Recensioni FilmUn film fatto per Bene, recensione del cinema morto di Maresco

Un film fatto per Bene, recensione del cinema morto di Maresco

Dulcis in fundo, in concorso per l’82. Leone d’oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è arrivato a sbaragliare le carte in tavola, Franco Maresco con il suo Un film fatto per Bene, opera già vedibile anche in sala.

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Proviamo quindi a disarticolare l’ultima fatica mareschiana, frammentata anch’essa come poco altro in circolazione, vittima e carnefice del suo diavolo-demiurgo, oggetto totemico rassomigliante alla produzione dell’autore in questione, ma con tratti di amarcord autobiografico dolceamaro, intrinsecamente inediti.

Un film fatto per Bene

Oggetto amato dalla critica, giunto in inaspettata consolazione di buona fetta di pubblico del lido veneziano e ampiamente ignorato dal premi della giuria: come può, è stato detto, una testa americana, per dire straniera, comprendere a fondo quel mondo di stravaganza, fools, disagio massiccio e autenticità disgraziata che parla la lingua mareschiana? Non è dato saperlo; e infatti non si è saputo.

Ma ci vuole arte a resistere al pensiero dominante, all’inasprirsi del centro di gravità permanente, alla stolida compattezza dell’unico, ci vuole arte e una testa che pensa immagina e si perde altrove.

Così Maresco firma il suo strano 8 e 1/2, come da alcuni definito, un quasi film in cui intreccia la sua vicenda personale di regista ossessivo, irregolare, umorale a livello patologico, e due strade filmiche intraprese e non finite né, tantomeno coincidenti.

Un film fatto per Bene – Trama

Perché Franco Maresco vuole fare un film sull’attore leggenda Carmelo Bene, (soggetto già avvicinato quando era in duo con Daniele Ciprí), che incontra un maestro agiografo dell’epoca, grande esperto delle vicende di San Giuseppe da Copertino, leggendario santo volante, che a sua volta incontrò Santa Rosalia, la protettrice di Palermo.

Ma di entrambe queste storie Maresco gira poche sequenze, sfiancanti, ripetitive ed inutili, tormentate dalla sfortuna degli incidenti, dall’ingestibilitò di alcuni attori-non-attori (il santo volante è afasico, ad esempio) e dagli accanimenti sostanzialmente crudeli del regista. Di fondo è come se mancasse un piano generale, perché per Maresco, si sa quando si inizia ma non si può sapere quando si finisce, altrimenti il lavoro non sussiste più, è prodotto morto, bara e cenere.

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Un film fatto per Bene

Andrea Occhipinti, produttore, preoccupato per le lunghe settimane di lavorazione, gli investimenti affidati tra cui la pellicola con cui Franco pretende di girare, e la vacuità dei risultati, decide di chiudere il set. Si commette così un filmicidio a detta di Maresco: l’artista prova a girare qualcosa da sè, sulla scia di suggestioni da Carmelo Bene, coi suoi pochi interpreti di riferimento che ancora lo seguono, nonostante incursioni infelici e spassosissime di personaggi attori nell’animo e mitomani nella testa, (la parte su Francesco Puma si aggira tra la farsa e l’epica dell’oggetto artista), ma si blocca e cade vittima di frustrazione e depressione.

Tutto si ferma e Maresco sparisce. L’amico Umberto Cantone viene chiamato per aiutare a ritrovare l’artista desaparecido, eremita dell’arte, ormai misantropo della vita, dittatore integralista dei suoi set, folle trucidatore di sogni, visionario tutto suo, esemplare prodigio incompreso della terra siciliana. Dov’è finito il regista?

Un film fatto per Bene – Recensione

Caccia all’uomo e caccia all’arte, in questo film non film, girato e non girato, ricordato ed inventato, architettato e lasciato brado, ripreso, improvvisato, finto, vero, cinematografico e meta cinematografico, creatura sui generis del concorso veneziano e dell’intero panorama filmico italiano.

Riflessioni sulle difficoltà di mantenere certa creatività di fronte ai miopi standard odierni, sulla sottomissione del processo al risultato, sul carattere effimero, volubile e cangiante dell’arte recitativa in genere, sulla necessità di implodere, di fare un passo indietro, di sparire, forse di morire persino, di inquinare il lavoro a causa di se stessi e di depurarlo da sé, lasciandolo andare oltre il proprio giogo.

Un film fatto per Bene

Ogni litigata del film è stata vera, così come ogni frame di gioventù racconta un mondo e un’energia che oggi si vuole addomesticare. Ma Maresco non si può rassegnare; il controllo esercitabile su di lui è solo il suo su se stesso, compresso tra manie di numeri, panico da fissazioni, rituali senza senso presunto, esoterismi improbabili, persino un horrorvacui di preghiera cristiana che il suo autista, un irresistibile Franco Conticelli, schiavo interiore di Radio Maria, non fa altro che ripetere.

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Un film processo, richiesto da Maresco su e per se stesso

Un film fatto per Bene è un processo a Maresco, richiesto ed architettato da lui stesso, come scampo al postmoderno e all’orrore dell’incompiuto, il suo incompiuto. Incompiuto dovuto sia alle elucubrazioni che allontanano il suo spirito, già stravolgitore, dai margini di ragionevolezza comuni, sia alla pericolosa mancanza di orrore di sè che attanaglia questa epoca, così sicura con poco, così cretina.

