La tragedia greca ha, per molti aspetti,  posto le basi della letteratura moderna di tutto il mondo. Le storie che oggi ci affascinano, che siano esse stampate in un libro o impressionate su pellicola, hanno sempre, in qualche modo, un rimando a quell’epoca e a quelle tragedie, moderne e universali come nessun altro genere letterario ha saputo essere in seguito. A leggere oggi di Eschilo, Sofocle, Euripide e di tutti gli altri drammaturghi di quell’epoca ci si rende conto di come le inquietudini, le paure, le sofferenze e le angosce dell’uomo non cambino mai. Deve aver pensato questo il greco Yorgos Lanthimos il giorno in cui decise di entrare nel mondo del cinema per portare in scena la versione moderna e attualizzata delle principali opere dei suoi illustri connazionali di duemila e più anni fa. Ma se nei suoi film precedenti il cineasta greco sfiorava solo le suggestioni della tragedia greca, rendendole elementi fra i tanti delle sue pellicole (l’incomunicabilità, Kinetta docet, la preoccupazione verso lo sviluppo tecnologico, il disagio generazionale dei giorni nostri), con Il sacrificio del cervo sacro essa diventa vero e proprio soggetto del film.

Il sacrificio del cervo sacro

La pellicola ha per protagonista Steven Murphy (Colin Farrell, al secondo ruolo da protagonista per Lanthimos dopo il bellissimo The Lobster), cardiochirurgo famoso e stimato, che vive una perfetta esistenza altoborghese insieme alla moglie Anna (Nicole Kidman) e ai figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic). La vita scorre tranquilla per il medico, tra cene in famiglia e discorsi fin troppo razionalizzati e “professionali”. Le cose cominciano a cambiare quando fa la sua comparsa sullo schermo il misterioso Martin (Barry Keoghan), un adolescente problematico che passa molto tempo con Martin. Il loro rapporto non ha nulla di normale: parlano molto e il medico sembra gradire la sua compagnia, ma il ragazzo si fa sempre più intimo e insinuante nella sua vita, arrivando persino a conoscere e fare colpo su Anna e Kim. Pian piano cominciano a emergere certi particolari che, come tessere di un puzzle da mille pezzi, finiscono per costituire l’intreccio del film. Scopriamo che Steven ha avuto problemi di alcol e che Martin ha da poco perso il padre per uno strano incidente. Una mattina, misteriosamente, Bob non riesce ad alzarsi dal letto, non riuscendo più a sentire le sue gambe. Steven, dopo l’ennesimo incontro con Martin, scopre che il ragazzo è il vero responsabile di quella disgrazia. Il chirurgo ha operato il padre di Martin senza probabilmente essere nelle condizioni migliori per farlo, e il paziente è morto in seguito all’intervento. Così Martin vuole la sua vendetta e dichiara a Steven che, per espiare la sua colpa, dovrà eliminare un membro della sua famiglia, altrimenti moriranno tutti e tre. Non si può andare oltre nella sinossi senza fare spoiler dannosissimi per un film al cardiopalma come questo.

Il sacrificio del cervo sacro

Il film, uscito nel 2017 e scritto dallo stesso Lanthimos insieme al suo storico collaboratore Efthymis Filippou e che trae ispirazione dalla tragedia Ifigenia in Aulide di Euripide, ha vinto il Prix du Scénario al Festival di Cannes 2017 ed è risultato uno dei migliori titoli indipendenti dell’anno, sia in termini di pubblico che di critica. Se di solito le migliori lodi al cineasta di Atene fanno riferimento ad una capacità di scrittura fuori dal comune, quantomeno nei suoi coetanei europei, Il sacrificio del cervo sacro è un film assolutamente e incredibilmente “di regia”. L’assoluto fascino della pellicola non passa tanto dalla storia o dall’intreccio che i due sceneggiatori greci hanno saputo creare (come accadeva in The Lobster), quanto dal modo in cui Lanthimos lavora con la macchina da presa. Fin da subito ci rendiamo conto che il film che sta per iniziare non è un film qualsiasi, ma l’opera di un autore che ha trovato la sua strada anche a livello internazionale e che si propone di portarla sullo schermo senza filtri. Dopo un buon minuto di schermo nero (simile a quello che caratterizza l’inizio di 2001: Odissea nello spazio), con il solo accompagnamento dello Stabat Mater di Schubert, Lanthimos posiziona, un po’ a tradimento, specialmente per gli stomaci deboli, un’autentica operazione a cuore aperto nella visione che solo i chirurghi possono avere. Anche questa inquadratura la si può interpretare come un omaggio al cinema passato e in particolar modo a All that jazz di Bob Fosse. Tuttavia, a prescindere dalle critiche feroci che i detrattori di Lanthimos certamente hanno pensato osservando questa scena, essa sortisce al 100% l’effetto desiderato dal regista. Lo spettatore viene spiazzato fin da subito, e non può smettere di guardare quelle viscere pulsanti. È una dichiarazione di guerra come non se ne vedono più molte agli inizi di un film: tu spettatore o guardi quello che ti fa vedere il regista, nel modo in cui decide di presentartelo, o guardi il buio della sala. Non ci sono alternative. Lo spettacolo è questo, prendere o lasciare.

