La celebre frase, la potenza è nulla senza il controllo, mai è calzata a pennello come al campione di questo film, Christian Ferro (Andrea Carpenzano), poco più di vent’anni, il fuoco addosso e l’oro nei piedi: gioca a calcio come pochi ed è un bomber strapagato nelle file della squadra della sua amatissima città natale, la Roma.

Tra le ossa ed i muscoli del suo scheletro filiforme scorre il genio del fuoriclasse, ma nella sua testa alberga, comoda, la sregolatezza: infatti manca in lui ogni ombra di disciplina, si dedica alle bravate più improponibili e pericolose, amplificate dai social, tramite cui diffonde con irraggiungibile e furioso successo di followers, la sua vita di idolo del campo, circondato da lusso, capricci, amici poco raccomandabili, padri irresponsabili, troppi consiglieri e donne-statuine non particolarmente memorabili; i fan vanno in visibilio, l’opinione pubblica si scandalizza, il suo valore di mercato aumenta, quello in campo oscilla iperbolico.

Il campione

Così il presidente della società, Tito (Massimo Popolizio), stanco di star dietro a denunce, avvocati, rettifiche, multe, sanzioni varie, comunicati di scuse e mazzette per far chiudere un occhio sull’ennesimo atto vandalico del suo pupillo, gli impone un apparentemente sano aut-aut: o Christian riesce a darsi una regola, oppure le prossime partite le vede dalla panchina. Nello specifico al ragazzo è richiesto di superare l’esame di maturità, impegnarsi dunque nello studio, per smussare le inottemperanze durante gli allenamenti con il mister e raffreddare la testa fuori dal campo da gioco. L’obiettivo è dimostrare di essere altro, oltre all’esagitato fenomeno calcistico, di avere mente salda, principi forti ed una condotta regolare, tipica di ogni vero campione.

Nel raggiungimento di questo traguardo viene affiancato da Valerio (Stefano Accorsi), insegnante privato, provinato e scelto per l’occorrenza, totalmente avulso dal mondo e dal sistema calcistico, disposto a digerire l’impegnativo incarico dietro generosissimo stipendio: con le sue lezioni private e dei test settimanali dovrà allenare il cervello di Christian, smuoverlo dal torpore che sembra inghiottirlo e renderlo pronto all’esame finale.

Si forma così una coppia improbabile, il saggio ed il folle, due universi scollegati per tempo, abitudini, educazioni, età e modo di pensare, in apparenza inconciliabili, in realtà molto più vicini di quanto non appaia: li lega la mancanza di se stessi, la solitudine, una perdita importante, la rabbia impotente e una genuina generosità.

Il campione

Ispirandosi per sua stessa ammissione a film come il Sorpasso di Dino Risi, Will Hunting Genio ribelle di Gus Van Sant e Quasi Amici di Nakache e Toledano, Leonardo D’Agostini, al suo primo lungometraggio dopo sostanziosa gavetta, viene premiato ai Nastri d’argento 2019 come miglior regista esordiente, e candidato ai David di Donatello 2020 nella stessa categoria.

La sua è una commedia sportiva, ambito non troppo frequentato dal cinema nostrano, dolce-amara, attuale, malinconica e schietta, orchestrata in modo da giocare sul sicuro. Al netto dei buoni sentimenti, e della morale mai fine a se stessa ma ben presente nella parabola, la favola di D’Agostini è incapsulata in una struttura iperligia agli schemi da (buon) manuale e possiede pur nella giovanilità dell’operazione, un carattere classico, dinamiche prevedibili, ad onor del vero funzionali, un occhio alla generazione passata, uno a quella contemporanea e vari punti di forza: la scrittura agile, i tempi fulminei e brillanti, le facce giuste, e alcuni numi tutelari degni di nota come Bruni (amico di Carpenzani) di cui non si fatica ad immaginare il consiglio in fase di sceneggiatura, e il duo produttivo delle meraviglie Matteo Rovere/Sydney Sibilia capaci di far affiancare alla propria società indipendente Groenlandia, l’appoggio di Rai Cinema, con riscontri di pubblico sempre più che buoni.

Dunque una mano sul cuore ed una sul portafogli, per equilibrare intrattenimento e riflessione comune, attenzione alla buona forma corretta ed contemporaneamente al mercato, puntando su una storia che coinvolge lo sport nazionale, l’unico in grado di smuovere miliardi, influenzare la comunicazione di massa e commuovere abbonati ed appassionati.

In questo scenario popolare, concretissimo, sotto gli occhi di tutti quotidianamente, un campione poco più che ragazzo tenta di darsi il giusto profilo, con la propria voce e un’indipendenza reale lontana da gossip e copertine; così si danno battaglia non troppo seria, l’etica e l’opportunità, l’economia e la coscienza individuale, la comodità e la scomodità, il pensiero e l’assuefazione, all’ombra splendente di famiglie problematiche, marginalizzate troppo presto e mai per i giusti motivi.

Il campione

Latitano i princìpi e pullulano i mezzi prìncipi, nati male, cresciuti peggio, decaduti e poi riscattati, in cerca di rivincita con caparbietà rabbiosa o con l’ostracismo non violento, pur a diverse età, a vent’anni come a cinquanta, riprova che non è mai troppo tardi per acciuffare la propria identità e con essa la propria libertà, persino in un’epoca divorata dalle apparenze, snaturata e disumana in cui tutto è merce prezzabile, soprattutto i sogni dei ragazzi e di coloro che pagano e sono pagati per star dietro a quei sogni.

Così prende forma quest’oggetto godibile, dai gustosi tempi comici,trasportati in buona parte dalle spalle (e gambe) del protagonista Carpenzano, troppo buono per essere veramente cattivo, nonostante il suo fisico longilineo lo renda inquieto e radicale, acuto quanto serve per non uscire fuori calibro e naturalmente predisposto a rivelare  le fragilità del suo personaggio. Buona spalla per lui è Accorsi, a suo agio in parti da stropicciata guida spirituale e fisica (lo ricordiamo in Veloce come il vento), intenerito da se stesso, dal passato che non molla, dalla vita che torna ad avere senso grazie agli occhi di Christian.

Girato effettivamente nei locali della A.S Roma , presso Trigoria, dove si svolge il ritiro della squadra ufficiale, ispirato alle stravaganti follie di campioni nostrani un po’ meno virtuosi di Ferro come Balotelli e Cassano, sotto la superficie fiabesca del racconto, Il campione lascia ben scoperto il sapore amaro della comune vulnerabilità tra insospettabili consimili, la capacità di comprendersi anche e forse soprattutto quando le latitudini sono parecchio distanti, la necessità del pensiero strutturato per l’autodeterminazione, proprio come recita il graffito all’ombra del quale si siede Valrio-Accorsi nell’attesa finale: chi pensa deve agire.

Voto Autore: 2.9 out of 5 stars