Sono passati cento anni da Metropolis, dalla città ideata da Fritz Lang e Thea von Harbou, dal film sono appena novantanove anni. Cosa resta di un film muto (qui una classifica sui dieci più influenti) e cosa resta da dire un secolo dopo è la domanda da porsi. Molto, moltissimo si è detto di un’opera che ha davvero aperto le porte a un (anche più di un) genere.
Per certi versi Metropolis è un film che si è moltiplicato. Le possibilità infinite del muto sono state sfruttate per versioni con colonne sonore differenti. Un’opportunità colta negli anni ’80 da Giorgio Moroder, poi da Philip Glass e da Jeff Mills. Nel 2008 una versione contenente quasi tutto il girato che si credeva perduto è stato rinvenuto a Buenos Aires.

Metropolis – trama e cast
L’anno è il 2026, la città di Metropolis è dominata da un gruppo di ricchi industriali. Il capo di questi industriali, Joh Fredersen (Alfred Abel) vive in cima al grattacielo più alto della città. Suo figlio Freder (Gustav Fröhlich) vive in un giardino simil-Eden, popolato da diverse ragazze. La sua vita viene sconvolta quando proprio nel giardino si introduce Maria (Brigitte Helm) con al seguito i figli degli operai. Freder segue le donna nei bassifondi della città, dove si avvede delle condizioni dei lavoratori. Resosi conto che Joh non ha intenzione di cambiare la situazione, decide di confondersi tra gli operai. Esausto dopo un interminabile turno di lavoro, viene raggiunto da un altro operaio che non riconoscendolo lo invita a scendere nel sottosuolo della città.
Qui Freder e gli altri operai vengono accolti proprio da Maria. La donna racconta di come la città sia costruita sulle iniquità e la fatica degli operai, predicendo l’avvento di una figura che supererà queste diseguaglianze. Gli operai non restano particolarmente colpiti, a eccezione proprio di Freder che si innamora, ricambiato, della donna. Intanto Joh si reca dal professor Rotwang (Rudolf Klein-Rogge) inventore delle macchine della città. I due erano innamorati della stessa donna, Hal, morta di parto nel dare alla luce Freder. La sua ultima invenzione è un droide dalle sembianze femminili che i due utilizzeranno per sostituire la vera Maria.

Metropolis – la recensione
Ciò che rende Metropolis la stella polare del cinema di fantascienza, ma non solo, è la sua potenza immaginifica. Lang ha costruito (e in questo caso costruito non solo in senso cinematografico) una città che desse il senso di futuro, di avvenirismo. Allo stesso tempo, questa città risulta soffocante, tetra, ombrosa. Si tratta di un’opera che è stata studiata nei suoi aspetti artistici e tecnici, financo architettonici. Le immagini riverberano, ogni fotogramma estratto ha una riconoscibilità formale e sostanziale con pochissimi pari. Si è detto e ripetuto che l’impianto immaginifico abbia poi ispirato Blade Runner e in qualche modo anche Star Wars. Ma riferimenti si possono rintracciare in opere anche tra loro all’apparenza lontanissime: Matrix, RoboCop, Agente Lemmy Caution: Mission Alphaville. Registi, sceneggiatori dalle visioni distanti che però si sono ritrovati sotto l’ombrello di questo capolavoro espressionista.
Per tre quarti del suo svolgimento Metropolis è un film di critica al capitalismo e allo sfruttamento operaio. Sono tropi che nel cinema degli anni ’20 iniziavano a trovare spazio. Se qualcosa non funziona in questo film altrimenti ai limiti della perfezione è il finale, come già a tempo fecero notare diversi critici. Perché il modo in cui von Harbou chiude la storia, intriso di un romanticismo fin troppo melenso, anche all’epoca risultò antico. Siamo di fronte a una di quelle visioni immancabili per chiunque ami un certo cinema. In termini politici vanno messi in rilievo, invece, altri aspetti. Lang non mirava a un cinema politico, quantomeno non in quel momento. Di von Harbou va ricordata la successiva convinta adesione al Nazismo. L’intenzione era più di riflessione attorno al conflitto tra progresso e oscurantismo. L’eccesso di senso ha portato a una grande critica a un intero sistema, rettificato dal finale.

Il simbolo stesso del cinema
A definire Fritz Lang “il simbolo stesso del cinema” fu Godard, che lo volle nei panni di sé stesso ne Il disprezzo. La vita e la carriera cinematografica del regista austriaco è stata segnata non solo da Metropolis ma da tutta una serie di eventi e film. Innanzitutto, il rifiuto di collaborare col regime nazista: Hitler era un suo estimatore. Un rifiuto nel quale non fu seguito dalla compagna von Harbou. Ben presto quel respingimento del Nazismo e il conseguente espatrio si sono trasformati in una linea politica e poetica. Quando nel 1933 gira il suo ultimo film tedesco al sadico Dottor Mabuse fa pronunciare slogan apertamente nazisti, tanto che il film in Germania venne proibito. Lang ha affrontato diversi temi nella sua filmografia e si è trovato anche ad affrontare grandi cambiamenti in fatto di tecniche cinematografiche.
Resta alla storia un percorso nel cinema che in pochi possono vantare, forse nessuno. Lang si è trovato ad affrontare momenti storici e artistici importanti. Una filmografia vasta, che inizia nel 1919 e finisce nel 1960, con l’ultimo film proprio dedicato a Mabuse. Lang a detta dei critici si è mosso tra l’espressionismo e il modernismo, reinterpretati nel linguaggio-cinema. Un regista del quale quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla morte, ancora così immanente nella storia di questa arte e forse non solo.

