Recensioni FilmMacbeth – la recensione del film di Joel Coen

Macbeth – la recensione del film di Joel Coen

Il giorno di Natale del 2021 ha visto la luce nelle sale cinematografiche statunitensi Macbeth, l’ultima fra le numerose trasposizioni cinematografiche dell’omonima tragedia shakespeariana datata 1608 (The tragedy of Macbeth). La distribuzione del tanto atteso film, prodotto dal rinomato studio A24, è stata affidata ad Apple Tv+, che ospita il lungometraggio nel proprio catalogo a partire dal 14 gennaio 2022. La pellicola – 105 minuti – è scritta e diretta da Joel Coen dei fratelli Coen (anche noti come “il regista a due teste”, autori e registi di capolavori del calibro di Il grande Lebowski, Non è un paese per vecchi, A proposito di Davis e La ballata di Buster Scruggs), che per la prima volta lavora disgiunto dal fratello Ethan.

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Macbeth

La trasposizione dell’opera di Shakespeare e il lavoro degli interpreti

In svariate occasioni, con più o meno successo a seconda dei casi, i più disparati registi hanno tentato di trasporre l’opera shakespeariana al cinema, rileggendola nelle chiavi più variegate. La versione che propone Coen, in questo caso, segue la linea dell’aderenza all’originale. La fedeltà al dramma teatrale del Seicento si manifesta indubbiamente al livello della trama, che rimane pressoché invariata rispetto a quella delineata dal celebre autore inglese. Ma lo sceneggiatore e regista compie un altro passo per avvicinarsi ulteriormente al materiale da cui trae ispirazione, tentando a più riprese la trasposizione letterale di alcuni passi del testo della tragedia. Intenzione di Coen è quella di lasciar emergere sin da subito la sua volontà di fedeltà all’originale, e tale intento si manifesta sin dai primissimi minuti della pellicola: il film si apre infatti su sfondo nero, con la lettura dell’incipit del testo drammaturgico shakespeariano.

Macbeth

Sebbene il protagonista dia il titolo all’opera e sia chiamato in causa dal parterre dei personaggi sin dal primo istante, il pubblico si ritrova costretto ad attendere per vederlo sullo schermo. Dopo ben sette minuti dall’inizio del film, che caricano l’atmosfera di aspettative nei confronti del personaggio principale, compare il protagonista eponimo interpretato – casting ampiamente discusso e da molti ingenuamente giudicato controverso – dall’impeccabile Denzel Washington (Il sapore della vittoria, American gangster, Fino all’ultimo indizio). Curiosamente – forse neppure troppo, considerando la meticolosità registica dei Coen -, quasi altrettanti minuti dovranno trascorrere prima che gli spettatori possano stringere la mano dell’altro personaggio principale, la drammaticissima e travagliata eroina Lady Macbeth, qua incarnata dalla mirabile Frances McDormand (Premio Oscar per Nomadland). Quella del monarca shakespeariano è la più recente – al momento – interpretazione di Denzel Washington, attore dalla solidissima carriera ultra-quarantennale, e la critica pare averla già notata, apprezzandola.

Con questa performance Washington si conferma capacissimo di proporre sulla scena un pathos più che invidiabile, nonché un’intensità di intenzioni di rara potenza. Costantemente in bilico fra pragmatismo e impeto, il suo modus operandi ben si innesta sul personaggio concepito dal drammaturgo elisabettiano. Altrettanto lodevole risulta la mirabile parabola interpretativa di McDormand, che recita al suo fianco nei panni di una delle eroine più complesse della storia della drammaturgia. L’attrice agisce quasi unicamente negli spazi eterei e spersonalizzati della dimora, catturando con rimarcabile magnetismo l’attenzione dello spettatore tramite efficacissimi monologhi. Il talento della performer, indubbiamente, si dispiega al meglio nella seconda parte della pellicola con l’approcciarsi alla famigerata follia di Lady Macbeth. In suddetta fase il fare stralunato che da sempre caratterizza le sue interpretazioni, unito ad una corporalità fantasmatica studiata in modo millimetrico, avvalora l’interezza della pellicola e giustifica con forza la scelta compiuta a livello di casting.

