Non c’è nulla di più cieco del razzismo. Nulla striscia con tanta sordida ferocia, partendo dal basso, attraversando le viscere, fino alla cima. Il razzismo è quella cosa che non sai spiegarti, ma che provi, viscida, come se facesse da sempre parte di te. In Europa questo sentimento lo conosciamo bene. Il nostro ventaglio, però, è estremamente ampio. E questa incredibile varietà di minoranze, gruppi etnici, confessioni, ha smorzato almeno in parte l’impeto dell’odio. Negli Stati Uniti, invece, il conflitto scava ancora più a fondo, e tocca la pelle. Già, perché a volte il colore di quella pelle diventa più importante di tutto, persino di Dio. Dei tantissimi film prodotti in proposito, bisogna citare quello di Boaz Yakin, uscito nel 2000. Il Sapore della Vittoria, o meglio, Remember The Titans.

Ma chi sono, i Titans?

Siamo nel 1971, ad Alexandria, in Virginia. Gli scontri razziali, quelli veri, sono terminati da poco, lasciando da entrambe le parti un oceano di strascichi costretti al silenzio. I neri, almeno sulla carta, hanno finalmente ricevuto i diritti che meritano. Per raggiungere quest’obiettivo sono serviti decenni di battaglie. La guerra, però, non è finita affatto. Tutti sanno che il traguardo più difficile, da oggi in poi, sarà quello di inserirsi in una società che, a dispetto degli ordini governativi, non vuole proprio saperne di accettare la resa.

Bill Yoast è un bianco non troppo interessato alle questioni politiche. Il suo unico interesse, caldamente condiviso dalla figlioletta Sheryl, è il Football. I suoi ragazzi, quelli che allena da anni, lo adorano, e per lui farebbero di tutto. Ed è un bene, perché questa fedeltà verrà messa alla prova molto presto.

L’altro protagonista, Herman Boone, ha lo stesso interesse di Yoast. Anche lui vive per il Football, ed anche per una bellissima famiglia da poco trasferita nel quartiere. Sembrano identici, eppure, c’è una differenza cruciale tra i due. Herman è nero. E il governo locale, per assecondare le richieste della comunità nera, impone al liceo T.C. Williams di assumerlo come capo allenatore dei Titans, al posto di Yoast. Assieme a Boone, giunge in città un plotone di ragazzi di colore, pronti ad entrare in una squadra completamente bianca da decenni.

Il neoallenaore capisce subito che la strada è sbagliata. Questa contrapposizione forzata non produrrà integrazione, ma solo altri conflitti. Nessuno vuole davvero che i due gruppi si uniscano, anzi. L’obiettivo degli americani per bene è quello di dimostrare che neri e bianchi non possono convivere. Boone non ci sta. E Yoast, nemmeno. Sarà questo accordo a dare il via al più grande esperimento di integrazione mai provato fino ad allora. Già, perché quella del Liceo Williams, e dei leggendari Titans, non è una fantasia creata ad arte, ma una semplice e bellissima storia vera.

Il Sapore della Vittoria, non senza qualche sbavatura, fonde il mondo sportivo ed agonistico col genere epico ed emotivo dei film di guerra. L’atteggiamento militaresco di Boone. I temi ricorrenti della disciplina, del sacrificio e dell’eroismo. Ed infine l’esasperata enfasi posta su quello spirito d’unità tanto caro al cinema americano. Il mezzo per inoculare queste tematiche agli occhi dello spettatore sarà il razzismo, o meglio, il suo contrario.

Il coach Boone imporrà ad ogni giocatore di convivere con un membro dell’altra etnia, imparando tutto di lui, fino a stringere un legame che vada al di là delle partite. Questo aspetto conferisce all’atmosfera della pellicola una base molto fragile, dove i diversi equilibri sembreranno sempre sul punto di crollare. Grazie a questo escamotage, l’attenzione dello spettatore, più che alla competizione sportiva, verrà convogliata verso i tanti, tantissimi, risvolti umani.

Saranno proprio i rapporti tra i diversi protagonisti a tenere viva la pellicola. La sceneggiatura, semplice nella sua composizione, sembra spingere tutto in questa direzione. Ogni personaggio ha una sua coscienza, una sua storia più o meno approfondita, pronta per il piatto della bilancia. In questo modo, il Sapore della Vittoria diventa una macchina produttrice di storie, infarcita di dettagli e sentimenti che non potranno lasciare indifferenti.

Questo aspetto, talvolta, risulta fin troppo enfatizzato, soprattutto nel finale. Ma non possiamo fare altro che considerare questo come un effetto collaterale inevitabile. A supportare il tutto, una colonna sonora fresca e variegata, che vede nomi del calibro di Marvin Gaye, Cat Stevens e Tina Turner ed una regia sapiente che mantiene il ritmo della scena sempre in movimento.

Il Sapore della Vittoria è la perfetta quotidianizzazione di un problema spinoso. La pellicola di Yakin, invece di propinare dissertazioni filosofiche sulla parità etnica, sceglie di versare il tutto in un contesto che conosciamo bene, quello sportivo. Pur raggiungendo l’obiettivo, l’opera non riesce del tutto a scrollarsi di dosso quella retorica americana che in tanti sopportano a fatica. Per godere appieno della storia, sarà necessario imparare ad ignorarla, almeno parzialmente.

Perché alla fine, anche su questo, Coach Boone aveva ragione. Lui delle questioni politiche se n’è sempre fregato. E forse, parlando del razzismo, in molti dovrebbero fare altrettanto. I colori della pelle, degli occhi, o dei capelli, lasciano il tempo che trovano. Per diventare come i Titans, ovvero liberi, uniti, ed imbattibili, bisogna prima di tutto restare umani.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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