lunedì, 27 Settembre, 2021

Roberto Benigni: retrospettiva

Tra qualche settimana si terrà la settantottesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in cui Roberto Benigni riceverà il Leone d’Oro alla carriera. Si tratta di uno dei più importanti premi cinematografici alla carriera, che dimostra l’importanza che il comico e attore toscano ha avuto nella storia del cinema italiano.

Tuttavia il rapporto di Benigni con il cinema non è sempre stato lineare: alti e bassi si sono sempre susseguiti nella sua carriera, in particolare quella da regista. Vale quindi la pena analizzare brevemente il suo percorso come autore cinematografico, per capire meglio quale eredità ha saputo lasciare al patrimonio culturale del nostro paese.

Roberto Benigni: Tu mi turbi e Non ci resta che piangere

Roberto Benigni
Non ci resta che piangere (1984)

La prima esperienza di Roberto Benigni dietro la macchina da presa si ha nel 1983 con Tu mi turbi, film a episodi che ha al centro una riflessione su Dio e sulla sua esistenza. È un tema che tornerà frequentemente in Benigni, non solo nel cinema, ma anche nelle sue esperienze televisive e teatrali.

Nonostante l’apprezzamento riservato dalla critica, quest’ultima mise in luce il principale difetto del Benigni cinematografico: se davanti alla macchina da presa, l’attore toscano riesce a dare il meglio di sé, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la regia. Nel corso dei suoi otto film da regista, Benigni non presenterà mai una regia particolarmente ricercata, anzi, spesso la regia verrà lasciata in secondo piano in favore di una maggiore attenzione alla componente recitativa e comica, limite che comunque non gli impedirà di raccogliere apprezzamenti sia dal grande pubblico che dalla critica.

Solo un anno dopo Benigni torna al cinema affiancato da Massimo Troisi, in Non ci resta che piangere (qui la nostra recensione). Due dei comici più amati del panorama italiano si ritrovano a condividere lo spazio dietro e davanti alla macchina da presa, dando vita ad un film surreale e ironico, ad oggi considerato un cult del cinema italiano.

Basato in gran parte sull’improvvisazione dei due protagonisti, la pellicola è rimasta impressa nella memoria degli spettatori anche per via dei suoi numerosi tormentoni e scene iconiche. Tra queste, la scena della lettera a Savonarola, omaggio al film del 1950 di Camillo Mastrocinque, Totò, Peppino…e la malafemmina. Anche qui una coppia di comici prendevano parte a un film entrato nella storia e anche qui la famosa scena della lettera fu improvvisata da Totò e Peppino De Filippo.

Il piccolo diavolo

Roberto Benigni
Il piccolo diavolo (1988)

Nel 1988 è il turno de Il piccolo diavolo, pellicola in cui Benigni interpreta proprio un diavolo giunto sulla Terra per esplorare il nostro mondo. Qui ha inizio il viaggio di Benigni verso la fama internazionale, grazie alla presenza come co-protagonista di Walther Matthau, attore statunitense simbolo della commedia americana, noto anche per le sue interpretazioni in alcuni film di Billy Wilder.

L’intesa tra i due è molto forte e l’armoniosa differenza tra il carattere fanciullesco di Benigni e quello più serio e disilluso di Matthau rendono questo film uno dei maggiori successi del cinema di Benigni. In quest’opera l’autore porta avanti la sua riflessione, talvolta irriverente, sulla Chiesa, affiancandola al tema del sesso, altro fil rouge ricorrente nella sua filmografia e nella sua intera carriera e che qui si concretizza nell’ingenua attrazione che il piccolo diavolo prova per il personaggio di Nicoletta Braschi.

Johnny Stecchino e Il mostro

Roberto Benigni
Johnny Stecchino (1991)

Se quindi Il piccolo diavolo permette a Benigni di aprirsi all’internazionalità, è con i suoi film successivi che questa apertura si rafforza. Nel 1991 fonda insieme alla moglie Nicoletta Braschi la sua casa di produzione Melanco Cinematografica e tra il 1991 e il 1994 escono Johnny Stecchino e Il mostro, due film in cui Benigni racconta argomenti di sensibile attualità attraverso la chiave della commedia.

In Johnny Stecchino (qui la nostra recensione) il tema è quello della mafia, narrato attraverso la vicenda di un uomo comune che, per volontà del caso, è il sosia perfetto di un pentito siciliano. Ennesimo film diventato cult con il passare degli anni, che a sua volta ha regalato all’immaginario collettivo scene e battute iconiche. È con questo film che inizia ad emergere quella che con i successivi film diventerà tratto tipico della poetica di Benigni: vestire il dramma da commedia irriverente e giocare con i caratteri di quel dramma per arrivare a ribaltarli.

Tra attualità e commedia

Anche con Il mostro, Benigni tocca un argomento delicato, quello del mostro di Firenze, ancora una volta con la solita verve comica che mette in secondo piano la tragedia di quanto racconta. Si tratta di due film, in particolare Il mostro, che ancora una volta mostrano il limite registico di Benigni. La sua è una regia nella maggior parte dei casi anonima, che toglie parte del valore formale all’opera: se però i film non brillano mai per la tecnica cinematografica, a conquistare il pubblico è ancora il carattere istrionico del protagonista.

Infatti nel corso della sua carriera da attore, Benigni ha quasi sempre interpretato se stesso, il personaggio che ancora prima della carriera nel cinema aveva portato in teatro e in televisione. Si tratta del personaggio che il pubblico ama e che garantisce il successo della maggior parte dei suoi film. È proprio con Johnny Stecchino che per la prima volta Benigni veste i panni di una figura che gli è estranea, quella per l’appunto di un pentito mafioso senza scrupoli.

