pur sana ma che non sa stare al mondo.

Bisogna aver sentito parlare e aver ragionato di Rousseau, Melville, Orwell, progressismo, liberismo, nuovo socialismo, ecologia, nuova destra e vecchia sinistra, per appassionarsi alle discussioni tra Alice e il sindaco, in cui non si arriva mai ad una stasi, ed ogni conclusione è un nuovo inizio.

Periser intrattiene e fa riflettere con un certo rigore sorridente introducendoci con pochi preamboli alla stanchezza della politica contemporanea, all’assenza di orizzonti che guardino al futuro in modo sano e compatibile con le generazioni cui lasciare il mondo in eredità, alle contraddizioni tra buoni propositi amministrativi e ingerenze di partito che scalettano le priorità provocando scontento e stalli.

Stalli non solo concreti, nelle singole cose da fare, ma anche mentali, come accade a Therenau, prototipo di uomo e sindaco sbiadito, puro d’anima, che non abdica al pensiero, alla ricerca struggente e luminosa (le corde di Luchini insegnano) di uno spiraglio che ravvivi il rapporto con la donna più importante della sua vita, la politica.

Alice e il sindaco

Intercetta dinamiche che non lo soddisfano più, segue con enfasi piani metropolitani ed extrametropolitani improbabili, soffre nel sentire la mancanza di capacità comunicativa soprattutto con i suoi giovani socialisti, lui che le parole le ha sempre avute, ora che nessuno più sembra avvertirne il peso e le differenze, ha smesso di amarle. Alice riaccende la passione, o meglio riavvia il ragionamento, di un discorso che aiuta entrambi ad evolversi, riprogettanndo la vita a propria onesta misura.

La presuntuosa, seducente, coraggiosa, utopistica, meritoria umiltà di rimettere al centro di ogni discussione che abbia per scopo migliorarsi, l’esercizio libero dell’intelletto: bisogna ritrovare il tempo di pensare. 

Voto Autore: [usr 3,3]

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Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo 
Cosa non so fare: smettere di scrivere 
Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere 
Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa. 
Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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