Doctor Strange nel Multiverso della follia, la recensione

L’autorialità di Sam Raimi al servizio della Marvel

Non si fatica a credere che Doctor Strange nel Multiverso della follia, soltanto nel primo giorno di programmazione, abbia già incassato più di due milioni di dollari. A dirla tutta, la notizia passa quasi inosservata, scivolando sul bordo del dimenticatoio. L’attenzione, davanti a un film così atteso, è rivolta a ben altro. La scala delle priorità è impossibile da impostare con decisione, per cui il dato da cui partire è sicuramente la conferma di Sam Raimi alla regia: il celeberrimo direttore del primissimo Spiderman (risalente all’ormai lontano 2002) è stato incaricato di tessere le fila di questo nuovo attesissimo sequel.

Quello tra Raimi e Doctor Strange 2 è l’ennesimo accostamento della Marvel che fa brillare gli occhi: Spiderman: No Way Home è così fresco di uscita che è impossibile non cogliere un altro romantico collegamento tra l’Uomo Ragno e lo Stregone di Kamar Taj. Forse anche qui le domande impellenti a cui trovare risposta hanno offuscato questa chicca per lasciare spazio all’hype più sfrenato, generatosi anche grazie alle ottime serie tv che l’MCU ha prodotto negli ultimi tempi. Quest’ultimo è finalmente uscito allo scoperto e ha reso chiaro che si, il multiverso esiste e definirlo folle è alquanto riduttivo. Proprio per questo si attendeva un nuovo tassello che potesse fare chiarezza su quell’aspetto della macro-trama marveliana da tutti ricercato e voluto.

Chi meglio di Sam Raimi per affrontare questa poderosa sfida e impreziosire il fronte narrativo con dettagli stilistici dall’iconicità spinta? Si vedrà infatti come regia, musica ed effetti speciali ricoprono un ruolo di spicco, essendo capaci di incidere un segno profondo nel corso dello svolgimento degli eventi.

Doctor Strange nel Multiverso della follia

Doctor Strange nel Multiverso della follia – La Trama

Come si può vedere dal trailer, Doctor Strange nel Multiverso della follia comincia con il focus dell’attenzione scenica che torna finalmente su Steven Strange: da troppo a lungo il personaggio era incastrato in un ruolo da comprimario che mal si combina con l’immensità dei suoi poteri.

Lo stregone si ritrova a fare tutte le notti lo stesso sogno, un sogno vivido dalla verosimiglianza sconcertante. Si può dire che il protagonista sia lui, ma un lui diverso dal solito. Al contempo la sua vita è andata avanti e, dopo la battaglia contro Thanos e il supporto concesso al piccolo Spidey, le sue attenzioni sono rivolte anche ad aspetti che non prendono in considerazione soltanto l’idea di salvare il pianeta: la sua Christine, fiamma di vecchia data, sta per sposarsi e l’evento pone lo stregone di fronte a una domanda molto personale. Può egli considerarsi felice della vita che sta conducendo?

Successivamente, a seguito di un disastro scatenatosi proprio durante la festa, Strange deve accantonare i suoi dubbi esistenziali per iniziare a fare chiarezza su eventi che ricomprendono diverse linee temporali: dopo aver conosciuto America Chavez (il personaggio strategico in grado di accompagnare sia lo stregone che noi spettatori nel multiverso) cerca aiuto anche in Wanda (super eroina che finalmente gode di una posizione centrale dopo il grandissimo successo di WandaVision). Inizia da qui un viaggio verso la comprensione delle dinamiche spazio-temporali che regnano nel multiverso e che possono anche mettere in discussione amicizie o punti di vista.

Doctor Strange nel Multiverso della follia

Doctor Strange nel Multiverso della follia – La Recensione

Passando all’impianto più marcatamente tecnico di Doctor Strange nel Multiverso della follia la primissima sensazione che colpisce lo spettatore è che quest’ultimo è in grado di sopperire a una trama che non vive di contenuti particolarmente succulenti: la spiegazione del multiverso era la pietanza che tutti erano pronti a sbranare ma che, ancora una volta, deve tornare in frigo. Non vi sono spiegazioni definitive, non c’è una linea narrativa che può essere assunta come guida per i futuri appuntamenti ma ciò che regna è un pizzico di confusione. Da apprezzare tuttavia la volontà di Kevin Feige di puntare sulla crescita di Doctor Strange (non più santone impeccabile ma uomo che deve comunque incrementare il suo expertise). Un altro fattore di cui avere considerazione è anche la volontà della produzione di rendere le cose semplici (multiverso a parte), senza tirare in ballo mille sotto-trame o figure poco essenziali: il film è lineare, semplice da seguire e va dritto al punto.

