domenica, 17 Ottobre, 2021

Il piccolo yeti

Siamo proprio sicuri che gli yeti siano abominevoli come tanto si racconta? Se lo chiedessimo ad Yi, un ciclone iperattivo nascosto nei panni di una giovane ragazza cinese, non credo darebbe questa risposta. Lei è sempre indaffaratissima in mille piccoli lavoretti che le consumano le vacanze estive, il tempo libero e le assottigliano significativamente la vita sociale; se ne accorgono in particolare il cugino Jin, un rubacuori vanitoso in procinto di iscriversi all’università, e il fratello più piccolo Peng, piccola stella del basket in pectore. A nulla valgono le premure della madre, i rimproveri bonari della nonna, affinchè la giovane resti più tempo con la famiglia e si comporti in modo più simile ai suoi coetanei: Yi è instancabile ed inarrestabile, ed in casa meno ci sta, meglio si sente: è il suo modo per difendersi dalla tristezza che la assale per la mancanza del padre, venuto a mancare da poco. Dell’uomo le rimane solo una foto, un violino che ha imparato a suonare grazie a lui ed il sogno di attraversare la Cina in un magnifico ed emozionante viaggio che dovevano fare insieme: così ogni banconota risparmiata con i part-time serve a progettare proprio quel viaggio.

Il piccolo yeti

Certo Yi non poteva immaginare che i suoi piani sarebbero stati stravolti dalla presenza di un cucciolo di yeti in carne ed ossa: lo ritrova sul tetto di casa, ci diventa amica, lo cura, lo sfama, lo chiama Everest, lo culla con la melodia del suo violino che quella bizzarra creatura sembra riconoscere e canticchiare facendo scaturire effetti sovrannaturali intorno a sè, lo protegge da scienziati senza scrupoli che lo vorrebbero riportare nel laboratorio di Shangai da cui è fuggito. Sulle tracce di Everest, infatti, c’è il ricco uomo d’affari Mr Burnish, ex-esploratore, con l’ossessione di dimostrare l’esistenza di questi animali leggendari. Sempre più legata al simpatico “mostro”, Yi decide di aiutarlo scortandolo fino alle pendici dell’Himalaya, dove il piccolo potrà riabbracciare la propria famiglia. Tra imprevisti, scoperte sorprendenti, inseguitori spietati, si compie un doppio viaggio: il ritorno a casa di una leggendaria creatura e la concretizzazione del desiderio di una figlia.

Sensazione di malinconica tenerezza e lampi di gentile risata raccoglie il film prodotto dalla DreamWorks Animation e capitanato dal duo Jill Culton e Todd Wilderman, la prima curatrice di storyboard ed animatrice d’esperienza, con all’attivo lavori in Pixar per Toy Story  1 e 3, A bug’s life e Monster & Co, lui spalla registica formatosi nel settore. Dalla loro sinergia nasce una premessa originale ed accattivante, che pur sviluppandosi nel modo archetipico di tutte le favole, non perde charme e simpatia svelandosi. Il duo abominevole creatura delle nevi e giovane cinese è esotico e atipico quanto basta per ispirare a prima vista: modello letterario del buon selvaggio, exemplum favolistico/cinematografico del monstrum, apparente nemico dell’umano, trasmette fiducia a pelle, ed una leggerezza, fuor dalla verosimiglianza, che sembra superare senza impegno le pesantezze e gli incerti della vita. Yi ed Everest sono due esseri diversi, in fase di crescita personale, in lotta segreta o evidente con il mondo esterno da cui si sentono differenti, accomunati entrambi da uno stesso sogno: ritrovare la propria casa lontana da sè o allontanata da sé, per colpa di fatti dolorosi.

Il piccolo yeti

Dunque la diversità apparente non impedisce la sintonia interna, egregiamente illustrata tramite l’ascolto che tra i due viene a crearsi con la musica, linguaggio artistico universale per eccellenza, in grado di abbattere le barriere comunicative come, se non meglio, del linguaggio corporale: le note del violino di Yi la riconnettono al lutto, permettono di lasciar fluire il suo dolore e di ricollocarlo ed Everest trasforma quella semplice melodia aggiungendovi un canto magico, mutando la sua goffa voce in suono senza tempo, eco materna di una terra che sembra conoscere il destino dei propri figli in pena e favorirne le sorti.

