Memoria di Apichatpong Weerasethakul: dal suono alla vita

Su MUBI da venerdì 5 agosto è disponibile in streaming Memoria di Apichatpong Weerasethakul, premio della giuria al Festival di Cannes 2021 (edizione che ha visto vincitrice della Palma d’oro Julia Ducournau con Titane).

In occasione del nono lungometraggio, per la prima volta il regista thailandese esce dai confini della sua terra per girare all’estero, in Colombia. Un esordio segnato anche dalla sua prima collaborazione con un volto del cinema europeo e hollywoodiano, Tilda Swinton, protagonista e produttrice esecutiva del film.

Memoria: “Ci sono già tante storie”

L’attrice interpreta la scozzese Jessica, coltivatrice di orchidee a Medellín, che, in visita alla sorella malata (Agnes Brekke) a Bogotá, una notte si sveglia di soprassalto per un forte rumore. “Un brontolio che sale dal nucleo della terra”, questa la fenomenologia acustica del rumore che, da lì in poi, si insinua nella sua vita, perseguitandola, spaventandola, stordendola.

Quante volte un rumore grave e improvviso ci importuna, e quante volte, qualora si ripresenti nella nostra quotidianità, vogliamo scoprirne la provenienza, l’esecutore, la ragione del suo essere, quasi che, senza nome e origine, fosse in grado di aumentare di intensità, cogliendoci ogni volta di sorpresa e senza difese. A Jessica accade proprio questo: quel rimbombo ripetuto e ignoto la spaventa, la angoscia, rendendola sensibile a tutti gli impulsi sonori che avverte camminando nella capitale colombiana. Si rivolge allora a Hernán (Juan Pablo Urrego), tecnico del suono, per provare a dare materia a quel fragore, catturandolo dentro un dispositivo audio con il quale poterlo riascoltare al meglio.   

Memoria
Tilda Swinton e Juan Pablo Urrego

Cercando una cella frigorifera per le sue orchidee, nel frattempo Jessica si imbatte in una fornitrice che, durante il tentativo di vendita, scherzosamente le rivela che nei suoi impianti refrigeranti, “il tempo si ferma”. Dalle intangibili onde sonore alla riflessione sulla dimensione ineffabile del tempo il passo è breve per Jessica: risvegliata da quel suono insondabile e in piena introspezione, sente che una nuova dimensione esperienziale si sta aprendo a lei. Manca solo lo spazio fisico dove poterla vivere e comprendere.

Uno spazio che la donna troverà al cospetto del pescatore Hernán (Elkin Díaz) – stesso sintomatico nome dell’ingegnere del suono, ormai perso di vista –.

Memoria
Tilda Swinton e Elkin Díaz

Il pescatore non ha mai lasciato il suo villaggio e il fiume vicino al quale vive, non va al cinema e non ha la televisione. Ciò che ha sono i ricordi e per non perderli deve “limitare ciò che vede”. Sono le pietre, gli alberi, gli edifici a raccontargli storie, assorbite da tempo immemore nella materia di questi elementi. Ogni altra esperienza, ogni conoscenza cercata altrove e di natura artificiale, come un viaggio o la visione di un film, sarebbe per lui una violenza, uno sconvolgimento nella sua memoria; “ci sono già tante storie” che lo circondano, non serve cercarne altre.

L’incontro tra l’uomo e Jessica, ammantato da un certo misticismo, evolve in una vera e propria sintonia psichica, in una comunione di ricordi dove le due identità condividono un vissuto, un tratto del passato delle loro vite.

Memoria è una riflessione antropologica e etnografica sul suono: Jessica sembra perdersi in una cultura che non è la sua, preoccupata ma anche ammaliata da un rumore, dalla sue vibrazioni lontane, da una meccanica sonora aliena. Sul volto e sulle movenze di Tilda Swinton incombe la vita che cerca uno spazio nuovo, fatto di storie, di bellezza e tristezza, come le suggerisce la dottoressa alla quale chiede consulto; una ricerca di suoni primordiali, in una natura finalmente libera di farsi sentire con tutta la sua forza acustica (da questo punto di vista la visione in streaming, senza l’ausilio della sala cinematografica, non premia l’enorme lavoro al sonoro di Akritchalerm Kalayanamitr, Javier Umpiérrez e Raúl Locatelli). Gli echi tonanti della natura si propagano nel traffico della città, negli scavi sotterranei dai quali l’archeologa Agnes (Jeanne Balibar) preleva e analizza antichi resti umani di giovani donne che hanno subito riti ancestrali. Ma sono appunto risonanze, lontane, flebili, a volte impercettibili per gran parte delle persone distratte dai rumori dell’urbanizzazione.

Memoria

Il suono, invece, per Weerasethakul deve essere conosciuto, deve essere esperienza sensoriale che non rimane irrisolta, ma anzi permette di raggiungere il cuore pulsante della vita di popoli e terre, con i loro segreti e le loro storie, senza l’intervento di artifici tecnologici come le celle frigorifere cercate dalla protagonista e lo stesso cinema, evitato dal pescatore. Mezzi che cercano di rallentare e modificare il tempo, di inventare storie che rimuovono i ricordi collettivi di una comunità, depositati nella memoria dei singoli e, come direbbe il poeta Andrea Zanzotto, dietro il paesaggio. Ci sono sempre voci e suoni pronti a risalire la terra, per creare un connubio solidale tra umani; forze misteriose, pericolose, talvolta mortali – il film si conclude con l’annuncio via radio di tremori del vulcano Machín –, che l’uomo cerca di annullare distraendosi con suoni tecnologici, controllabili e artificiali (lo stesso  sound designer Hernán usa il suono ricreato grazie alle indicazioni di Jessica per una canzone punk-rock). Memoria è un lavoro magnetico, meditativo, non convenzionale (camera fissa, lunghi piani sequenza, nessun vero primo piano). Apichatpong Weerasethakul (Tropical Malady, 2004; Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, 2010), ancora una volta regala un cinema irrinunciabile, costante e magnifica esplorazione, flusso e viaggio dal quale lasciarsi portare.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Con Memoria, primo film girato fuori dalla Thailandia, il regista Apichatpong Weerasethakul, accompagnato da Tilda Swinton nel ruolo di protagonista, ci conduce in un viaggio metafisico dove suono e vita si fondono. Film magnetico, profondo, da vedere.
Giulia Angonese
Giulia Angonese
Percorso formativo in filosofia (PhD conseguito nel 2017), mi dedico al cinema con passione e continuità, cercando sempre di cogliere dinamiche di pensiero e atmosfere sottese agli intrecci narrativi.

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