Recensioni FilmIl cacciatore di teste – Costa Gavras prima di Park Chan-Wook

Il cacciatore di teste – Costa Gavras prima di Park Chan-Wook

Il romanzo di Donald Westlake, The Ax, ha ispirato il maestro sudcoreano Park Chan-Wook per il suo No Other choice. Prima di questi, aveva ispirato un altro grande maestro del cinema, il cineasta greco-francese Costa-Gavras e il suo Il cacciatore di teste. D’altronde, un romanzo dal forte carattere politico, ma allo stesso tempo pregno di satira, è un approdo naturale per il regista. Il film vede tra i produttori, oltre a Michèle Ray-Gavras anche i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne. Il ruolo del protagonista è valso all’attore franco-spagnolo José Garcia una nomination ai premi César del 2006.

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Il cacciatore di teste – trama e cast

Bruno Davert (José Garcia) lavora nell’industria della carta da ormai diversi anni e ha raggiunto un’importante posizione professionale. L’uomo conduce una vita serena, assieme alla moglie Marléne (Karin Viard) e ai due figli, che verrà turbata da un evento inatteso. Bruno senza preavviso si troverà, infatti, disoccupato a seguito della scelta dell’azienda per cui lavora di delocalizzare in un paese dal costo del lavoro più basso. La situazione destabilizza Bruno, convinto però di poter trovare facilmente una nuova occupazione dopo tanti anni di esperienza. Ma la situazione si rivela più complicata di quanto crede e il passare del tempo lo rende sempre più impaziente e insofferente, anche verso la famiglia.

Quando un’occasione si presenta presso un’altra prestigiosa industria cartiera, decide di osservare il manager dell’azienda. Qui si accorge però che la concorrenza per ottenere un posto di lavoro è serrata e prende una decisione drastica. Bruno decide, infatti, di eliminare fisicamente chiunque si trovi nella sua stessa situazione e sia deciso a cercare lavoro presso la stessa azienda. Impreparato e ansioso si mette sulle tracce dei possibili rivali e dà inizio alla sua opera. Col passare del tempo l’uomo diviene sempre più deciso e al contempo meno umano. Nel frattempo, anche la relazione con la moglie si complica, costringendolo a rivolgersi a un consulente matrimoniale. Il punto di svolta della vicenda di Bruno avviene però quando si introduce in casa dell’azienda presso cui sta cercando lavoro.

Il cacciatore di teste

Il cacciatore di teste – la recensione

Costa-Gavras non rinuncia alla sua tradizionale enfasi nel racconto de Il cacciatore di teste. Un film che si muove a metà tra la dimensione quasi-documentaristica e gli eccessi tipici di un regista che ha raccontato sempre il potere. Anche qui, il potere c’è, agisce senza essere visto: è quello che spinge Bruno a prendere decisioni che non avrebbe mai preso, fino all’estremo. Eppure, il messaggio è che alla fine la scommessa del protagonista paga, quantomeno, rispetto al suo obiettivo. Ma c’è una scena finale, che riflette il senso stesso del film: c’è qualcuno che osserva Bruno come lui osservava i suoi rivali. Sì perché, fondamentalmente è l’estremizzazione del dominio capitalista a essere messa in scena e i personaggi non sono che piccole pedine quasi anonime.

Ma è di Costa-Gavras che parliamo: un fotografo dei meccanismi del potere, ma anche un regista dal forte impatto immaginifico. In realtà, tranne che in pochi momenti, sembra che il cineasta di origini greche abbia tenuto a freno le sue tendenze. L’impressione è che abbia lasciato fare alla storia, al soggetto, senza aggiungere troppo, è Costa-Gavras, potrebbe essere un film dei Dardenne (non a caso produttori). Più che nella linea narrativa principale, Gavras proietta il suo spirito pungente attorno nella trama della relazione familiare e di coppia. Il film diventa così una riflessione di carattere più generale attorno a tutte quelle istituzioni che regolano la vita di un individuo. Di più: ne disvela i legami, quando crolla una parte di quelle certezze, di quelle istituzioni, rischiano il crollo tutte le altre. Il campionario di personaggi secondari che Bruno incontra non è altro che uno specchio continuo del protagonista, stessa condizione, reazioni diverse ma non troppo.

Gli approcci al cinema working-class

Costa-Gavras con Il cacciatore di teste entra in quel ricchissimo filone di cinema working-class già popolato di grandi nomi. È il cinema dei Dardenne, è il cinema di Ken Loach. C’è ovviamente un approccio differente alla materia, dettato dalle singole sensibilità, e forse anche da una diversa interpretazione del cinema in generale. Si potrebbe istituire un paragone, per l’appunto, con Due giorni, una notte dei cineasti belgi. Anche in quel caso assistiamo al disvelamento delle dinamiche di un potere insensibile e divisivo, ma anche a un anelito speranzoso di solidarietà. Al contrario, nel caso del film di Gavras, come nell’opera di Westlake, tutto questo manca.

È la lotta per la sopravvivenza a vincere, che assume anche le forme dell’omicidio e della morte. È la lotta per la sopravvivenza reinterpreta da Loach in Sorry, we missed you solo che ha le fattezze tragiche della violenza esplicita, che in Loach non c’è. Questi caratteri così disperati, accentuati e senza futuro sembrano quasi venire fuori da un film à la Kaurismaki, del quale però di nuovo manca l’afflato di una speranza in cui rifugiarsi.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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