Parlare di Johnny Stecchino, il quarto film di Roberto Benigni, significa affrontare uno dei più clamorosi casi di rivalutazione critica della storia del cinema italiano. Uscito nelle sale nell’ottobre del 1991, il film ha avuto uno straordinario successo al botteghino, tanto da “costringere” l’Accademia del cinema italiano a consegnare allo stesso regista ed interprete, un David di Donatello speciale per gli straordinari numeri incassati: 42 miliardi di lire che ne fecero il maggior incasso italiano di quell’anno. Inoltre la pellicola fu esportata in dodici paesi, contribuendo, forse più di qualsiasi altro film precedente a La Vita è Bella, a rendere l’istrionico artista di Castiglion Fiorentino, famoso in tutto il mondo. Tuttavia, la critica del tempo accolse il film in maniera tutto sommato tiepida, convincendosi della sua straordinaria vis comica e sociale solo a distanza di anni.

Johnny Stecchino

Protagonista della vicenda è Dante Ceccarini, uomo tranquillo, autista di scuolabus per ragazzi disabili, il quale, inconsapevolmente, è il sosia del famigerato mafioso Johnny Stecchino, rintanato come un topo nella sua lussuosa villa siciliana per non essere ucciso dalle cosche rivali, dato che da poco si è consegnato allo Stato come collaboratore di giustizia. Caso vuole che la bella Maria (la solita Nicoletta Braschi), moglie di Stecchino, si ritrovi di fronte al povero Dante e ne rimanga ammaliata. Escogita così un piano ingegnoso: fingere di essere innamorata dell’autista, portarlo con sé in Sicilia e farlo uccidere, in modo che tutti pensino che Johnny Stecchino sia stato definitivamente eliminato. Dante, manco a dirlo, è la preda perfetta, e si fa abbindolare dalla donna come un bambino. Giunto a Palermo, l’uomo sarà protagonista di una serie di equivoci esilaranti e grotteschi, che esaltano la verve comica di Benigni, perfettamente calato nei doppi panni dell’ingenuo uomo medio e dello spietato quanto ridicolo mafioso mammone.

Johnny Stecchino

Il soggetto e la sceneggiatura, scritti per la seconda volta, dopo Il piccolo diavolo, con Vincenzo Cerami, rappresentano senza dubbio la punta di diamante di questa pellicola, come da sempre Benigni ha abituato il suo pubblico. Senza dubbio in certi punti la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare, con alcune lacune abbastanza evidenti, tuttavia essendo stata scritta con il semplice intento di far ridere il pubblico, come ha affermato lo stesso Benigni, essa ha perfettamente colpito nel segno, regalando agli spettatori alcune delle gag più memorabili dell’intera filmografia benignana.

Degna di lode è anche la doppia interpretazione dello stesso Benigni, magistrale come sempre nel ruolo della sua maschera, con cui da sempre gli italiani l’hanno conosciuto, ma anche fenomenale negli inediti panni di delinquente senza scrupoli (ma con poco cervello). L’aspetto che invece lascia più a desiderare, e che tra l’altro fu tra i maggiori rimproveri dei critici dell’epoca, è l’ostinazione di Benigni nel continuare a dirigere le sue pellicole, che quasi sempre coincide con un’inaspettata quanto controproducente ingenuità dietro alla macchina da presa. Se a dirigere una storia del genere fosse stato un regista più esperto e competente, probabilmente il film ne avrebbe giovato non poco. Non che la pellicola sia sgradevole, sia chiaro, ma il divario tra ciò che sta di fronte all’obbiettivo e chi lo regola, soprattutto in alcune sequenze importanti, è davvero troppo profondo.

Johnny Stecchino

Detto questo Johnny Stecchino resta uno dei capisaldi fondamentali della commedia italiana, un film imprescindibile, che ha definitivamente consacrato Benigni ad attore e autore indiscutibilmente ferrato e con un’inconfondibile poetica personale.

