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I Don’t Feel at Home in This World Anymore

“I Don’t Feel at Home in This World Anymore”: un titolo decisamente molto lungo per un film decisamente molto strano. Un’opera isterica, eterogenea e sorprendentemente etica.

Una donna nauseata dalla prepotenza del mondo abusa di antidepressivi, mentre lo stralunato vicino di casa lascia defecare il cane nel suo giardino. Un furto domestico. La sottrazione di un computer portatile e dell’argenteria appartenuta alla nonna. La polizia che consiglia: “Chiuda bene la porta, la prossima volta!” In “I Don’t Feel at Home in This World Anymore” non c’è nulla che sia di moda: nessun eroe, nessun crimine efferato, nessuna voglia di fare la cosa giusta. Ed è per questo che ci è piaciuto tanto.

Una sferzata di vento gelido sulla faccia: non immediatamente piacevole, ma necessaria per risvegliarci dal torpore dovuto al troppo cinema abbottonato, prigioniero di una morale che veste sempre la stessa camicia inamidata, seppur adeguandosi ai colori della nuova stagione.

Il coraggio dell’impudenza e la faccia tosta di sfuggire abilmente all’etichetta: ecco il protocollo a cui ogni opera prima indipendente dovrebbe attenersi. E questa pellicola sembra aver imparato alla lettera la lezione. Commedia, thriller, dramma e splatter. Non manca nulla all’appello di Macon Blair.

I Don’t Feel at Home in This World Anymore
Melanie Lynskey interpreta Ruth

Macon Blair: l’attore con la faccia pulita, ordinaria ma con l’espressione di chi sembra sentirsi fuori luogo, di chi ha molto da raccontare. È l’amico d’infanzia di Jeremy Saulnier, per lui è divenuto emarginato e scapigliatissimo in “Blue Ruin”, con lui condivide la stessa passione per le commedie nere tinteggiate di rosso vendetta. Per la prima volta dietro la macchina da presa firma un film audace, che non riesce a tenere il piede saldo sul pedale dell’acceleratore per tutta la corsa, ma che sa regalare sprint di tutto rispetto.

“I Don’t Feel at Home in This World Anymore” è stato presentato al Sundance Film Festival nel gennaio 2017, vincendo il Gran Premio della Giuria nella sezione drammatica statunitense. Distribuito da Netflix, il film ha come interpreti una sorprendente Melanie Lynskey (la ricordate nella sit-com Due uomini e mezzo?) e un azzeccato Elijah Wood (mai così lontano dal suo Frodo Baggins).

Elijah Wood è Tony,
l’improbabile ninja che accopagnerà Ruth nella sua personale vendetta

“I Don’t Feel at Home in This World Anymore” inizia in una realtà di provincia dal quotidiano intriso di banale inciviltà e dozzinale maleducazione. Un desolante paesaggio sul quale vorremmo far calare il sipario velocemente. Uno scenario che ricorda troppo da vicino l’arroganza che sopportiamo ogni giorno.

Ruth (M. Lynskey) è stremata dall’incontenibile brama di prevaricazione del mondo, sfinita dall’essere superata alla fila del supermercato, svuotata da chi non vede l’ora di raccontarle il finale del libro che lei sta leggendo, stanca di non ricevere mai una parola gentile. Le sue sono giornate scandite dal rintocco di modeste, ma incessanti, offese. Quando i ladri si introduco a casa sua, la polizia non è affatto interessata ad investigare su un crimine così comune, e l’agente responsabile dell’indagine non fa altro che piagnucolare per la propria crisi coniugale. Ruth non può più sopportare. Il peso dell’indifferenza si è fatto intollerabile.

Non le resta che arruolare il bizzarro vicino di casa armato di nunchaku, l’improbabile ninja Tony (E. Wood), aggiudicarsi un finto distintivo della polizia dalla scatola dei cereali e mettersi sulle tracce dei malviventi che senza alcuno scrupolo hanno violato la sua casa. Li troverà. Saranno molto più violenti e folli di quanto si sarebbe mai aspettata.

I Don’t Feel at Home in This World Anymore

Il finale cede alle lusinghe di una squisita violenza, in fondo una parte di noi non aspettava che questo. Ma “I Don’t Feel at Home in This World Anymore” smette di concedersi il capriccio di esplorare sentieri poco battuti: la strada ben più nota conduce in un bosco buio pieno di striscianti insidie dove il succulento grottesco si tramuta in un dramma dai toni cupi, un macigno forse troppo pesante per essere caricato sulle spalle dei nostri antieroi.

David Yow nei panni del criminale Marshall

“Chiunque può fare quello che vuole se gli viene permesso!” Davanti a frasi di questo genere non verrebbe anche a voi la voglia di urlare? Macon Blair sfoga la propria indignazione alzando un grido liberatorio ed ironico, convertendosi a pieno alla dottrina dei fratelli Coen.

Ignavi, ingordi, ingiusti. Ci si può sentire a casa in un mondo abitato da persone così? E noi? Noi siamo brave persone? Possiamo solo essere gentili con noi stessi: perdonare la loro fame, mettere a tacere la nostra rabbia, dare qualche gomitata alla bestialità sperando di riuscire a scansarla. Abbiamo tutto il tempo del mondo per farlo. O almeno sono frasi che si dicono.

Voto Autore: [usr 3,5]

Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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