Il sacrificio del cervo sacro

Ma in generale è l’atmosfera che Lanthimos ha saputo creare con il solo posizionamento della macchina da presa a rendere Il sacrificio del cervo sacro un ottimo thriller psicologico. Steven e la sua famiglia, la sua vita, vengono sempre inquadrati dalla distanza. Li si vede cenare dal giardino, osservando il salone illuminato attraverso i vetri della veranda. Poi si entra nella casa, ma la macchina da presa viene lasciata in alto, come se, dalle scale, qualcuno stesse spiando la famiglia. Per tutta la prima parte del film, quando lo spettatore non sta capendo ancora quello che sta vedendo, e procede per supposizioni, c’è sempre qualcosa che incombe inesorabilmente sul medico, che sia esso la bella vista dello skyline cittadino o uno sguardo misterioso e inquietante che pedina il protagonista dalla distanza. A tutto ciò si accompagnano i discorsi e le domande di Martin, sempre meno rassicuranti per l’uomo. Tuttavia, Steven non sembra dare molto peso a tutto ciò, vuoi perché non se ne accorge, vuoi perché ha un modo di ragionare estremamente scientifico, razionale, incapace di concepire il mistero, il soprannaturale, l’inspiegabile. Non si rende conto di essere in pericolo perché non percepisce la presenza di un nemico temibile, che in effetti non c’è mai. Anche quando Martin gli rivela con poche parole pronunciate velocemente il succo della sua maledizione, Steven non reagisce. Si limita a guardarlo, come fa con lui e con tutti, e poi cerca di arginare la tragedia come medico, cercando di far mangiare il figlio (il maleficio di Martin prevede tre stadi: perdita dell’uso delle gambe, mancanza d’appetito e fuoriuscita di sangue dagli occhi). Ma la scienza, la cultura, la dedizione professionale, non possono fare nulla di fronte all’occulto e alla vendetta.

Il sacrificio del cervo sacro

E poi c’è Martin, vero e proprio dittatore dello sguardo dello spettatore lungo tutto il corso della pellicola. Con questo personaggio ritorna, più che con tutti gli altri la straordinaria capacità di scrittura del duo di sceneggiatori greci, già vista in tutti i film precedenti e anche nel successivo La Favorita (candidato a 10 Premi Oscar). Martin è la vera minaccia del film ma non dà praticamente mai l’impressione di esserla. La maggiore inquietudine che il ragazzo provoca in chi guarda il film sta tutta nei suoi discorsi e nel mistero che aleggia su di lui. Non si sa cosa faccia (teoricamente va a scuola), non dà mai informazioni esaurienti sulla sua vita e sulla sua famiglia, fa dei discorsi inconsueti per qualsiasi interlocutore (che però conquistano e seducono la coetanea Kim). Ed è proprio in questo fascino intrinseco che si consuma la tragedia per Steven e i Murphy. Il medico avrebbe tutto il diritto per abbandonare il ragazzo, per rompere ogni ponte con lui e magari indirizzarlo ad un collega psicologo. Eppure non si tira mai indietro e arriva addirittura a invitarlo a casa sua. Di fronte a questa ambiguità  nel loro rapporto (a tratti sembra addirittura che ci sia un’attrazione fisica tra i due) lo spettatore comincia a perdersi nelle previsioni e nei pronostici, senza, verosimilmente, azzeccare la giusta direzione. Quando il mistero è svelato, Martin sembra perdere molta della sua forza, senza che però la maledizione si indebolisca. Ormai lui ha fatto il suo dovere, si è vendicato, ora sta al medico decidere in che misura.

Il sacrificio del cervo sacro

In Il sacrificio del cervo sacro l’ispirazione tragica si ferma al disvelamento  dell’arcano di Martin per poi lasciare spazio ad una miriade di altri riferimenti, sia letterari sia cinematografici. C’è il racconto della vicenda di Abramo e Isacco, c’è anche la scelta di Sophie nella versione maschile.

Non è un film perfetto semplicemente perché non chiarisce interamente tutte le numerosissime dinamiche che Lanthimos mette sul fuoco (il rapporto Kim-Martin, la figura di Anna, il finale aperto ma non troppo chiarificatore), ma fa provare i brividi. E questo aspetto, per un thriller è scritto già nel nome.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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