Tuttavia bisogna anche considerare il contesto in cui il comico toscano ha sviluppato una storia del genere. Siamo nel 1991, in pieno Maxiprocesso di Palermo, il più grande processo penale mai celebrato nel mondo, dove vennero condannati quasi tutti i “pesci grossi” delle principali famiglie mafiose dell’epoca. Un procedimento fiume, durato dal 1986 al 1992 che nacque dalla grandiosa attività del cosiddetto pool antimafia, ai cui vertici figuravano le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e che scosse l’Italia, mai come allora unanime nello schierarsi contro le mafie. Benigni, in un clima di tensione ormai acclarata (Falcone aveva già più volte espresso la sua inquietudine di fronte agli sviluppi cui Cosa Nostra si stava preparando), riesce a confezionare una pellicola di profondissima ironia nei confronti del mondo mafioso degli uomini d’onore, e raggiunge il suo scopo sfruttando al massimo l’ingenuità del povero Dante, protagonista suo malgrado di attentati di ogni sorta, senza per giunta rendersene conto. Esilarante e memorabile è la scena del furto della banana, quando l’ingenuo toscano pensa che i colpi di mitraglietta che gli vengono sparati contro siano dovuti a quella bravata tutto sommato innocente. Riesce, insomma, a mettere alla berlina una categoria che in quegli anni spaventava molto i cittadini italiani (le stragi del ’92 confermano questo fatto).

Compie in questo modo, con il suo Johnny Stecchino, un’operazione simile, seppur con le proporzioni dovute quando si mettono sotto la lente d’ingrandimento i geni indiscussi del cinema, a quella che compì Charlie Chaplin nel 1940, agli albori della seconda guerra mondiale, con il suo Il grande dittatore, parodia modernissima e profetica della follia omicida del dittatore della Germania Nazista, nel film trasformato nel tragicomico Adenoid Hynchel. Oltretutto, anche in quel caso si assisteva a un doppio ruolo del protagonista e a una confusione dei ruoli, con una straordinaria efficacia comica. Entrambi riescono a fare ridere su argomenti e in situazioni tutt’altro che comiche. Forse non è nemmeno del tutto casuale che la risoluzione della storia di Johnny Stecchino avvenga in una bottega di barbiere, il lavoro che fa Charlie Chaplin nel film del ’40.

Johnny Stecchino

Ma dal punto di vista delle contaminazioni presenti in Johnny Stecchino, quella che salta indubbiamente più all’occhio è senza dubbio quella che riguarda il film Totò a Parigi, diretto nel 1958 da Camillo Mastrocinque. Anche questa pellicola, considerata una delle peggiori di sempre con protagonista il comico napoletano, gioca infatti sul doppio ruolo del protagonista e sul tentativo di eliminazione dell’inerte sosia da parte del più potente. Tuttavia il film di Benigni supera di gran lunga quello di Totò, considerato da molti una sorta di ispiratore di Johnny Stecchino, seppur mai dichiarato apertamente. Se infatti il Principe della risata si limita a compiere le sue solite mossette da burattino per strappare qualche risata al suo pubblico “ammaestrato”, Benigni va indubbiamente oltre, creando numerose gag ex novo, mettendosi in gioco, sperimentando nuove idee per colpire gli spettatori in generale, anche quelli che non lo idolatravano (e all’epoca non erano pochi). La sceneggiatura, per altri versi, come già detto, superficiale, in questo senso è sensazionale ed estremamente pungente. Si pensi ad esempio al modo in cui viene sviluppato, lungo tutto il corso della pellicola, il tema della cocaina, che in quegli anni cominciava a fare la sua comparsa sui giornali con numerosi scandali. Viene presentata la prima volta dallo zio come una medicina sudamericana contro il diabete, e da quel momento Dante la somministra, ingenuamente, ogni volta che ce n’è bisogno, mettendo anche in profondo imbarazzo ministri e vescovi. La scena finale con Dante che dà un po’ di quella polvere miracolosa al suo amico Lillo, ragazzino con la sindrome di Down, fece talmente scalpore da essere tagliata nella versione americana del film.

Insomma Benigni non rinuncia, con Johnny Stecchino, al suo lato profondamente dissacrante e politicamente scorretto, senza però risultare monotono o poco innovativo. L’esito finale è davvero splendido e il fatto che la maggior parte dei critici che, alla sua uscita nelle sale, avevano massacrato il film siano ritornati sui propri passi comprendendo l’importanza che questa pellicola ha assunto, soprattutto per gli spettatori, dimostra come il comico toscano, come il vino, migliori con il passare del tempo.

Voto Autore: 4 out of 5 stars