domenica, 21 Giugno, 2021

Nodo alla gola

Nel cinema di Alfred Hitchock la finestra è sempre stata un elemento narrativo di notevole importanza. Basti pensare (ovviamente) alla finestra attraverso cui Jeff si fa spettatore delle vite dei suoi vicini in La finestra sul cortile, oppure alla finestra di casa Bates in Psyco, oltre la quale si staglia l’inquietante sagoma della signora Bates. Un’altra finestra meritevole di menzione è quella che accompagna lo spettatore lungo gli ottanta minuti di Nodo alla gola (Rope in originale). La grande finestra presente in questo film scandisce il tempo della narrazione attraverso il progressivo oscurarsi del paesaggio, dalla luce del tramonto fino al buio della notte.

Nodo alla gola

Nodo alla gola (1948), tratto dall’omonima opera teatrale di Patrick Hamilton, il quale a sua volta si ispirò ad un reale fatto di cronaca, racconta la storia di due amici che decidono di commettere il delitto perfetto. Vogliono dimostrare a loro stessi di essere intellettualmente superiori a tal punto da poter uccidere un uomo e restare impuniti. Il film prende l’avvio da questo gesto folle e ne racconta gli ottanta minuti seguenti, durante i quali i due protagonisti ricevono ospiti a cena e, per sfidare ulteriormente la sorte, decidono di servire le pietanze proprio sopra il baule in cui hanno nascosto la loro vittima.

È la certezza di non essere scoperti, l’arroganza, a guidare il gesto dei due protagonisti, interpretati da John Dall e Farley Granger. Sono due personaggi molto diversi, eppure complementari. Brandon (John Dall) è un uomo cinico, freddo, fermamente convinto che esistano uomini superiori ad altri e quindi meritevoli di scegliere chi deve morire e chi deve vivere. Philipp (Farley Granger) invece, è un individuo fragile, che si lascia guidare dalle circostanze. Non crede fino in fondo alle teorie di Brandon, ma si lascia persuadere dal suo piano omicida, per pentirsene subito dopo.

C’è un terzo personaggio, a completare un ideale triangolo perfettamente riassunto dall’inquadratura finale del film. Si tratta di Rupert Cadell, interpretato da James Stewart, uno degli invitati alla cena. È stato l’istitutore dei due protagonisti quando questi erano in collegio ed ha contribuito a far crescere in loro le folli teorie da cui sono guidati. Nel confronto finale tra lui e Brandon emerge quella che però è la profonda differenza tra chi quelle teorie le ha solo formulate e chi invece le ha messe in pratica. Rupert e Brandon non sono così diversi, anzi si potrebbe dire che siano due facce della stessa medaglia, eppure mentre il primo è conscio dell’esistenza della cattiveria umana ma sa che essa deve essere tenuta a freno nella società civile, il secondo sceglie di abbandonarsi al richiamo allettante di quella stessa cattiveria. Brandon pecca di hybris, elevandosi a qualcosa di più di un uomo e proprio la sua arroganza lo porta, inevitabilmente, ad essere scoperto.

Nodo alla gola

Tralasciando per un momento la storia raccontata, però, Nodo alla gola viene ricordato soprattutto per la tecnica cinematografica. Ancora prima dei recenti Birdman o 1917, a giocare con il montaggio per simulare una continuità di ripresa ci pensò nel 1948 proprio Alfred Hitchcock con quest’opera. Il film infatti si compone di dieci piani sequenza, i più dei quali legati tra loro così da sembrare un’unica ripresa. Per ottenere questo risultato Hitchcock fece passare la macchina da presa alle spalle di un personaggio o di una superficie scura tra un piano sequenza e l’altro, così da nascondere lo stacco. In questo modo la durata della storia corrisponde perfettamente alla durata della narrazione e il tempo viene scandito dal progressivo oscurarsi della luce al di fuori della finestra. Questa scelta nacque dalla volontà di rifarsi fedelmente alla pièce teatrale originale, in cui l’azione aveva un andamento continuo dall’inizio alla fine, senza interruzioni.

Nella famosa intervista di François Truffaut a Hitchcock, il regista britannico si mostrò profondamente critico nei confronti della propria scelta di girare il film come fosse un’unica lunga inquadratura, definendola addirittura un errore. L’idea di una continuità di ripresa, infatti, andava contro i principi di Hitchcock riguardo alle potenzialità del montaggio. Per non tradire fino in fondo le sue teorie, il regista studiò con precisione tutti i movimenti di macchina e i movimenti degli attori così da ricalcare esattamente il suo modo abituale di scegliere le inquadrature per il montaggio.

Nodo alla gola

Ma al di là di questi dettagli, la potenza registica messa in gioco in quest’opera si lega ad una narrazione che col passare dei minuti aumenta la tensione fino al finale. La scelta di girare il tutto come fosse un’unica (o quasi) lunga inquadratura riesce innanzitutto a far sentire lo spettatore all’interno delle quattro mura in cui si svolge la vicenda. Lo spettatore è partecipe di quello che vivono i protagonisti, il suo sguardo (quello della macchina da presa) segue ogni loro azione e con l’avanzare della vicenda, la stessa angoscia provata da Brandon e Philipp si riflette anche in chi guarda. Lo spettatore finisce per identificarsi prima con Philipp, il più fragile della coppia, colui che intuisce per primo quale pericolo incombe su entrambi. Solo sul finale, quando tutti i nodi vengono al pettine, il punto di vista assunto dallo spettatore non può che essere quello di Rupert ed è allora che gli altri due personaggi vengono messi da parte. La macchina da presa indugia su Rupert, è lui al centro dell’inquadratura, fino all’ultimo secondo.

Nel corso degli ottanta minuti che compongono Nodo alla gola, i personaggi cambiano, così come cambia la percezione dello spettatore sugli eventi rappresentati. Lo spettatore è con i due protagonisti, vive il loro stesso tempo e la vicinanza è tale che, per un momento, prima del gran finale, arriva quasi a sperare che il loro delitto non venga mai scoperto.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Un film in cui la tecnica cinematografica si fa spartiacque per tutto ciò che verrà dopo. Alfred Hitchock firma uno dei suoi film più interessanti, un'opera che racconta l'arroganza umana attraverso una messa in scena che ancora oggi continua a stupire ed emozionare.
Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere, perché la vita senza arte è una vita a metà.

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