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The zone of interest – Recensione

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The zone of interest – Panoramica

Ci sono sempre tante cose da fare a casa degli Hoss. Padre in divisa impegnato da mattina a sera, madre affaccendata tra casa e figli, aiutata da dolcissime cameriere mute, tanti bimbi da mandare a scuola. Bisogna rigovernare la bella villetta, tenere buoni rapporti col vicinato, festeggiare compleanni importanti e in generale dare sempre il buon esempio.

Ci sono i panni da stendere, le colazioni con strudel e marmellate, un giardino che offre mille soddisfazioni floreali, il cane che fa le feste, i pettegolezzi tra amiche, qualche ospite ogni tanto che viene a ricrearsi un po’, un fiumiciattolo luminoso a due passi in cui fare il bagno o rilassarsi in canoa, e se proprio non si vuole camminare, ci si può sempre divertire facendo un tuffo nella piscina di casa, con il suo scivolo nuovo di zecca.

The zone of interest

Magari non è un luogo silenziosissimo, nemmeno la sera, c’è fin troppa luce e, sia di giorno, ma più spesso la notte, può piovere un po’ di cenere dal cielo trasportata dal vento: sono cose che succedono lì, basta chiudere le finestre e torna subito la tranquillità.

Importante è dare la giusta cura a determinati fiori, da innaffiare con dedizione e costanza, affinché crescano in fretta e coprano l’unica parete che di fatto sembra stonare con questo paradiso in terra, ossia il muro del campo di sterminio di Auschwitz.

The zone of interest – Trama

Il capitano Rudolf Hoss (Christian Fiedel) comanda la grandissima città lager tedesca: ha abbellito e funzionalizzato quello che c’era prima, per permettere alla moglie e ai suoi figli di vivere serenamente, come avevano sempre sognato da ragazzi, in campagna, lontano dallo stress della città, a contatto con la forza salubre della natura.

Che proprio la natura circostante poi getti attorno, ogni tanto, qualche traccia ebrea inquietante più morta che viva, questo è un altro discorso. Comunque ogni contatto, casuale e disgraziato che sia, con la stirpe semita viene annientato tramite docce e lavaggi compulsivi, accuratissimi, spontanei o forzati.

The zone of interest

Al comandante Hoss si offre la possibilità di un trasferimento in un nuovo ruolo: questo comporterebbe l’abbandono per tutta la sua famiglia di quell’angolo di Eden in terra che tanto amano. Ma la moglie Edwig (Sandra Huller) mette subito in chiaro che da quel luogo benedetto lei ed i suoi figli non muoveranno un passo; sarà lui semmai a spostarsi.

Fortunatamente la buona e numerosa razza ebrea ungherese giunge in soccorso: per sterminarla il Capitano Hoss, esperto nell’utilizzo efficace di forni crematori, richiede ed ottiene il comando della missione,promettendo di compiere un lavoro veloce ed efficiente, sempre all’interno della sua Auschwitz. Pericolo scampato: Hoss rientra e la famiglia nazista da favola è di nuovo riunita.

The zone of interest

The zone of interest – Recensione

L’ironia di questa narrazione sintetica c’entra poco in realtà con The zone of interest, l’ultimo lavoro del regista Jonathan Glazer, già premiato con il Gran Prix Speciale della Giuria allo scorso Festival di Cannes, ora presentato nella sezione Best of 2023 alla 18. Festa del Cinema di Roma, ispirato dall’omonimo romanzo di Martin Amis.

C’entra invece la capacità di raccontare senza mostrare, lasciando all’immaginazione la parte più iconica ed inflazionata di una delle pagine più scellerate che la storia contemporanea ricordi.

Il genocidio nell’insospettabile quotidianità della dirigenza nazista

Si ribalta in modo inaspettabile il punto di vista: non sono i perseguitati, i deportati, i morti, i gasati, ad essere i protagonisti della vicenda, bensì i capi nazisti, le gerarchie di cui facevano parte, meglio ancora la quotidianità privilegiata delle rispettive famiglie, come vivevano, come pensavano, come sopportavano quel tutto avendo per dirimpettai casermoni di ebrei prigionieri, costantemente torturati.

E di quel dolore si sparge traccia nel film come nota stonata nel mezzo di una perfetta orchestrazione, come macchia inquietante su una tovaglia immacolata, come svista di routine dentro un quadro magnificamente rifinito.