Roberto Benigni: La vita è bella

Roberto Benigni
La vita è bella (1997)

Nel 1997 Benigni è destinato ad entrare nella storia del cinema. La vita è bella è, fino a questo momento, il suo film più complesso: nasce da un processo molto simile a quello adottato per Johnny Stecchino e Il mostro, ovvero raccontare tramite la commedia un argomento fortemente drammatico.

Benigni riesce qui nell’impresa di raccontare con ironia l’olocausto: La vita è bella è un film che idealmente si può dividere in due parti, una più comica e colorata, la seconda più tragica e dai toni decisamente più cupi. Oltre ai numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, per il film Benigni vinse due premi Oscar diventando l’unico interprete maschile italiano a vincere un Oscar al Miglior attore protagonista, affiancando Sophia Loren e Anna Magnani tra gli interpreti italiani (maschili e femminili) vincitori di tale riconoscimento.

Ad oggi La vita è bella è il film italiano più visto nella storia, ma nonostante il successo è anche il film di Benigni più controverso, amato da molti ma odiato da altrettanti. Anche personaggi illustri quali Mario Monicelli o Liliana Segre hanno criticato la pellicola, contribuendo ad accrescere lo scetticismo che nel corso degli anni ha avvolto il film. Chi lo critica aspramente ne mette in evidenza le falle storiche, nonostante il film di Benigni non si presenti come un resoconto storico della Shoah, bensì come una storia dalle tinte fiabesche sull’amore di un padre (Roberto Benigni) per il figlio (Giorgio Cantarini).

La vita è bella è a tutti gli effetti uno spartiacque nella carriera del Benigni regista. Da questo punto i film di Benigni si faranno più complessi dei precedenti, sia sul piano dei contenuti che della produzione.

Pinocchio e La tigre e la neve

Roberto Benigni
Pinocchio (2002)

Questi sono anni fortunati per il Roberto Benigni cinematografico, che nel 1999 ricopre anche il ruolo di antagonista in Asterix & Obelix contro Cesare di Claude Zidi.

Passeranno cinque anni da La vita è bella prima che esca il suo successivo film da regista. Sembra che l’idea di un Pinocchio interpretato da Benigni sia nata con Federico Fellini, il quale a sua volta diresse lo stesso Benigni a fianco di Paolo Villaggio in La voce della luna (1990), occasione in cui Roberto Benigni si tolse la maschera da comico toscano per interpretare un personaggio più malinconico e sognatore.

Nel 2002 esce così Pinocchio, con cui Benigni entra nuovamente nella storia del cinema: Pinocchio di Benigni è infatti il film italiano più costoso della storia del cinema. È evidente la cura di Benigni nel ricreare un universo magico e fiabesco in cui immergere lo spettatore e ancora oggi alcune scene, come quella del pescecane, continuano a stupire per la grandezza produttiva.

Tuttavia il film si rivelò un insuccesso di critica e di pubblico, il più grande della carriera di Benigni. Dopo l’exploit de La vita è bella, il nuovo film di Benigni fu aspramente criticato soprattutto per l’interpretazione dello stesso Benigni, nonché per la discutibile scelta di affidare a un cinquantenne il ruolo del burattino protagonista.

Un tentativo non riuscito

Lo sforzo produttivo non fu quindi ripagato e nel 2005 Benigni tentò di ripetere l’impresa de La vita è bella. La tigre e la neve, il suo ultimo film da regista (almeno fino ad adesso) racconta una storia d’amore sullo sfondo della guerra d’Iraq. Ancora una volta l’amore si intreccia con un contesto storico dalla portata fortemente tragica. Purtroppo, però, anche qui gli incassi non ripagarono il grande sforzo produttivo. Il film, pur non subendo le stesse pesanti critiche di Pinocchio, non fu particolarmente apprezzato dalla critica e dal pubblico e ad oggi è considerato tra i peggiori film del regista toscano.

Roberto Benigni: oggi

Pinocchio (2019) di Matteo Garrone

A sedici anni dal suo ultimo film da regista, Roberto Benigni ha messo in secondo piano il cinema per dedicarsi maggiormente alla televisione. Tuttavia, a dispetto di chi lo ritiene ormai superato come personaggio cinematografico, negli ultimi anni lo abbiamo visto altre due volte sul grande schermo, entrambe le volte affiancato da registi di grande portata internazionale.

La prima volta nel 2012, diretto da Woody Allen in To Rome With Love. La vera rinascita, però, si è avuta nel 2019, quando Benigni si è incontrato nuovamente con l’opera di Collodi in Pinocchio di Matteo Garrone (qui la nostra recensione). La sua interpretazione di un Geppetto malinconico e amorevole è stata lodata dal pubblico e dalla critica come una delle sue migliori prove e il successo internazionale del film ha permesso al comico toscano di farsi nuovamente apprezzare anche fuori dall’Italia.

Non sappiamo come si evolverà ancora la carriera di questo personaggio. Tempo fa si vociferava di un possibile nuovo film da regista, dedicato alla figura di Dante Alighieri. È probabile che il progetto sia stato accantonato, questo però non esclude la possibilità di rivedere in futuro Benigni sul grande schermo. Alla luce di una riflessione sulla sua carriera appare chiaro come un riconoscimento quale il Leone d’Oro alla carriera sia, seppur non condivisibile da tutti, quantomeno meritato.

Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere, perché la vita senza arte è una vita a metà.

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