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Salomè di Carmelo Bene

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Salomè di Carmelo Bene è un film del 1979, concepito partendo dall’omonima opera teatrale dello stesso Bene risalente all’anno 1964.

Il soggetto è ispirato all’omonima tragedia scritta da Oscar Wilde, trasposizione letteraria dei celebri fatti narrati nelle sacre scritture, il film di Bene distrugge la narrazione nota, scomponendola, e nega l’esistenza cinematografica stessa: Salomè non è cinema.

Nel 1972, quando fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia, divise il pubblico in due, o lo si ama o lo si odia, tutt’ora il film non può che provocare queste due, diametralmente opposte, reazioni.

La trama: il disfacimento della narrazione

Ciò che non viene narrato in Salomè di Carmelo Bene differisce da quanto raccontato prima, o meglio, la storia della crudele figliastra del tetrarca Erode Antipa, interpretato da Carmelo Bene, permane ma viene destrutturata e viene inoltre aggiunto l’espediente dissacrante di una metamorfosi di Cristo in un vampiro ed inizia un percorso inverso alla santificazione.

Anche i dodici apostoli vengono rappresentati come folli, che in preda alla più assoluta pazzia sterminano un gregge di pecore.

Al palazzo di Erode, come nella storia nota, Iokanaan ossia Giovanni Battista, è intrappolato in un pozzo ma la viziata e viziosa Salomè esige vederlo, incuriosita dalla sua voce- che trova assai affascinante.

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Dopo le continue richieste della principessa Salomè il profeta esce fuori dal pozzo, rivolgendosi con disprezzo a Salomè, insultandola in dialetto pugliese: la donna lo trova sempre più affascinante, parla al profeta ignorando le sue affermazioni, con un atteggiamento di crescente follia.

Il giovane capitano siriaco, una sorta di cortigiano, nel frattempo si suicida e quando Erode arriva sul terrazzo inciampa nel suo sangue.

La ripetitività come assioma

In tutte le scene all’aperto viene ripetuta in maniera continua ed esasperante da Erodiade ed un suo paggio la frase “non guardarla, la guardi troppo”, riferita alla luna ed a Salomè.

Un altro elemento ripetitivo nel film è la visione sconnessa di un energumeno che, mentre ride sguaiatamente, taglia con una sciabola un’anguria in due. E’ un segnale di presagio della decapitazione del Battista. Tuttavia l’azione violenta non è mai esplicitamente visibile, così come la testa mozzata (come invece avviene nell’arte, ad esempio nel finale dell’opera di Richard Strauss o nel quadro Giuditta II di Gustav Klimt).

Salomè di Carmelo Bene termina con la scena della celebre danza dei sette veli e la folle richiesta da parte della principessa ad Erode, cioè a dire la testa del battista in un bacile d’argento.

Il tetrarca cerca di dissuadere la giovane ma lei insiste mentre gli strappa via la pelle a mani nude.

Salomè: un mosaico disturbante

Salomè è senza dubbio una pellicola decisamente disturbante: più di 4000 fotogrammi legati attraverso un montaggio nervoso, quasi isterico.

I colori sono fluo, pop; le inquadrature sono soprattutto primissimi piani, dettagli, alternati a campi totali, ne consegue una confusione esagerata, che tende a destabilizzare lo spettatore.

Anche i personaggi sono volutamente disturbanti e caricaturali, l’unico che in qualche modo rimane più accettabile è Erode, Carmelo Bene infatti lo interpreta in maniera estremamente teatrale e non cinematografica ma questo elemento non costituisce alcun disturbo.

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Salomè invece è pelata, raggrinzita, parla con un accento estero balbettando, è un personaggio disturbato ma soprattutto disturbante, tanto che questi tratti caratteristici iperbolici eclissano la sua stessa pazzia.

Carmelo Bene ebbe sempre la pretesa di autoproclamarsi unico nel suo tentativo (possiamo oggi dire fallito) di fare cinema ma in realtà involontariamente sembra citare Satirycon di Federico Fellini e La ricotta di Pier Paolo Pasolini, con la grande differenza che Salomè non è cinema, nemmeno di tipo sperimentale, probabilmente per volere dello stesso autore.

Inoltre in uno dei primi frame in cui avviene la metamorfosi di Cristo in vampiro sembra proprio di vedere Alex di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, dell’anno precedente: buffo considerato che secondo Bene nessuno era mai stato capace di fare cinema fino ad allora.

Tra arte ed egocentrismo

Non sarebbe corretto però neanche dire che non ci siano degli aspetti intelligenti nel film, qualcuno direbbe geniali: forse parlare di genio nel caso di un artista che in qualche modo ha sempre rinnegato con disprezzo il cinema non sarebbe rispettoso nei confronti dei grandi autori che hanno reso la settima arte quello che è, un’innegabile fonte di bellezza.

