11 maggio 1960. Buenos Aires, Argentina. Peter Malkin, un agente segreto del Mossad israeliano, mantiene gli occhi fissi sullo strano individuo che passeggia nei pressi della sua villetta. L’uomo alza lo sguardo, lo vede, ma passa oltre. Peter aspetta un istante, respira a fondo, e poi si gira. “Un momentito, señor”, gli dice. Un attimo dopo, lo immobilizza con le braccia, lo tramortisce, e poi lo carica nella sua macchina. La cosiddetta “Operation Finale” ha raggiunto il suo obiettivo. Ora manca l’ultima parte. Ma facciamo un po’ di ordine. 

Cosa ci fa un agente segreto israeliano in Argentina? Non è una vacanza, né un viaggio d’affari. Peter Malkin, e la sua squadra, sono infatti alla ricerca di Ricardo Klement, meglio noto come Adolf Eichmann. Si. Quell’Adolf Eichmann. L’architetto della Soluzione Finale. 

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte dei nazisti sfuggiti al Processo di Norimberga, trovò asilo in Argentina. Un asilo che per alcuni divenne il resto di una vita, per altri solo l’ennesima tappa di una fuga senza fine. Adolf Eichmann, nascosto dietro il confortante nome di Ricardo Klement, latita ormai da quindici anni. La sua quiete sembra intoccabile, fino al giorno in cui Sylvia, una ragazza tranquilla ma ostinata, conosce per caso un bel ragazzo biondo di nome Klaus. 

A Sylvia, Klaus piace, e molto. E infatti lo invita a casa. Vuole presentarlo alla famiglia. Durante la conversazione, però, Klaus svela un macabro dettaglio. Con un certo orgoglio, annuncia che suo padre era membro delle sanguinarie e famigerate SS. La Germania però è ormai lontana. Sono fuggiti. Perché? Beh, per il biondino la risposta è palese: per colpa degli ebrei, ovviamente. Sylvia tossicchia imbarazzata, il padre glissa fingendo condiscendenza. Dal soffitto scende il gelo. Quello che Klaus non può sapere, è che attorno a quel tavolo, l’unico a non essere ebreo è lui.  

C’è un’altra cosa che Klaus non sa, ed è che quelle sue chiacchiere troppo libertine costeranno a suo padre nientemeno che la vita. Grazie ad una soffiata della famiglia di Sylvia, infatti, gli agenti del Mossad, alla perenne ricerca dei criminali nazisti ancora in fuga, scoprono la vera identità di Eichmann e si preparano a catturarlo. Una squadra di professionisti viene inviata sul posto.

Gli ordini sono chiari: niente sangue, niente caos. Dovranno agire nell’ombra, scrutare, spiare, e poi colpire. Eichmann dovrà subire un processo regolare in Israele. In molti preferirebbero ucciderlo con le loro stesse mani, ma stavolta non è possibile. Comprendere quest’ordine non sarà facile. Eseguirlo, ancora meno. 

La struttura di Operation Finale, più che ad un film d’azione, somiglia a quella dei classici lungometraggi a sfondo spionistico tanto cari al passato. Il ritmo è lento e ragionato. Forse troppo. Anzi, decisamente troppo. La prima parte della pellicola, dedicata alla cattura vera e propria, scorrerà più facilmente grazie ad una tensione che, seppur non eccelsa, saprà svolgere il suo dovere. La seconda parte, incentrata sull’umanizzazione talvolta forzata di Adolf Eichmann, risulterà invece molto più difficoltosa. 

La debolezza risiede in parte nello squilibrio presente tra i personaggi. I volti che vedrete saranno infatti moltissimi. Nessuno, però, sarà davvero memorabile quanto quello impersonato da Ben Kingsley. Questo crea attorno alla squadra israeliana un clima di superficiale distacco. Unico superstite di quest’ecatombe emotiva sarà in parte Peter Malkin, tratteggiato con qualche lieve ed efficace pennellata in più. 

Rapporti intimi tra i protagonisti? Poco. Background in grado di chiarire la loro storia? Ancora meno. In sostanza il resto della squadra serve soltanto ad arricchire la lista degli attori. Al contrario, l’antagonista della vicenda verrà approfondito in ogni sua piccola dimensione.

Avremo il lato oscuro del criminale senza scrupoli, quello coscienzioso ed indolente della vittima disattenta e persino quello umano e sofferente del padre di famiglia violentato dalla Storia. I suoi scambi con Malkin, più che stabilire un punto di parità, serviranno solo per approfondire tutti questi aspetti. All’agente segreto, rimarranno soltanto le briciole. E poco più.  

Discorso analogo per i pochi, pochissimi antagonisti secondari. Personaggi come Carlos Füldner e Klaus Eichmann scorreranno sullo schermo come un fiume destinato a prosciugarsi molto presto. Non aiuta nemmeno il fattore scenografico. Operation Finale è sostanzialmente ambientato a Buenos Aires. Eppure, Buenos Aires non la vedrete quasi mai.

Gli scorci cittadini saranno ridotti fino al midollo, così come gli sprazzi di vita quotidiana di quella che a tutti gli effetti è una delle più grandi metropoli del mondo. Per la maggior parte del tempo, i vostri occhi guarderanno soltanto uffici, pareti intessute di fumo, ed un rifugio che in ogni caso, familiare non diventerà mai, nonostante i quasi centoventi minuti passati al suo interno. 

L’opera di Chris Weitz delude sotto molti punti di vista. L’inesistenza strutturale dei molti personaggi, l’assenza di ritmo, la durata eccessiva. Tutto complotta per sospingere il lavoro del regista statunitense al di sotto della soglia di tolleranza. 
Una vicenda ancora parzialmente oscura come quella di Adolf Eichmann, e l’atmosfera spionistica dal potenziale interessante, non bastano a tenere a galla la pellicola.

Al netto di ogni singola mancanza, Operation Finale resta soltanto una mediocre e trascurabile occasione sprecata.

Voto Autore: 2 out of 5 stars