“Sorry We Missed You” – Scusa, ti abbiamo mancato. Non eri in casa? Il fattorino ripasserà, tranquillo. Ma anche “Scusa, ci sei mancato”. Sì, ci sei mancato Ken Loach. Qui avevamo bisogno di te per tornare a riflettere sul mondo che abbiamo creato, che nutriamo ogni giorno con incoscienza: un mondo che ci ha già sottomesso, e che prima o poi finirà per annientarci.

Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. L’attesa fa aumentare il desiderio? Forse. Ma qui non si ha alcuna voglia di aspettare. Ciò che cerchi sarà tuo, e ti sarà recapitato in sole 24h. Cosa vi sia dietro a quella gratificazione immediata della nostra inopportuna urgenza ce lo spiega lui. Ken Loach, 83anni, prodigiosamente realista e imprudentemente umano. Lo abbiamo visto aggiudicarsi la Palma d’Oro nel 2006 con “Il vento che accarezza l’erba” e dieci anni dopo con “I, Daniel Blake”. Ci ha raccontato di chi non può permettersi il lusso di affrontare il domani con fiducia, e lo ha fatto con così tanta devozione da essere riuscito, con la sua cinepresa, a inchiodare l’intera storia sociale della nostra epoca.

Sorry We Missed You

Imprenditore di te stesso. Padrone del tuo futuro. Protagonista indiscusso del tuo domani. Non fanno che ripetercelo. È diventato il sogno di ognuno di noi: vogliamo lavorare con loro, non per loro. Ma loro, quelli presso cui non esistono licenziamenti, quelli che non ci assumono perché non siamo loro sottoposti ma concreti collaboratori, ecco loro, loro non hanno smesso di tenere salde le redini del gioco. Si tratta forse di una nuova veste per il caro vecchio e noto sfruttamento? “Sorry We Missed You” è la cristallizzazione del depauperamento della working class 2.0.

Richy (Kris Hitchen) è come noi. Ha sogni, ambizioni, ama la sua Abby (Debbie Honeywood) e desidera poter offrire di meglio ai propri figli. Così quando la crisi economica gli toglie il lavoro, lo getta nello sconforto, gli nega la possibilità di acquistare una casa per la sua famiglia, lui ci riprova. Vende l’auto della moglie, acquista un furgone, ed è pronto a diventare il corriere delle nostre brame. Veloce, puntuale, dotato di un magico strumento che ci consente di localizzarlo, insieme al nostro pacco, in ogni momento. Ma le sue previsioni naufragano ben presto in un mare di immorali logiche di profitto, quelle della gig economy ovviamente. Il suo lavoro “indipendente” si impadronisce di lui per 14 ore al giorno: su quel furgone mangia, impreca, guida in modo sconsiderato, urina in una bottiglietta di plastica. Sottopagato, senza tutele assicurative o sindacali, vinto da un reticolo di multe e scadenze.

Sorry We Missed You

Non c’è tempo per una pausa. Noi lo stiamo aspettando. L’obbedienza alla sua missione è assicurata dai click dello scanner che monitorano il suo percorso e lo sollecitano a spingere sull’acceleratore. A fine corsa, una volta rincasato, dovrà riuscire ad essere un padre attento. Perché il sorriso di Seb, adolescente tormentato ed emotivo, chiede di essere corrisposto, mentre la solitudine della piccola Liz vuole essere colmata. Eppure Richy non ha tempo. Non può chiedere un permesso per occuparsi del rendimento scolastico dei figli, non può restare sveglio per fare l’amore con la sua compagna. E tempo non ne ha nemmeno la moglie Abby, perennemente in attesa di un autobus che le consenta di spostarsi da un punto all’altro della città, per visitare a domicilio i suoi pazienti, per accogliere la loro disperazione con un po’ di umanità.

In pochi istanti siamo risucchiati in una voragine di disgraziata lotta alla sopravvivenza: Richy e Abby sono ingranaggi di una macchina sempre in movimento che impetuosa ci rammenta che non ci è concesso fermarci, sebbene il nostro sforzo non sia insostituibile. Anzi. Al primo cedimento il sistema è pronto a rimpiazzarti, sarai tu a rimanere senza nulla fra le dita.

Non c’è momento in cui si creda intensamente in quella caduta nell’abisso dell’oppressione: ogni sguardo, ogni battuta, ha il sapore della vita vera. Gli attori, tutti emergenti, non sapevano come sarebbe andata a finire la faccenda, lo hanno scoperto con il succedersi delle riprese. Scenografie, ambienti e inquadrature sono tutte volte a mantenere intatta la credibilità: personaggi e narrazione prevalgono su qualsiasi orpello filmico.

Sorry We Missed You

Il punto è: come può accadere che quella schiavitù ci sia venduta, piuttosto efficacemente, come una forma di libertà? Richy ricorda la vertiginosa sensazione che l’indipendenza regala solo quando, da tifoso del Manchester United si concede lo sfarzo di mandare a quel paese un cliente supporter del Sunderland, sotto voce, quando la porta di casa dell’ostile signore si è già richiusa. Nuova tecnologia, perenne precarietà, vecchia subordinazione. E mentre Richy perde lucidità, indipendenza, denaro e rapporti umani, allo spettatore resta solo un nodo alla gola che non si slega.

Chiaro, feroce, onesto, Ken Loach si conferma un testardo narratore della modernità di cui non si può fare a meno, perché la sua è una profondità tristemente fuori dal comune. È violento e passionale il suo “Sorry We Missed You” e mentre ci alziamo dalle poltrone della sala, arrabbiati, indignati, proviamo a non dimenticare di sorridere al fattorino che sta già suonando alla nostra porta.

Voto Autore: 4 out of 5 stars