Vincitore di quattro premi Oscar nell’edizione del 2015, Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) è il sesto lungometraggio del regista, sceneggiatore e produttore messicano Alejandro Gonzales Iñarritu. Pensato e realizzato come un esperimento cinematografico, il film del 2014 sfida interpreti, set e operatori con un lunghissimo (e illusorio) piano sequenza, sfruttando le tecniche adottate dal maestro dell’orrore Alfred Hitchcock nel suo Nodo alla gola del 1948. Il montaggio finale, infatti, non prevede stacchi narrativi se non nella fase introduttiva e in quella precedente all’epilogo, in cui viene smorzato il concetto di realtà a favore della verosimiglianza che caratterizza la settima arte.

Birdman

La cometa e la medusa, che segnano l’incipit e la fine delle vicende, restano frammenti narrativi individuali ma, allo stesso tempo, rappresentano attimi riconducibili allo scorrere del tempo nel film. Mentre la cometa si avvicina ad una superficie sferica e la medusa perde le sue funzioni vitali, l’esistenza di Riggan Thomson (Michael Keaton) subisce una mutazione. Questo circolo vitale chiuso viene riempito dall’ego del protagonista, che altera la realtà a seconda della sua percezione. Iñarritu pone in primo piano questa ingombrante presenza attraverso l’uso del piano sequenza, unico espediente cinematografico capace di esprimere la soggettività legata al qui e ora. Le carrellate morbide passano da lunghi campi a primi piani coreografati che ricordano il cinema di Bergman (in cui il primo piano di due protagonisti occupano una stessa inquadratura),rendendo alcuni attimi estremamente intimi. Il risultato finale è simile alla vita reale, senza tagli di scena e cuciture di montaggio, e al mondo del teatro, in cui lo sguardo dello spettatore segue senza sosta i corpi degli attori, ma con il vantaggio che solo il cinema possiede, di avvicinarsi per vedere meglio. La narrazione, a differenza dei punti precedenti, non è sviluppata in tempo reale ma viene accelerata, e anche i dialoghi diventano frenetici e spesso si accavallano l’un l’altro. Ma a rincarare la dose narcotica è l’intreccio del film: Raggie Thomson dirige e interpreta uno spettacolo teatrale nella speranza di staccarsi dall’eroe alato (Birdman) che lo ha portato alla notorietà. Lo spettatore, a sua volta, viene immerso in un’esperienza triplicata di teatro nel teatro al cinema.

Birdman

L’instabilità del protagonista oscilla tra lo scontro interiore con Birdman, quello esteriore con il coprotagonista (o antieroe) Mike Shiner (Edward Norton) e quello laterale con i personaggi femminili. Il primo rapporto a subire una crisi è quello tra i due uomini. Raggie è un interprete metodico che cerca di rendere la finzione una verità accettabile, Shiner invece, che come suggerisce il nome ‘riflette la luce’, non crede che la finzione sia un buon espediente per rappresentare la realtà e, essendo un talento naturale, si cimenta totalmente nella recitazione. E se Raggie riesce ad evadere dal suo essere solamente quando è sul palcoscenico, Shiner ritrova la sua personalità ogni volta che si esibisce di fronte a una platea di spettatori. La restrizione del primo diventa un limite per la sregolatezza del secondo, e viceversa. Ma la vera battaglia da combattere, per Reggie, resta ancora quella contro sé stesso.

È così che anche lo stile registico si sdoppia, condividendo il caos dei pensieri di Raggie e contrapponendosi all’autocontrollo che l’uomo si prefigge di mantenere all’estero del suo camerino. Il trambusto interiore viene riproposto anche nei corridoi angusti e spasmodici del teatro, che azzerano la percezione stabilita con lo spettatore nel momento in cui i protagonisti cominciano a muoversi freneticamente al loro interno. Ma la predominanza di uno stile sull’altro si manifesta nettamente nel momento clou del film, in cui immaginazione e magia spalancano le porte al fantasma di Birdman. L’uomo uccello acquista potere assoluto su Raggie che, timidamente, indietreggia per lasciar i riflettori puntati sul suo alter ego.

Birdman

Tutta la narrazione ruota intorno ad un unica domanda: cos’è la realtà, cosa è reale e cosa invece non lo è. Ciò che siamo è la realtà? La percezioni che abbiamo di noi stessi è reale? O lo è di più quella che hanno gli altri di noi? Iñarritu sceglie di non rispondere (anche se accosta il protagonista e il suo ego a Icaro, entrambi infatti si accordano per quella che sarà la loro ultima esibizione, un’uscita di scena in grande stile che comprende il sacrificio finale, come è previsto per il personaggio della mitologia greca). Il film tramuta in follia soggettiva in cui ogni spettatore è libero di credere nella propria realtà e, come lo spettacolo di Raggie, anche Birdman può essere definito un film che genera una nuova ondata espressiva di super realismo “in cui il sangue scorre letteralmente e metaforicamente dal palco alla platea” (scriveva il critico teatrale in merito allo spettacolo di Brodway). Inusuali ma apprezzate sono le citazioni esplicite, in particolare al cinema di fantascienza e dei supereroi -che fungono da attenuante nei dialoghi surreali tra i protagonisti – e l’omaggio a Martin Scorsese, che non viene scomodato a caso, ma è legato alla scelta di Iñarritu di utilizzare lunghi piani sequenza. Infine, il cast ha superato di gran lunga le aspettative e, per quanto possa sembrare assurdo, i personaggi fittizi ricordano gli interpreti originali: Michael Keaton, come Reggie Thomson, è stato un supereroe nel Batman di Tim Burton; ed è risaputo che Edward Norton, come Mike Shiner, è un impeccabile attore ma con una personalità spigolosa.
A classificare il lavoro di Iñarritu come un opera a tutto tondo è l’accompagnamento musicale della batteria, che accentua e scandisce il ritmo della narrazione e la precarietà del personaggio principale.

Voto Autore: 4 out of 5 stars