In questo percorso Raimi è il vero mago in grado di donare al tutto dei connotati horror innovativi per il genere ma al contempo marchi di fabbrica inevitabilmente riconducibili al regista stesso. In una concatenazione di eventi ai limiti del prevedibile sono i suoi vezzi registici l’arma in grado di far rivivere al pubblico la suspense di Spiderman (2002), uno dei cinecomics meglio riusciti di sempre. Le inquadrature a stretto contatto o i momenti di Jumpscare si alternano con scene di stampo più Disneiano, generando un mix appunto folle ma equilibrato.

Un altro elemento portante è la musica di Danny Elfman, grandissima co-protagonista del film: l’attinenza degli attacchi con le scene in esecuzione fa pensare a una fase di lavorazione quasi mistica. La fotografia è ovviamente di qualità (come anche la CGI) ma la ruvidezza che Raimi riesce a dare a molti passaggi ben si sposa con le note poco rassicuranti di Elfman, il quale ha colto subito l’angoscia narrativa verso la quale Doctor Strange 2 si stava indirizzando. Il film infatti è intriso di momenti di ansia, alternati magistralmente con fasi di levatura spirituale (nelle quali la cornice sonora di riferimento manifesta un’eleganza fuori dal comune). Menzione speciale anche per Elizabeth Olsen, che è riuscita a dare un’impronta gotica anche al suo volto angelico, dimostrandosi attrice di una caratura ormai davvero internazionale. Dopo i primi passi nell’MCU, la si vede ormai in un’ottica molto differente rispetto a prima: in Doctor Strange 2 è probabilmente il suo il personaggio più profondo (quello in grado di sovvertire almeno per due ore l’ordine prestabilito delle cose).

Cosa non va nella Fase 4

Doctor Strange nel Multiverso della follia non può vivere soltanto di elogi nei confronti di Raimi e del comparto tecnico: le note dolenti ci sono eccome. Se il film si dimostra da un lato completo ed esaustivo, dall’altro spicca purtroppo la tendenza della Marvel a complicare le cose. La fase quattro stenta a decollare del tutto e uno dei motivi principali è che si sta tergiversando troppo in merito al multiverso e alla presentazione delle sue dinamiche. Senza contare che se in Spiderman: No Way Home e Loki le indicazioni ricevute erano che l’aspetto delle varianti tendesse a cambiare, in Doctor Strange 2 si vede una sola e unica conformazione facciale e questo meriterebbe un chiarimento.

Viene parzialmente spiegato il viaggio attraverso le varie dimensioni parallele (grazie anche all’escamotage America Chavez) ma appare riduttivo legare questi spostamenti solo a lei e ai libri magici che Wanda impara a maneggiare con grande velocità. Anche quest’ultima, pur essendo il vero gioiello del film, fa sentire il grande bisogno di un nuovo villain che possa chiamarsi tale (verrà mai inserito il famigerato Mefisto?). È da Thanos, infatti, che il multiverso (a questo punto occorre chiamarlo così) non vive una minaccia cosmica di rilevanza; la dinamica della guerra civile e della lotta amico-nemico comincia a non fare più notizia, non costituisce più una trovata scenica ingegnosa. La motivazione dietro a tutto ciò è che forse Avengers: Endgame ha fomentato un hype incredibile che non si può soddisfare tanto facilmente: il percorso di crescita dei personaggi insieme ai primi esperimenti filmici corali hanno generato qualcosa di irripetibile che ad oggi appare scontato (è sempre di più ciò che viene richiesto alla Marvel). La sensazione è che i tempi passati non torneranno più ma ancora la strada è lunga per abbattersi.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Sam Raimi torna nel mondo dei cinecomics. Il suo apporto è certosino nel mischiare modernità e tocco vintage, in uno dei film più attesi della Marvel. Nonostante il film sia completo e poco lezioso, nella fase quattro si fa fatica a raggiungere quel next level che possa far tornare il franchise ai tempi di Endgame. Una nota di merito particolare all'interpretazione di Elizabeth Olsen, protagonista alla pari.
Federico Favale
Federico Favale
Anche da piccolo non andavo mai a letto presto. Troppi film a tenermi sveglio. Più guardavo più dicevo a me stesso: "ok, la vita non è un film ma se non guardassi film non capirei nulla della vita".

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