Un dettaglio apprezzabile è ad esempio quello in cui quando Salomè accetta di danzare Erode, con lo sguardo fisso (anche se il frame è molto breve) in camera ripete numerose volte “bene, bene, bene…” ridendo: è Bene che ride, immaginando forse uno spettatore destabilizzato, infastidito o (meno probabile) estasiato.

Altra nota positiva risiede sempre nel personaggio di Erode, i gioielli indossati ed il mantello infatti richiamano visivamente lo splendido e già citato quadro del pittore austriaco Gustav Klimt: stavolta però Salomè, in una forma non umana ma aliena, è nuda ed i gioielli sono indossati dal tetrarca.

Resta l’interrogativo sul perché: è un fatto di puro egocentrismo, visto che è il personaggio di Bene, o è un simbolo: la pazzia di Salomè deriva da traumi dovuti ai comportamenti degli adulti?

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Giuditta II, Gustav Klimt- dettaglio

Di simbolismo tutto il film è permeato, ma in una maniera tanto prorompente da far risultare superflua ogni spiegazione: è una costante gag della religione e della religiosità, delle “grandi narrazioni”, del movimento cinematografico, e quest’ultimo è probabilmente l’aspetto che fa perdere molti punti al film.

Non si può infatti apprezzare a pieno un film che non solo non è cinema, ma che scimmiotta già l’etimo della parola in sé: dal greco antico κίνημα, -τος,  “movimento”- i tempi esasperatamente veloci dei frame non sono altro che una parodia.

Il suono come emblema parodico

La caricatura continua anche nella colonna sonora: all’inizio del film, quando Gesù annuncia l’imminente tradimento agli apostoli, ad opera di uno tra gli stessi, sentiamo Gli aranci olezzano da Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni.

La musica è quasi sopraffatta dalle urla dei dodici, che gridano a turno, correndo, “io, io…”: è la prima parodia dell’opera lirica, ed in questo caso anche del mezzogiorno italiano (come avverrà nella scena di epifania del battista- pugliese- e com’era già stato in Nostra signora dei turchi).

Altra scena importante è quella in cui si sente per la prima volta nel film l’opera Salome, del compositore tedesco Richard Strauss: l’uso è dissacrante, parodico ma rasenta l’irrispettoso e per questo desta un enorme fastidio, soprattutto in chi conosce ed ama un’opera tanto splendida.

Mentre la musica di Strauss (uno dei momenti più belli della Danza dei sette veli) sembra che stia per rendere la scena una delle migliori del film, inizia una cantilena disturbante.

L’opera lirica nel cinema

Anche autori come David Lynch e Lars von Trier hanno utilizzato l’opera lirica e la musica classica nei loro film- si tratta di due autori che del surreale, del disturbante, del non convenzionale, dell’innovativo e del dissacrante hanno fatto un loro marchio di fabbrica- eppure ne consegue sempre qualcosa di armonioso e spesso estremamente bello in senso assoluto.

Pensando sempre a Richard Strauss infatti è possibile citare Cuore Selvaggio di David Lynch, Im Abendrot dona eleganza alle scene, sia i titoli di testa sia il momento ambientato nel deserto sono perfetti, è un uso estremamente rispettoso della musica e questo rende ancor più grande il regista e omaggia- come è dovuto- il compositore.

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In Salomè di Carmelo Bene la Danza dei sette veli si può riascoltare per qualche secondo anche nel momento in cui la principessa balla: la versione scelta non esalta minimamente la bellezza della partitura (mentre nel caso di Lynch è il contrario), ma rispetto a prima c’è un miglioramento che consiste nell’aver bruscamente interrotto la musica ed averla, dopo alcuni secondi di rumore, sostituita con un brano di musica leggera, Abat jour.

La canzone è celebre nel panorama cinematografico soprattutto come accompagnamento dello spogliarello di Sophia Loren in Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica, scena talmente tanto cult Robert Altman ne ha riproposto una versione moderna con gli stessi attori (duo Loren- Mastroianni) anche in Prêt-à-Porter (1994).

Salomè: considerazioni finali

L’accostamento con le immagini di una auto-crocifissione e il distacco brusco rispetto all’opera di Strauss sono due elementi tutto sommato apprezzabili.

In generale comunque l’attenzione per l’aspetto uditivo è alta, spesso ad emergere è la voce, molto impostata, dello stesso Bene, che forse delinea una parodia dell’attore come figura sociale o di sè stesso come tale o, più semplicemente, come individuo.

Salomè non è di certo neanche lontanamente un bel film, forse per volere o forse per arroganza dell’autore, ma è comunque un (non) film vedibile- ad oggi su MUBI–  per comprendere meglio la particolare parentesi (non) cinematografica di un personaggio controverso e divisivo come Carmelo Bene.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Salomè non è di certo neanche lontanamente un bel film, forse per volere o forse per arroganza dell’autore, ma è comunque un (non) film vedibile- ad oggi su MUBI-  per comprendere meglio la particolare parentesi (non) cinematografica di un personaggio controverso e divisivo come Carmelo Bene.

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