lunedì, 20 Settembre, 2021

Minari, recensione del film di Lee Isaac Chung

Al suo quarto lungometraggio, Lee Isaac Chung ottiene il successo con Minari, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e candidato a sei Oscar, tra cui miglior film e migliore sceneggiatura originale. Atteso nelle sale italiane il 26 aprile alla loro riapertura, Minari vede tra i suoi produttori Brad Pitt e la sua Plan B Entertainement, con alle spalle ormai una lunga lista di successo come 12 Anni Schiavo, Moonlight, Vice e Beautiful Boy.

Minari

Minari e l’emigrazione coreana

In viaggio dalla costa occidentale, Minari racconta la storia di una famiglia coreana che si trasferisce nella profonda campagna rurale dell’Arkansas per seguire i sogni del padre e costruire una fattoria che produca ortaggi tipici della cucina coreana. Monica, moglie di Jacob, vede con grande preoccupazione la nuova avventura e considera il sogno del marito l’ennesimo sforzo che li porterà alla bancarotta. Della famiglia fanno parte anche Anne, una ragazza intelligente e premurosa, e David, un bambino impulsivo con una grande voglia di esplorare, limitata però da un pericoloso soffio al cuore che lo costringe a continui controlli. Infatti sarà il pericolo per la salute di David, incustodito durante il lavoro dei genitori, a convincere Jacob ad accogliere nella sua casa la madre di Monica, Soon-ja.

Minari si articola attorno a pochi eventi sui quali la cinepresa si sofferma tutto il tempo necessario. Nella reinterpretazione autobiografica di Lee Isaac Chung, cresciuto nella campagna dell’Arkansas, sono soprattutto i concetti di famiglia e di integrazione ad assumere il ruolo di protagonisti della narrazione. Infatti Lee Isaac Chung mostra abilmente lo scontro tra la cultura americana e quella coreana e il profondo desiderio della famiglia Yi di inserirsi in una comunità senza perdere le proprie radici. Il conflitto culturale viene assunto come pietra cardine del rapporto tra David e Soon-ja, due generazioni a confronto. Da una parte David, un bambino solitario alla ricerca di compagnia che vede nella nonna solo una vecchia signora che “puzza di Corea”. Dall’altra Soon-ja, una donna con il volto solcato dagli anni, un carattere estroverso e poco convenzionale. Di certo non in linea con ciò che David pensava sarebbe stata una nonna.

Minari

La favola della famiglia

In Minari Jacob, interpretato da Steven Yeun e candidato all’Oscar come migliore attore protagonista, lotta con tutte le sue forze per uscire vincente contro ogni avversità del destino. Padre di famiglia, vede negli antenati un’eredità che non può essere dimenticata e nei figli una possibilità di riscatto che solo i soldi possono avverare. Ma i soldi non possono sostituire l’affetto, la presenza e le diverse priorità generano continui litigi tra Jacob e Monica. Nella famiglia, Soon-ja irrompe sulla scena assumendo sembianze quasi magiche. Tutrice di David, è proprio il bambino a rivelarsi l’eroe che sconfigge i mali della vita e, porgendo una mano, abbraccia ciò che aveva sempre rifiutato.

Minari si trasforma rapidamente in una favola nella quale il vero enigma è comprenderne il centro, il punto attorno a cui tutto ruota. Lunghi squarci di panorami infiniti generano immaginazioni che il registra controlla, anteponendole molto spesso alle parole, meno immediate, cariche sì di significati ma nelle quali le emozioni devono essere rintracciate con attenzione. Quando in Minari la cinepresa si poggia sulla distesa della pianta omonima coltivata dalla nonna, si comprende che, in fin dei conti, qualsiasi cosa accada nella vita quotidiana è semplicemente passeggera. La distesa di Minari cresce valicando qualsiasi ostacolo senza alcun aiuto, sempre presente e in attesa che, tra le mille distrazioni, le si rivolga lo sguardo. Oltre il torrente, come la famiglia, la cultura, le origini, la pianta aromatica cresce nella speranza di essere colta e, solo allora, le false priorità potranno svanire tra le fiamme.

 

PANORAMICA RECENSIONE

regia
sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Minari mette in scena una vera e propria favola che conduce lo spettatore in una grande allegoria della famiglia, dell'integrazione e delle origine, trasportando le emozioni su un piano enigmatico.
Lorenzo Sangermano
Laureato in scienze filosofiche, ho una passione per Calvino, Paul Thomas Anderson, Meryl Streep e i film horror psicologici. Cerco sempre la complessità, che sia in un teen drama o in una pellicola d’autore.

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