Il cinema, dice infatti Maresco, è in mano ai cretini, tra i quali folto gruppo è l’insieme dei draghi tecnologici; più sono draghi in tal senso, più sono incapaci cinematografici. Ma anche in questo caso non c’è problema: oggi, chiosa l’autore, un film non si nega a nessuno. Forse nemmeno ad uno come Maresco, l’impossibile piantagrane. Basta dargli un venticinquesimo del budget del duo Ficarra e Picone, loro, sì, seri professionisti della direzione.

Oggi un film non si nega a nessuno” forse nemmeno a Maresco

Forse le urgenze del regista, le terre e le strade rivoltate, i bisogni problematici che l’autore ha sempre voluto tirare fuori dalla sua terra, con occhio cinico, ferocemente ironico, puntuale, non hanno più spazio di vita qui con noi. Forse è un cinema morto questo, come arriva a dire Marco Alessi, il produttore esecutivo ad Umberto di fronte ad un tramonto bellissimo nei luoghi degli ultimi disastrosi set mareschiani.

Un film fatto per Bene

L’universo dell’autore non trova più il suo respiro: l’accattone devastante e straordinario, il santo afasico, il sacerdote in delirio danzereccio post confessione, tutte ombre profetiche pasoliniane che commuovono sinceramente il cuore dell’artista, sono funamboli di una vita spesa sui fili più sottili, insidiosi e malmessi della nostra storia, ed ora cadono, senza rete, giù, perché non li ascolta più nessuno e non c’è tempo nè utile nello stargli accanto.

De-pensare è l’unico atto salvifico contro la contemporaneità

Il verbo guida del Maresco di un Film fatto per Bene è de-pensare, giacché oggi il pensiero non conosce il suo proprio funzionamento e si perde in qualcosa che assomiglia terribilmente e definitivamente ad una perdita di tempo. Così altro non si dà se non ricostruire la propria vita artistica, in un film che doveva esserne altri due, ma che diventa una sorta di agiografia autorizzata flagellante, in cui si alternano le storie che dovevano essere e non sono, il giallo non giallo del regista scomparso e i pezzi di lavori mareschiani antecedenti (Cinico TV 1992-1996, Totò che visse due volte 1998, Belluscone – Una storia siciliana 2014, La mafia non è più quella di una volta 2019).

Maresco finisce in aria tra le nuvole, a domandare al suo santo volante che c’è di bello da fare in quella nuova dimensione dove forse può trovare agio anche un’anima inquieta come la sua. Un’assoluzione, una via di fuga, un’aspirazione contro la continua schiacciatura dei suoi piani, piani fallaci, falliti, non de-finiti, forse proprio non concepiti, piani di ascolto alla ricerca di qualcosa che possa essere ancora drasticamente vero nel nostro cartonato sociale.

Un film fatto per Bene – Cast

Il team in scena è quello classico mareschiano: tra vecchi volti delle sue opere precendenti, “attori” feticcio che lo seguirebbero, pur disperati, giù per la china, nuove esaltanti scoperte, che digeriscono e sputano un mix tra l’attorialitá contemporanea e malattia mentale.

Spicca sicuramente la silhouette di Antonio Rezza, nei panni de La morte di bergmaniana memoria, intenta, suo malgrado, a giocare a scacchi con il santo volante; peccato il santo non abbia idea di cosa siano gli scacchi.

Maresco scardina, sbeffeggia, appiattisce ed abusa scene iconiche e citazioni di scuola, nella decadenza che sembra soffocarlo, dirige i suoi amici ed attori consigliando loro altri mestieri, tortura i suoi simili, fedeli, e tortura ancor di più, i suoi non simili ed infedeli; cavalca la propria sconfitta a trombe spiegate, con voce forte, piena, tartassante, creando spesso risate sì, ma sempre atroci.

Un funerale che non sa di addio ma di collocazione personale: forse non è più possibile un’opera d’arte, forse non si sa più che farsene di un’opera d’arte, forse il cinema non cura né rivela più le storture sociali su cui si fa favola, eppure anche nel rifiuto e nella resa, Maresco è e resta sopra le sue barricate.

Guarda ciò che lo circonda e disinnesca alla sua maniera da laico blasfmeo le ipocrisie, con un cinema copernicano, che lui vorrebbe ancora salvifico, ancora fatto per bene, agli antipodi dell’ipnosi da storielle dilagante, che dissecca occhi, senno e tempo. 

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Franco Maresco litiga con il produttore Andrea Occhipinti, lascia il set e sparisce. Doveva girare un film intrecciato tra Carmelo Bene e la figura di un santo volante: ma non riesce a portare a casa nulla. L'amico Umberto Cantone viene chiamato a ritrovarlo. Autopsia del cinema italiano odierno come atto creativo fallimentare e agiografia maldestra dello stesso Maresco, che gioca seriamente a distruggersi, vinto delle sue ossessioni, frustrazioni, depressioni e fallimenti. Tra il falso documentario e il meta cinema, con chicche follemente ed atrocemente spassose, la denuncia di un'arte che no, non è più quella dei suoi inizi e no, non salva più dal brutto imperante.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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