
Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003) è un film scritto, diretto e montato da Kim Ki-duk. Si tratta del nono lungometraggio del regista coreano, tragicamente scomparso nel 2020. Nel cast è presente Oh Yeong-su (celebre per il ruolo del giocatore 001 in Squid Game). Il film è giunto in Italia l’11 giugno 2004.
Prima del famigerato Ferro 3, Kim Ki-duk realizza Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera come un mandala cinematografico. Un cerchio che si chiude su sé stesso e che, nel suo ripetersi, riesce a mutare. La struttura stagionale diventa dispositivo narrativo e simbolico, ma anche un modo per rappresentare la ciclicità dell’esistenza e l’impossibilità di sfuggire completamente alla natura umana.
Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera – Trama
La storia segue la vita di un monaco e del suo giovane discepolo. I due vivono isolati in un eremo galleggiante su un lago che sembra sospeso fuori dal tempo. Ogni stagione rappresenta una fase della crescita del ragazzo – dall’innocenza inconsapevole alla scoperta del desiderio, dalla caduta alla ricerca della redenzione ed infine alla rinascita. Ogni segmento del film funziona come un capitolo autonomo; al contempo, l’opera costruisce una serie di ripetizioni che ripropongono gli stessi luoghi e rituali, identici in apparenza ma profondamente diversi nel significato.
Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera – La potenza della simbologia
Il film, come spesso avviene nella produzione cinematografica e televisiva coreana è costellato di una fitta simbologia che torna a più riprese nel film.
L’uso continuo dei volti coperti diventa una metafora di spiritualità e penitenza. Privato dell’identità un viso può rappresentare tutta l’umanità superando le limitazioni di un volto ben preciso. Al contempo però emerge l’emotività che si cerca di superare tramite la penitenza come a testimoniare che il dolore e i sentimenti umani non possono però essere mai completamente celati.

Un altro mezzo simbolico del film sono gli animali, sempre presenti nella filmografia del regista coreano. La scena in cui il giovane discepolo lega sassi agli animali per gioco mostra un gesto dalle gravi conseguenze che non può lasciarci indifferenti. In questo modo viene mostrata la capacità puramente umana di arrecare sofferenza mostrandoci uno spaccato di una delle sue vere nature. Questo tipo di violenza rappresenta un peccato originale che molti di noi, a livello inconscio, hanno sfiorato almeno una volta nella vita.

La ciclicità della narrazione, insieme alla ripetizione simbolica, permette allo spettatore di riflettere sulla condizione umana in tutta la sua complessità, confermando la maestria del regista nel trasformare ogni gesto e ogni immagine in una lezione di vita silenziosa ma potente.
Tra mito e voce autoriale
Uno dei punti di forza del film è la sua capacità di collegare una dimensione mitica e archetipica ad una voce lirica e personale. La storia del monaco che guida il suo discepolo affonda nella notte dei tempi e riecheggia le narrazioni iniziatiche. Mantiene un tono intimo, quasi diaristico, che avvicina lo spettatore alla vita dei personaggi. Kim Ki-duk mostra il rapporto maestro-allievo come un conflitto eterno tra pulsione e disciplina, desiderio e ascetismo, corpo e spirito. Il film esplora il conflitto centrale della filmografia del regista: superare passioni profonde che portano a violenza e ossessione, seguendo un percorso spirituale salvifico.
All’inizio del film, il giovane discepolo segue le proprie pulsioni senza consapevolezza. Dalla tortura “per gioco” degli animali alla scoperta del desiderio e dell’amore, fino all’autunno, quando appare trasformato in un uomo consumato dall’ira. Solo in inverno, il protagonista, interpretato dallo stesso Kim Ki-duk riesce a disciplinarsi e acquisisce una prospettiva nuova, capace di comprendere e abbracciare l’intero percorso della propria vita.

Il film segue questo conflitto principale anche nell’ultima parte ossia il ritorno della primavera. Proprio qui traspare una condanna verso la natura umana: un fatalismo che mostra come l’uomo ripeta istintivamente comportamenti comuni, derivati dai propri impulsi. Il prezzo del proprio equilibrio, che non ci è donato dalla nascita, giungerà soltanto attraverso un lungo e tortuoso cammino.
Conclusione
Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è un film che parla sottovoce ma lascia un segno netto. È un racconto di formazione, una parabola morale, una meditazione sul dolore e sulla possibilità di trascenderlo. Kim Ki-duk firma un’opera a metà tra una favola mitologica ed immaginaria ed un film molto reale, crudo e in cui tutti possono rivedersi. I suoi personaggi vengono osservati con compassione e severità. Ci ricorda che la consapevolezza nasce dalla ripetizione degli errori e dal confronto con il lato oscuro di noi stessi. La via verso la luce è lenta e faticosa, ma indispensabile per la crescita.
Guardare questo film significa confrontarsi con un film magistrale, un’opera rarissima nella sua capacità di emozionare e, allo stesso tempo, far pensare. Kim Ki-duk spinge lo spettatore a interrogarsi sulla propria natura, suscitando un turbamento profondo che si trasforma gradualmente in una riflessione meditativa sull’io interiore.
Per approfondire la filmografia del regista, leggi qui la recensione del suo ultimo film.
