sabato, 21 Giugno, 2021

1917 di Sam Mendes

1917, 6 aprile. Un campo di fiori e un sole caldo che si affaccia oltre la sottile linea dell’orizzonte. Stesi nella bucolica campagna francese, ci sono i caporali inglesi William Schofield (George McKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman), ignari di quanto sta per accadere loro. Inizia così 1917, il nuovo capolavoro firmato Sam Mendes (Skyfall e Spectre), che vanta nel cast anche Colin Firth, nei panni del generale Erinmore, e Benedict Cumberbatch in quelli del colonnello Mackenzie.

Candidato a dieci premi Oscar, è il favorito vincitore al “Miglior Film” per l’Academy il prossimo 8 febbraio.

I due interpreti protagonisti non hanno una fama hollywoodiana alle spalle. «Con attori famosi c’era il rischio – ha detto Mendes – che il pubblico tendesse a guardarli come si guardano degli eroi». In questa guerra gli eroi non esistono, non ci sono vie di fuga.

1917
Da sinistra, George McKay e Dean-Charles Chapman

Per i due commilitoni il compito è uno solo: consegnare un dispaccio al secondo reggimento Davon, impegnato sul fronte, per avvertirli di annullare l’attacco imminente. Una trappola attende i 1600 soldati del plotone, in quanto l’esercito tedesco è pronto alla controffensiva.

Per i due parte allora una spedizione attraverso la “terra di nessuno”, quel luogo di mezzo che è poi emblema di un film che tiene sempre in tensione, che alza i battiti del cuore a ogni scena.

In 1917 nessuna scelta è casuale. Il 6 aprile, data di svolgimento dell’intero film, segna l’ingresso degli Stati Uniti in guerra contro la Germania. La linea dietro cui si è ritirato l’esercito tedesco è invece quella Hindenburg dove i soldati di Berlino si ritirarono dopo la battaglia della Somme.

1917
I due protagonisti devono attraversare chilometri di “terra di nessuno”

Elementi rilevanti della Grande Guerra, ma Schofield e Blake non lo sanno. Conoscono solo quello che viene detto loro all’interno delle fredde e umide trincee.

La speranza è pericolosa. Questa guerra può finire in un unico modo. Vince chi sopravvive

Ciò che colpisce prima di tutto in 1917 è la scelta cinematografica di Sam Mendes: l’intero film è girato come se fosse un unico piano sequenza, ossia una sola inquadratura segue i protagonisti dall’inizio alla fine.

Ruota attorno a loro, vede ciò che vedono loro e a volte anticipa la vista dei protagonisti. Una danza, per citare ancora Mendes nella sua intervista al The Washington Post, tra attori, regista e cinepresa.

1917
George McKay in una scena del film di Sam Mendes

Una scelta singolare, ma non banale. Una tecnica fluida per raccontare la guerra statica per eccellenza. Regista e cast hanno trascorso sei mesi sul set ancora prima di iniziare a girare, così da mettere a punto ogni dettaglio. Costruire un chilometro di trincea per permettere una delle scene più belle dell’intero film ha richiesto tempo e denaro. Inoltre, girando in piano sequenza, tutto deve essere calcolato al secondo, al centimetro, per essere in sincrono perfetto con la sceneggiatura finale.

Un secondo può cambiare tutto cinematograficamente, come nella vita. Un colpo sparato in anticipo può fare la differenza fra la vita e la morte. 1917 è una metafora continua, che, se colta, rende tutto ancor più introspettivo e coinvolgente. Un film bellico dove la guerra è il sostrato latente, a tratti anche nascosto, che segna il destino della gente.

1917 accompagna per le due ore di durata i suoi protagonisti, senza mai andare oltre o mostrare eventi contemporanei alla sceneggiatura principale. Quello che conta è mettere in risalto le emozioni, renderle manifeste. Per vedere un conflitto bisogna attendere la fine del film, prima c’è spazio solo per gli orrori e le sensazioni dei soldati.

Ansia, paura, angoscia, terrore. E ancora, fratellanza, amicizia, devozione. Una fotografia macchiata di sangue, una scritta incisa con una calligrafia tremante sul retro. “Ti prego, torna da noi”. Anche se molti sanno di non poter mantenere quella promessa, la leggono sempre, tenendola vicina al cuore.

I due protagonisti in una delle scene più toccanti, di fronte a un giardino di ciliegi in fiore

Tanto dolore, intervallato anche da geniali intermezzi narrativi dal sentore poetico. I fiori candidi e bianchi di ciliegio che “piovono” sui corpi galleggianti nei fiumi rappresentano quel confine sempre labile tra bene e male, mostrando che la delicatezza e la dolcezza possono fare breccia anche nel posto più buio del mondo.

C’è spazio anche per le famiglie civili, perché la guerra non risparmia nessuno. Non fa prigionieri. E così l’incontro di Schofield con la tenera Laurie (Claire Duburcq) e la bambina fra le sue braccia, anche se breve, risulta di un’intensità ancestrale, nascosta nell’antro più intimo dell’uomo.

E come tutto ha avuto inizio in un campo di fiori, anche l’ultima scena si ambienta sotto un albero, col sole rosso all’orizzonte. Perché la vita è un ciclo continuo, un piano sequenza di Dio, che si può interrompere e inceppare, ma trova sempre il modo di andare avanti.

Voto Autore: [usr 4,5]

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