The zone of interest

Quindi ci sono le urla in lontananza, il rumore dei forni sempre accesi, un cielo che alcuni giorni spegne la sua luce, l’acqua del torrente di tanto in tanto più torbida, inquinata da oggetti, ceneri, indizi di una qualche disumanità commessa non lontano da lì.

Vestigia strappate agli ebrei che girano dentro casa, forse qualche donna prigioniera usata per le mansioni più umili, compresa la prostituta d’occorrenza, e mentre vite umane si spengono perché hanno osato prendere una mela che non gli spettava, dalla parte giusta del muro i bambini non si sporgono dalle finestre e gli adulti si domandano quanto alto far crescere il roseto o come vestirsi per una serata di festeggiamenti.

The zone of interest

L’ orrore come faccenda domestica da risolvere

La tragedia della storia è collocata nella routine di chi quella tragedia l’ha pensata ed eseguita, della famiglia ideologicamente strutturata, fuori di sensazione, avvezza alle barbarie come fossero faccenda domestica.

Gli ebrei sono dietro il muro, se si entra in contatto con loro ci si lava fino a far cadere la pelle, la loro razza evidentemente inferiore merita meno cura ed attenzione di un cane, sono tanti, danno molto da fare, occupano con i vagoni da bestiame su cui vengono caricati stazioni ferroviarie intere congestionando il traffico, sono una rogna strutturale da risolvere una volta per tutte.

Banalità del male e vitalità agghiacciante

La banalità del male, la banalità di chi commette il male e di chi educa al male, di chi “adempie agli ordini”, come si disse al Processo di Norimberga, senza minima traccia di pensiero divergente, in una visione che non conosce l’alternativa, nemmeno la morale, neanche il pietismo.

Misurato, elegante, a suo modo glaciale, The zone of interest sfodera riprese fisse realizzate con parecchie telecamere montate contemporaneamente in diversi angoli di casa Hoss, che amplificano l’impressione di stare spiando una vita parallela all’orrore, al di fuori di quel tempo, legittima, neutrale, serena, a pochi respiri dallo sterminio quotidiano.

Plurime inquadrature fisse ed elusione voluta della violenza

La fissità contribuisce anche ad incrementare la crudeltà della stasi, come se la tortura non vista da una parte e la favola da “mulino bianco” dall’altra potessero coesistere come realtà ciascuna impassibile nelle proprie posizioni per molto, moltissimo tempo.

Tanto più è elusa la violenza, tanto più il magone cresce, mentre flash di epoca contemporanea di quello che diventerà Auschwitz, il museo principe della memoria dell’olocausto, giustappongono allo sguardo silenziato, l’ufficialità del genocidio.

Poche battute e determinanti, molto significativo comportamento, compreso quella della madre di lei in visita alla figlia, la quale le riferisce orgogliosa di essere chiamata la regina di Auschwitz. Quella stessa donna dopo una notte trascorsa con l’eco delle urla di dolore dei campi e le ombre mostruose in un controluce rosso e nero dei forni crematori sempre accesi, decide di lasciare quell’inferno travestito.

The zone of interest – Cast

Tra gli interpreti la coppia Hoss si spalleggia nel reggere maggiormente il paradosso della situazione, sfidandosi a rendere tutto sempre il più normale possibile.

Notevole, come sempre del resto, la magnifica Huller, in particolare la lucidità e la determinazione, ferma nel cercare di difendere la sua naturale volontà di restare nella zona di interesse costruita anche con i suoi sforzi, luogo incontaminato della sua mente, una favola per sè e per i figli.

Anche il male possiede una sua sconsolata crudele stolida routine. The zone of interest decide di osservarla e restituirla per acuire la sensazione dolorosissima di un autentica sordità umana anche di fronte al dramma più devastante mai accolto da occhio umano. 

The zone of interest – Trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Il territorio attorno alle mura di Auscwitz abitato dalla graziosa villetta del comandante in capo del lager, Gross. Il tranquillo quotidiano di una delle famiglie più alte tra i dirigenti nazisti, in un luogo incantato a due passi dalla morte. Una quotidianità sfiorata dall'orrore che non rinuncia a nulla della sua stolida, agghiacciante vitalità. Ricostruzione dettagliatissima di ambienti, ribaltamento del punto di vista consueto sull'orrore, violenza elusa, implacabilità irreversibile del male umano.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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