Recensioni FilmJeong sun: l'esordio di Jeong Ji-hye

Jeong sun: l’esordio di Jeong Ji-hye

Jeong sun ovvero il revenge porn come vendetta personale, sociale e morale, incastrato nel panorama della società coreana fortemente gerarchica, maschilista, con una soglia del giudizio reciproco altissima e feroce. Una vicenda di solitudini non digerite, di sentimenti schiacciati, di intimità mercificata e ridicolizzata, di vuoti ai quali non si riesce a dare accoglienza nè radici.

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Uno spaccato umano non giovane, non ricco, non sfavillante, sulla soglia incerta e nebulosa dell’appena sufficiente dignità, con un corpo che accusa l’età ed un tempo non galantuomo al contrario di ciò che si usa dire.

Jeong sun

Jeong sun – Trama

Presentato in concorso nella sezione progressive della 17.Festa del cinema di Roma, vincitore del Gran premio della Giuria, diretto dalla coreana Jeong Ji-hye, qui al suo esordio, Jeong sun (Kim Kum-soon) è il nome dell’operaia protagonista del film, una donna di mezza età, sola e con una figlia in procinto di sposarsi, che lavora in una fabbrica produttrice di materiale alimentare.

Le sue giornate si susseguono in serie così come la produzione alla quale assiste: riempie scatoloni su scatoloni, li chiude con lo scotch, sotto lo sguardo severo ed arrogante del capo reparto, un giovane sbruffone che ha la metà dei suoi anni e che non si fa scrupoli a riprendere, sfruttare, schernire e dare ordini ai suoi dipendenti incappucciati, in pubblico e non solo. Tra loro c’è Young-soo (Jo Hyun-wu), operaio come Jeong sun, ginocchia fragili e capo chino rispetto ai colleghi bulli, sembra una voce diversa e gentile nella massa scontenta e scontrosa che lo circonda.

I due iniziano a frequentarsi e spesso si ritrovano a passare insieme il dopolavoro notturno nel modesto appartamento di lui, dove sotto le coperte giocano, si confessano e si riposano alla fine dei turni di lavoro sfiancanti e serrati della giornata. Capita spesso che Young-soo fotografi Jeong sun, nell’intimità del loro piccolo spazio mal illuminato, per immortalare una bellezza che lui trova irresistibile ed una sera la registra mentre danza in lingerie e canta come se fosse ad un karaoke una canzone malinconica su un amore abbandonato.

Ma la felicità interiore che l’uomo sta provando in questo momento fortunato della sua vita non è abbastanza distintiva per gli standard esigenti ed intransigenti del mondo che lo circonda: in fondo è pur sempre un uomo di una certa età che vuole divertirsi, e questo è più patetico che normale. Cosa ci si può aspettare da lui? Poco o nulla, perche di poco o nulla è capace.

Così basta un commento infelice e sbagliato, sintomatico di un preciso modo di pensare e percepire il rapporto uomo donna che in Young-soo scatta qualcosa: condivide il video privato in cui Jeong sun si esibisce cantando per lui e la rende virale. La vita della donna precipita nel panico e in un caos interiore ed esteriore difficile da ricucire.

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Jeong sun

Jeong sun – Recensione

Tematica attuale ed interessante per un’opera prima calma e sorvegliata che prima inquadra a lungo il mondo di riferimento cui appartiene la protagonista, poi su di esso abbatte la scure della vergogna in pubblica piazza. La condivisione di video privati è qui l’escamotage per parlare dell’ipocrisia sociale coreana, dei suoi diktat di perfezione che avvelenano la quotidianità, di una supposta irreprensibilità sventolata e di un ottuso perbenismo che soffocano la libertà individuale ben più di quanto si voglia ammettere.

E’ d’obbligo segnalare come il revenge porn sia uno dei reati più dolorosi e meno controllabili che la contemporaneità digitale possa produrre. La mancanza di tutela dei soggetti coinvolti l, l’aleatorietà in negativo che incombe sull’entità del danno non totalmente rintracciabile nè bloccabile, rendono difficile l’archiviazione definitiva di questo crimine, vista anche la memoria lunga ed insondabile del cloud.

La portata degli effetti psicologici e sociali a carico delle vittime, ossia persone non consenzienti, rende il revenge porn atto criminoso particolarmente odioso, lesivo dei diritti della persona, disastroso nei suoi risvolti ed inquietante nei suoi moventi. Probabilmente perché le reali implicazioni dell’impatto che può provocare vengono sottostimate, mistificate, in qualche modo eluse.

Jeong sun

Ancora peggiori sono le conseguenze se, come in Jeong sun, al centro della vicenda c’è una coppia anziana, di estrazione più che modesta, gli ultimi di Parasite senza vendetta sociale da attuare ed esibire, anime sole in cerca di affetto reciproco: entrambi hanno per mondo persone come loro, compagni di stessa sorte, le cui voci che riempiono le giornate di lavoro, e spesso anche i momenti liberi.

