Kathryn Bigelow, marziale e fibrillante, torna a sbalordire col suo ultimo lavoro A House of Dynamite, in concorso per il Leone d’oro alla 82.Mostra Internazionale del cinema di Venezia, e in agenda Netflix, spingendoci a riflettere sulle conseguenze rischiose e non calcolabili di un assetto internazionale spinto perennemente al conflitto, uno stato dell’arte come il nostro, armato, riarmato, minaccioso, quasi incapace di vedere nell’altrui distruzione, anche la propria.
Si era detto dopo la guerra fredda mai più armi nucleari; così sarebbe potuto nascere un nuovo mondo. Fondato sulla pace. Ma non è andata esattamente così, come dimostrano anche le recenti vicende belliche del nostro pianeta.
L’equilibrio geopolitico odierno sembra basarsi sulla mutua minaccia di usare il nucleare, come se il nucleare usato non comportasse danni anche per chi lo scatena. Così il mondo gioca con le teste dei suoi abitanti e cammina sul filo sottile e precario della distruzione.
Come funziona il sistema di sicurezza che dovrebbe tutelare i cittadini da possibili minacce apocalittiche? Imbandendo un’altra devastante apocalisse pari e contraria? E dopo? Che succede se si decide per il non ritorno?

A House of Dynamite – Trama
Un missile sconosciuto, probabile testata nucleare, viene sparato nello spazio. La camera di controllo della casa bianca lo traccia e ben presto capisce che la sua rotta è il suolo americano, Chicago. L’impatto è previsto in venti minuti. Fallimentare ogni tipo di ricerca volta a definire da dove sia partito e perché. Il problema resta neutralizzarlo.

Ogni via da percorrere pare un disastroso punto interrogativo: subire l’attacco e ritorcersi su ipotetici mandanti ex-post mentre ci si lecca le devastanti ferite; evadere totalmente la catastrofe con una mossa mirata particolarmente fortunata e al contempo difficilissima; aggredire preventivamente e violentemente gli storici, forse plausibili, nemici statunitensi. Quale sia la via, l’esito appare sempre nefasto.
A House of Dynamite – Recensione
L’uomo che non impara dal passato, non aspira al futuro: Bigelow lo dimostra concretamente. Premessa fortissima, dialoghi serrati, camera mobile alla sua maniera e intrecci di prospettive a ricostruire da ogni angolazione coinvolta l’unica maledetta mattinata che aspira a cambiare la storia dell’umanità.

Uno spaccato temporale in cui tutto confligge, routine amministrativa di dirigenti militari, riunioni zoom di ministri e agenti speciali, chiamate d’emergenza con servizi segreti, presidente americano preso da una partita di basket e sbattuto su un aereo a leggere piani di distruzione atomica, persino un allerta cittadino di evacuazione con tanto di scelta su chi salvare e chi no, perché tutti non potranno sopravvivere e bisogna fare una spregevole cernita.
Ci sono anche sprazzi di lacrime quando il piano di colpire “un proiettile con un altro proiettile”, come avrebbero dovuto fare i due missili americani lanciati ad intercettare il razzo misterioso, falliscono e il panico da “no plan b” inizia a mordere la gola.

Questo è il mondo che appartiene a chi persegue la logica “diplomatica” delle armi. In un momento storico di disorientamento universale, il genere umano sembra aver perso la propria cognizione di causa e operare quotidianamente per raggiungere il proprio collasso.
Sterminio, guerre nucleari, minaccia atomica, genocidio, esercitazione balistiche, carestia, crimini di guerra, riarmo: termini del terrore che corrono veloci, da televisione a televisione, ed entrano nell’immaginario e nel frasario collettivo con una disinvoltura preoccupante, sorvolando senza troppa difficoltà quel senso di ripudio che dovrebbe invece accompagnarli sempre.

La violenza genera altra violenza; quello che l’uomo crea per distruggere prima o poi gli si rivolta contro: allora perché continuare a produrlo? Per essere sicuri di non soccombere di fronte a chi, il passo indietro verso quella data arma dilaniante, non l’ha fatto. Ma se questo è il ragionamento da seguire, inutile piangere sulla deflagrazione finale.
Bigelow sfata la sanità del proverbio !si vis pacem, para bellum”
Bigelow ci mostra questo paradosso, il limite dello storico proverbio si vis pacem para bellum, e lo fa con la simmetria della sua adrenalina, che incastra le battute di tutti gli agenti in questione senza dimenticare attimi di tenerezza riservati alla paura di chi sta per perdere tutto, senza sapere nemmeno per chi, o per cosa. Non si è mai preparati alla fine dell’umanità, specie quando non è un’esercitazione e per tornare indietro, bisognava pensarci prima. Forse non siamo più in tempo.

Cura del dettaglio e ritmo indiavolato, Bigelow maestra di tensione massimizza e porta a casa, forte di una sceneggiatura cotta a puntino dalla tenacia di Noah Oppenheim (Jackie 2016, Zero Day 2025 ).
Cast
Gli interpreti sono pedine formidabili, spine dorsali come Rebecca Ferguson, in rotta di collisione tra controllo abitudinario e spiazzante spaesamento, e Idris Elba, presidente americano indaffaratissimo tra jet privati e macchine scure, la cui disinvoltura crolla nel momento in cui deve scegliere se avere conferme fantomatiche da Cina, Russia e Corea o enunciare l’ordine definitivo.
Bigelow si conferma dotata e spietata, il suo è un esercizio civile e politico di telecamera, puntato, mirato e sparato contro le democrazie esportatrici di pace che hanno costruito la propria precaria fortuna su un casa di dinamite. Disinnescare oppure l’ esplosione sarà la destinazione più naturale possibile.
