Con Logan: The Wolverine (2017), la Marvel o meglio, la 20th Century Fox prima dell’acquisizione da parte di Disney compie un gesto radicale: prendere uno dei personaggi più iconici del cinema supereroistico e accompagnarlo verso una fine definitiva. Dopo anni di sequel, reboot e riscritture più o meno riuscite, Logan si presenta come un film di chiusura, non solo per Wolverine, ma per un’intera idea di cinecomic. Non a caso, è un film che guarda più al western crepuscolare e al cinema d’autore che ai modelli tradizionali del genere.
Diretto da James Mangold (A Complete Unknown), Logan: The Wolverine rinuncia consapevolmente allo spettacolo continuo, all’ironia obbligatoria e alla leggerezza tipica dei blockbuster Marvel. Al loro posto, propone un racconto secco, violento, malinconico, che utilizza il linguaggio del supereroe per parlare di vecchiaia, fallimento, paternità e morte. È un film che non cerca di piacere a tutti, ma che sceglie una direzione precisa e proprio per questo lascia un segno profondo.

Trama
Siamo in un futuro prossimo, il 2029, in cui i mutanti sono quasi completamente scomparsi. Logan (Hugh Jackman), un tempo conosciuto come Wolverine, vive ai margini della società, consumato dall’alcol, dalla stanchezza e da un corpo che non guarisce più come prima. I suoi artigli escono con fatica, il fattore rigenerante è in declino, e la violenza che un tempo lo definiva ora è solo una sopravvivenza meccanica.
Accanto a lui c’è Charles Xavier (Patrick Stewart), anziano e malato, affetto da una grave patologia neurodegenerativa che rende i suoi poteri un pericolo incontrollabile. Logan lo accudisce con fatica e risentimento, in un rapporto nato ai tempi degli X-Men fatto di affetto mai dichiarato e colpa reciproca. La loro routine viene spezzata dall’incontro con Laura (Dafne Keen), una bambina mutante con abilità molto simili a quelle di Logan, braccata da una corporazione che sfrutta i mutanti come armi.
Quello che segue è un viaggio attraverso un’America desolata, fisicamente e moralmente, verso una possibile salvezza che assomiglia più a un’illusione che a una promessa. Logan è, prima di tutto, un film di strada, un racconto di fuga e di resistenza, in cui ogni chilometro percorso avvicina i personaggi non tanto alla libertà quanto alla resa dei conti.

Logan: The Wolverine – Recensione
Logan: The Wolverine colpisce per la sua coerenza tonale. Fin dalle prime scene, il film stabilisce un’atmosfera cupa e disillusa, che non viene mai tradita. La violenza è esplicita, brutale, priva di qualsiasi compiacimento estetico. Non è uno strumento di spettacolo, ma una conseguenza inevitabile di un mondo che ha smesso di proteggere i suoi eroi.
James Mangold costruisce il film come un western crepuscolare, in cui il protagonista è un pistolero stanco, sopravvissuto troppo a lungo a se stesso. Logan non è più un eroe, e nemmeno un antieroe affascinante: è un uomo rotto, incapace di immaginare un futuro. Il film lavora costantemente sul contrasto tra ciò che Wolverine rappresentava e ciò che è diventato, trasformando il mito in materia fragile.
Il ritmo è volutamente dilatato, a tratti persino scomodo. Logan non ha paura del silenzio, della ripetizione, della fatica fisica dei suoi personaggi. Anche quando l’azione esplode, lo fa in modo secco, senza coreografie eleganti o trionfi eroici. Ogni combattimento ha un costo visibile, ogni ferita resta. È un film che rifiuta la spettacolarizzazione del dolore, ma non la sua rappresentazione.
Se c’è un limite, è forse nella parte centrale, dove il viaggio rischia per un momento di perdere tensione. Tuttavia, questa apparente lentezza contribuisce a rafforzare il senso di ineluttabilità che attraversa tutto il film. Logan non corre verso il finale: ci arriva stanco, ferito, coerente.

Cast
Hugh Jackman (The Son, The Greatest Showman) offre qui la sua interpretazione definitiva di Wolverine. Il suo Logan è fisicamente devastato, emotivamente chiuso, eppure attraversato da un dolore costante che emerge nei gesti più che nelle parole. È una performance trattenuta, asciutta, che rinuncia a qualsiasi eroismo residuo per abbracciare la vulnerabilità. Jackman non interpreta un’icona, ma un uomo che ha vissuto troppo a lungo.
Patrick Stewart (Ipotesi di complotto, Doctor Strange nel multiverso della follia) è straordinario nei panni di un Charles Xavier fragile, confuso, ma ancora capace di momenti di lucidità e tenerezza. Il rapporto tra Xavier e Logan è il vero cuore emotivo del film: una relazione padre-figlio mai risolta, fatta di rimpianti e affetto tardivo.
Dafne Keen (Deadpool & Wolverine), nel ruolo di Laura, è una rivelazione assoluta. Il suo personaggio incarna la rabbia e la violenza di Logan in forma primordiale, ma anche la possibilità di un futuro diverso. La sua presenza è fondamentale per dare al film una tensione emotiva che va oltre la nostalgia.
Boyd Holbrook, nei panni di Pierce, è un antagonista funzionale ma non memorabile, coerente con un film più interessato al conflitto interiore che allo scontro con un villain tradizionale.

Conclusione
Logan: The Wolverine è uno dei film più maturi e radicali mai realizzati all’interno del cinema supereroistico. Non perché rinnega il genere, ma perché lo prende sul serio fino in fondo, accettandone le conseguenze più scomode. È un film sulla fine: della forza, del mito, dell’illusione di immortalità che spesso accompagna i supereroi.
Dove molti cinecomic cercano continuamente nuovi inizi, Logan sceglie la chiusura. Lo fa senza retorica, senza redenzioni facili, senza promesse di sequel. È un addio duro, malinconico, profondamente umano. E proprio per questo, resta uno dei rari esempi in cui un personaggio iconico viene accompagnato verso la fine con rispetto, coerenza e coraggio.