Facile immaginare l’agonia di reinventarsi e tornare alla normalità quando sono quelle stesse voci amiche o supposte tali a schernire, giudicare, parlare fuori dai denti, mettere distanze: si rischiano rapporti decennali, ci si gioca il posto di lavoro, crolla la fiducia in se stessi, la sanità mentale, al punto di pensare di farla finita. In questo senso non sono pochi i casi di cronaca finiti nel peggiore dei modi per le vittime, mentre per i colpevoli è spesso molto difficile individuare o formulare una condanna consona.

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Jeong sun è ispirato a fatti reali, che hanno scosso l’opinione pubblica al punto da costringere il legislatore coreano a prevedere una fattispecie penale ad hoc. Il fatto che la protagonista non sia una donna da copertina giovane e brillante, ma una madre comune, operaia, single, acciaccata dalla vita solo parzialmente, che non lesina sorrisi ed energia verso chi le sta intorno, fa assumere alla storia contorni ancora più struggenti, perchè rende il suo dilemma, un dilemma in cui potrebbe cadere chiunque: indipendentemente dalla bellezza, dall’età e dalla posizione sociale, non ci si salva comunque.

Ed è inoltre una cartina tornasole potente dell’ insana capacità reattiva della collettività coreana, irreggimentata e frustrata dalle sue stesse regole, che si autolimita e si incensa, ma al primo crack esplode come e peggio delle società più disinvolte.

Questo soprattutto se si parla di sessualità, un tabù sempiterno, specie se praticata in età non più giovanissima, specie se condivisa apertamente, specie se a giudicare è chiamata l’ipercritica Corea, indietro su queste tematiche rispetto a molto mondo occidentale da lei, però, emulato allo sfinimento: la Corea dei molto ricchi e dei molto poveri, dei molto belli e dei molto poco belli, dei soli e dei molto molto soli.

Jeong sun procede nella sua narrazione dilatata, dal ritmo lineare, giocata sulla paratassi e non sulla sensazione, che accumula informazioni e squarci di situazioni dai quali assistiamo alla progressione del dramma della protagonista, la sua serenità sgretolata, il suo passivo sconforto, la malattia che ne fa, il tentativo di rinascita e l’insostenibilità del perdono.

Jeong sun – Cast

Da questo punto di vista l’ attrice protagonista svolge un’ottima prova, reggendo su di sè il peso dello sguardo di tutti con una vulnerabilità crescente ed inquietante fino alla rivendicazione finale in cui confessa, si mostra e metabolizza la pena che la opprime.

Inanella un paio di momenti privati che senza goccia di pietismo probabilmente colgono due degli aspetti più verosimili in cui precipita chi subisce un tale torto: un sentimento di autodistruzione via via più consapevole ed una regressione progressiva verso la ricerca di una figura protettrice che possa proteggerla dalla rovina che la sovrasta (mamma! Invoca Jeong sun davanti alla figlia che sta tentando di aiutarla, in un momento critico, sopraffatta a terra dal dolore, intuizione interpretativa non da poco).

Anche per questo l’interprete Kim Kum-soon ha vinto il premio “Monica Vitti” per la miglior attrice alla 17.Festa del cinema di Roma.

La fotografia alterna il grigio della fabbrica in cui bianchi sono tutti i profili, in tono con le tute che gli operai devono indossare, al buio della notte, in cui a malapena vediamo le sagome dei personaggi, si mescolano voci, contorni, anime, si dice e si fa la verità, che non si vuole o non si può mostrare quando brilla il sole.

Jeong sun si apre alla possibilità di nuova luce, ma non perdona e non lascia spazio all’assoluzione: perché per certo dolore, di ferita codarda al fianco dell’intimità, non c’è rinascita che tenga se prima non si decide di seppellire tutto.

Bisogna mettere un punto, bisogna inchiodare le responsabilità, mostrare il re nudo, esorcizzando il male da sé: l’indifferenza, il sopravvivere andando avanti, nella speranza di rientrare nei canoni accettati dagli incivili giudicanti, è una medicina più rischiosa dello stesso male. 

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Jeong sun è una madre single operaia non più giovanissima che vede paralizzarsi la sua vita quando il nuovo compagno mette in rete e rende virale un suo filmato intimo. Il dramma del revenge porn nella corea perfezionista ed apparentemente anti-esibizionista ai danni di una donna comunissima, lontana dalla patinatura della "femmina coreana da esportazione". Dalla cronaca alla pellicola, un film che alloca una tematica controversa e non banale in un contesto spiazzante, capace di evidenziare criticità, limiti ed impatto devastante di un crimine ancora non stigmatizzato come dovrebbe.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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