Il piccolo yeti

La natura perciò aiuta, va riscoperta, non va temuta, neppure se ha la fama maligna di essere abominevole: di qui la scissione evidente dell’azione in due momenti, il primo condensato tra tetti, interni, vicoli, selciato metropolitano, affollato e traboccante di oggetti, animali e persone, il secondo in rigogliosa campagna, luogo meno ostile, aperto e conciliante, su un fiume, in mezzo a mirtilli giganti, di fronte ad enormi statue sacre o alle pendici dei monti più alti del mondo. L’excursus dei panorami naturali è curato e restituito in una forma abbellita come fossero i contorni di un ricordo o di un sogno accarezzato molte volte: ciò smussa gli spigoli reali delle cose e adombra le ombre stesse che una nazione con la storia che ha la Cina, possiede. Inoltre, a livello elementare, rende un ottimo servizio “turistico” alle bellezze geografiche locali, ripercorrendole in tutta la loro sfolgorante, particolare, maestosità.

Il piccolo yeti

Si percepisce l’odore di una certa Cina scomoda nello sfondo in cui si anima il viaggio del piccolo Everest: si muove in profondità una società pioniera del progresso e sua vittima, in continuo movimento, frenetica e solitaria, rumorosa, bacino di grandi aspettative, madre di generazioni operaie, capace di produrre l’ultimo modello di cellulare e di vivere in microcosmi formicai, senza luce, con più ambizioni che interessi umani, in cui il bene individuale oscilla tra il proprio e quello imposto dall’alto, mentre l’ambiente circostante è compresso, depresso, rinchiuso e manipolato come il piccolo Everest. C’è ancora una povertà latente ed una sotterranea differenziazione infelice tra donne e uomini (Jin va all’università, Yi, non a caso, non se la può permettere), anche se si avverte che il futuro è di Yi.

Buono il comparto animazione, che addolcisce le forme dei buoni virandole sul tondo e stigmatizza i cattivi con angoli e verticali frammentate; in particolare l’aspetto cromatico è molto godibile, soprattutto nell’evidente passaggio dallo scenario urbano a quello rurale, da colori chiusi ed orientati solo all’interno della gamma di grigi, ai verdi avvolgenti dei prati liberi e fioriti. Ottime le musiche di Rupert Gregson Williams, vincitore di un Grammy per la serie The Crown, membro del florido team di Hans Zimmer, che sembrano recuperare una dimensione rituale in cui si proietta la voce madrina della natura ed i sussulti emotivi dei giovani protagonisti.

Il piccolo yeti

A fronte di uno svolgimento semplice, non impegnativo, prevedibile e leggero, anche nei momenti di difficoltà dell’eroina, il film contiene in sé una folcloristica controversia diplomatica relativa ad una mappa che ad inizio storia lascia intravedere alterati i confini del Mar Cinese Meridionale in favore della stessa Cina, di qui una serie di bandi, divieti e rimodulazioni ai danni del lungometraggio da parte dei paesi confinanti, primi fra tutti Malasia, Vietnam e Filippine, a simboleggiare che non è mai semplice rapportarsi a determinate realtà politiche, anche se ciò avviene attraverso opere animate di fantasia.

Fin troppo adulte le voci dei personaggi, in particolare quella della protagonista che in alcuni momenti sembra possedere una maturità ed una saggezza d’intonazione superiore alla propria condizione. Movimentato ed ottimistico, il piccolo yeti ripropone l’antica massima per cui la resistenza agli urti della vita può avvenire in modo doloroso e sorridente insieme: restare in piedi senza perdere l’entusiasmo è sempre possibile, così come ritrovare una fede, una famiglia, una lacrima, un’intesa con l’altro, che credevamo perfetto estraneo, o, peggio ancora, nemico abominevole.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Storia di amicizia tra un cucciolo di yeti che vuole riabbracciare la sua famiglia sull'Himalaya e una ragazza cinese senza più il papà. Dal metropolitano al naturale, dall'isolato al condiviso, avventura on the road tra le suggestive geografie cinesi, le note di un violino e la riscoperta del significato di famiglia. Tenero, movimentato, godibile.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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