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Macbeth: per la prima volta Joel Coen senza il fratello in cabina di regia

La trasposizione del Macbeth risulta un caso filmografico interessante poiché marca la prima occasione in cui Joel Coen realizza un lungometraggio senza avvalersi della storica collaborazione con il fratello Ethan, con il quale ha creato la sua intera filmografia. In solitaria, Coen si libera della cifra stilistica eccentrica e minuziosamente studiata, per quanto istrionica e bizzarra, delle opere compiute con il fratello. Lo stile rimanente, scevro di queste componenti, si fonda su una solidissima maestria tecnica che traspare da ogni inquadratura, messa a servizio di un omaggio creativo con qualche pennellata di sperimentalismo. Via libera, dunque, ad un uso ragionato del bianco e nero e ad un inconsueto formato in 4:3, che percorrono il film nella sua interezza. L’omaggio che il regista imposta, indubbiamente, è in primis nei confronti dell’originale shakespeariano, ma anche e soprattutto in riferimento alla grande tradizione cinematografica che lo ha preceduto.

Non in pochi, infatti, hanno letto nelle ambientazioni pittoriche e anti-naturalistiche segnate da taglienti chiaroscuri un riferimento all’espressionismo tedesco degli anni Venti, teoria avvalorata dall’attenzione del regista per la distribuzione geometrica dei corpi nell’inquadratura, ad assecondare le scenografie. Manifesto e paradossalmente al contempo latente in ogni scena anche il riferimento al cinema d’autore europeo del secondo dopoguerra (su tutti, indubbia l’influenza del marchio del maestro svedese Ingmar Bergman). In quanto a palpabile e deliberata teatralità, la pellicola è certamente debitrice di un’altra grande rilettura shakespeariana, quella dell’Amleto di Laurence Olivier (1948). Lo scarto tra le due opere, tuttavia, è sostanziale. La pellicola di Olivier è teatrale “per necessità”: il regista e interprete viene dal palcoscenico e adatta il suo metodo al mondo del cinema. Coen, invece, nascendo da una matrice filmica e non drammaturgica, segue il procedimento di Olivier in senso inverso e applica il metodo cinematografico ad una base teatrale.

Macbeth

Tale confronto è indubbiamente assecondato dalla natura marcatamente teatrale delle ambientazioni del Macbeth di Coen. La pellicola, infatti, è stata interamente realizzata in teatri di posa, che conferiscono al prodotto finale uno stampo di voluta artificiosità. Quest’ultima, a sua volta, contribuisce a generare un forte straniamento nello spettatore: la sensazione è quella, bizzarra e inusuale, di finzione manifesta, che va certamente in opposizione rispetto agli intenti naturalistici del cinema narrativo convenzionale. Tale senso di straniamento anti-naturalista può essere avvalorato dal cortocircuito impostato dall’interprete principale. Non è un caso, in effetti, che per una delle più celebri opere del più noto drammaturgo inglese Joel Coen abbia voluto uno dei più famosi volti del cinema contemporaneo. Un volto, peraltro, di stampo marcatamente statunitense, e che nonostante i manierismi verbali non tenta neppure – volutamente – di celare il proprio accento.

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Nel complesso, dunque, il film di Joel Coen non corre il rischio di risultare l’ennesima trasposizione dell’opera shakespeariana ma si delinea come un più sperimentale prodotto filmico, che grazie alla maestria tecnica dell’ensemble produttivo supera il più banale livello narrativo per diventare serbatoio di tecnica, citazioni e omaggi. Fortemente rispettoso della natura teatrale dell’opera di partenza, nonostante la durata non particolarmente prolungata il lungometraggio risulta denso di significati e spunti di riflessione. A conti fatti, il film non è una mera narrazione della vicenda del Macbeth di William Shakespeare, ma lo studio su pellicola di un’opera teatrale tra le più celebri di sempre.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Il Macbeth di Joel Coen (che per la prima volta lavora ad una pellicola senza il fratello Ethan) è una trasposizione dell'omonima opera shakespeariana. Per differenziarsi dai molteplici adattamenti della medesima tragedia, il regista sceglie la strada della fedeltà all'originale in quanto a trama, dialoghi e teatralità, ma si concede dello sperimentalismo sfociante nel più curioso degli straniamenti.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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