Call of God, l’addio di Kim Ki-duk

Presentato fuori concorso alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Call of God è l’ultimo film del grandissimo Kim Ki-duk, regista di nazionalità sudcoreana due volte trionfatore a Venezia (nel 2004 con il Leone d’Argento alla miglior regia per Ferro 3 e nel 2012 con il Leone d’Oro per il film Pietà) scomparso nel 2020 per complicanze dovute al COVID-19. Lo spirito di Kim ki-duk torna quindi a calcare il Lido di Venezia, questa volta con un film non di produzione asiatica, ma prodotto da paesi est europei, quali Estonia, Kirghizistan, Lettonia. L’opera è stata completata dai collaboratori più stretti del regista dopo la sua morte, questo per mostrare a tutto il mondo non solo l’ultimo progetto, di quello che è stato uno dei maestri del cinema asiatico del 21° secolo, ma anche per omaggiarlo e rendergli il giusto tributo.

Call of God, trama

Una ragazza, mentre percorre le vie della città, incontra un uomo che chiede indicazioni riguardanti un bar della zona. I due raggiungono subito una forte alchimia, e in una manciata di giorni nasce tra loro una relazione amorosa malata, caratterizzata da abusi, forti gelosie e alienazione verso il mondo esterno. Il tutto viene però ripetutamente interrotto da uno squillo di telefono della giovane. Dietro la cornetta si fa sentire una voce sconosciuta, che comunica alla ragazza che sarà sua la scelta se continuare questo rapporto pieno di luci ma di altrettante ombre, o se terminarlo e far sì che esso non sia mai esistito.

Un sogno che si trasforma in un incubo, un incubo dal quale non si vuole uscire

Una storia che viaggia sui binari dei sogni e della realtà, guidata dalla voce di Dio, una voce che mostra il futuro che si presenta davanti, il quale è frutto di scelte personali. La ricerca dell’amore, un sentimento tanto bello quanto annebbiante, che spesso nasconde la vera natura di noi stessi e del partner tanto amato. Un sentimento talmente forte, che può diventare una prigione dorata dal quale difficilmente si vuole evadere. Vale la pena vivere un qualcosa di tanto bello quanto logorante, e soprattutto avendone l’occasione vale la pena ripete le scelte passate per rivivere quel sentimento?

Con questi temi e quesiti ci lascia Kim Ki-duk, un regista che negli anni ha sempre cercato di scavare nell’animo umano, mostrandone le fragilità, e i lati più nascosti. Il maestro sudcoreano non si smentisce, e in questa piccola pellicola in bianco e nero della durata di 80 minuti circa egli mette al centro del racconto una donna (Zhanel Sergazina) che viene colpita da un amore fulmineo che non aveva mai provato. Questo la porta a non rendersi conto delle gelosie del proprio partner (Abylai Maratov), un uomo geloso, violento, che pian piano trasforma la protagonista, portandola ad assomigliare sempre di più al proprio carnefice.

Il tutto sembra però essere solamente frutto di un sogno premonitore, una situazione onirica spesso interrotta dalla chiamata di un uomo, probabilmente il modo in cui il regista sceglie di rappresentare Dio, che comunica alla ragazza che quello che sta vivendo a occhi chiusi non è altro che ciò che avverrà la mattina seguente, ed è sua la scelta se tornare a dormire e continuare a vivere l’incontro, l’amore e il tormento che in seguito diverranno realtà, o se svegliarsi, farsi una doccia e chiudere per sempre con quella storia.

Inutile dire che il vero protagonista di Call of God è proprio l’amore, un sentimento che qui viene mostrato in tutte le sue forme. Abbiamo l’amore violento e possessivo del protagonista, che cerca di portare la ragazza in un mondo in cui gli occhi di lei possono incrociare solo il suo sguardo. Vi è poi l’ingenuità e la dolcezza della ragazza, che come detto precedentemente, viene colpita da un sentimento fulmineo, che cresce in lei molto velocemente e pian piano la trasforma, instaurando nella sua mente molti dubbi e poche certezze. Vi è infine anche spazio per quelle forme amorose più estreme e irrazionali, che una volta chiuse possono portare al compimento di atti estremi come il suicidio.

Tutto questo viene messo in scena da due ottimi interpreti, qui alla loro prima performance, i quali guidati da una regia che si mette al loro servizio riescono a trasmettere tutta la sofferenza, il dolore, ma anche la gioia e dipendenza frutto del loro amore.

Un film davvero profondo, che nonostante l’esiguo budget e le difficoltà produttive date dalla morte del proprio creatore, è riuscito a veder la luce grazie a un lavoro attento e ben fatto, volto a portare in sala l’ultimo vero film di Kim Kiduk, con le tematiche e le caratteristiche tipiche del suo cinema, e non un opera estranea, senza nessuna firma autoriale, come spesso accade con i film postumi, molte volte distanti dal regista che inizialmente li aveva progettati.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Kim Ki-duk ci lascia con una storia d'amore tormentata, un amore tossico, un sogno dal quale però non ci si vuole svegliare.
Davide Secchi T.
Davide Secchi T.
Cresciuto a pane e cinema, il mio amore per la settima arte è negli anni diventato sempre più grande e oltre a donarmi grandissime emozioni mi ha accompagnato nella mia maturazione personale. Orson Welles, Ingmar Bergman, Akira Kurosawa e Federico Fellini sono gli autori che mi hanno avvicinato a questo mondo meraviglioso.

ARTICOLI RELATIVI

ULTIMI ARTICOLI

Call of God, l'addio di Kim Ki-dukKim Ki-duk ci lascia con una storia d'amore tormentata, un amore tossico, un sogno dal quale però non ci si vuole svegliare.