Grand Army

Produzione Netflix recentissima, Grand Army è un teen drama moderno che parla dell’attualità in tutti i suoi aspetti più scottanti, più simile alle fulve tinte di Euphoria che all’enfatico 13 reasons why, che ha appena terminato con la quarta e ultima stagione. Grand Army, che prende il titolo dalla scuola in cui è ambientata, è una serie creata dalla drammaturga Katie Cappiello che ha adattato e ampliato la sua pièce teatrale Slut. Slut tratta di uno dei temi principali di Grand Army, ovvero quello della rape-culture e della colpevolizzazione della vittima.

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Joey del Marco

Entrambe le opere seguono la storia di Joey del Marco (Odessa A’zion), liceale bianca considerata una puttana. La serie, oltre a lei segue anche le storie di altri quattro ragazzi: Dominique detta Dommo (Odley Jean), ragazza di famiglia Haitiana che cerca di contribuire economicamente alla famiglia pur gestendo anche le proprie ambizioni; Sid (Amir Bageria), ragazzo indiano che ha il solo scopo di entrare ad Harward ma ha un segreto; Jayson (Maliq Johnson), che insieme al suo amico Owen (Jaden Jordan) sognano di suonare assieme il sassofono; Leila (Amalia Yoo) cinese adottata da una famiglia ebrea che vuole adattarsi a scuola.

I primi due episodi sono dei capolavori di scrittura. Si entra subito nel vivo delle dinamiche scolastiche con un evento che costringe tutti gli studenti a restare bloccati a scuola: un uomo si è fatto saltare in una piazza nel quartiere di Brooklyn, a New York. Grazie a questo pretesto, andiamo a conoscere tutte le dinamiche tra i personaggi che saranno i principali punti di vista della serie.

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Joey e Dominique

Innanzitutto appunto Joey, che la troviamo per prima cosa a estrarre un preservativo incastrato nella vagina di una sua amica, con la raccomandazione che se il ragazzo non sa come usare un preservativo lei non deve farci più sesso. Tutto l’arco di Joey è fondato sul sesso, fin dalla sua primissima scena. Anche solo nel corso del primo episodio, il maggior conflitto che ha con una insegnante è che è a gambe nude e quindi inopportuna per il dress code scolastico. Joey è da subito messa in contrapposizione con Dommo, che manca del privilegio di essere ricca e bianca che ha invece Joey. Il conflitto principale dell’arco di Dommo è quello economico, ed è con quello, insieme a quello razziale, che confligge con Joey. Il motivo che confligge con Joey è un “furto” fatto a Dommo da parte di Jayson e Owen, “furto” che Joey ritiene grave e punibile mentre invece Dommo sa perfettamente quali saranno le conseguenze se una ragazza bianca accusa due ragazzi neri. E qui arriviamo al terzo conflitto, che interessa i due amici Jayson e Owen, quello della giustizia sociale e razziale. Gli altri due personaggi protagonisti ripetono rimescolati alcuni di questi conflitti, sicuramente quello dell’identità razziale nel caso di Leila, anche se in lei convergono altri privilegi che la rendono più una villain che qualcuno per cui provare empatia, e quello dell’orientamento sessuale nel caso di Sid.

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Jayson e Owen

Tutti questi conflitti vengono appunto perfettamente delineati in nuce nel primo episodio, che, sullo sfondo di un evento tragico, crea quindi un fertile clima di angoscia e di ansia, clima che va perfettamente a segnare non solo la serie ma anche il 2020 in cui è ambientata.

Leila

Infatti, l’attualità è fondamentale per Grand Army. Tantissimi riferimenti al periodo vengono fatti, innanzitutto al coronavirus ma anche alle battaglie antirazziali e contro la brutalizzazione della polizia. Nonché ovviamente alla pervasività dei social. Tutta questa focalizzazione sull’attualità degli eventi è proprio in funzione della gravità dei problemi trattati. Il privilegio economico, di genere, di razza sono cose ora più che mai attuali. Per questo è molto significativo che, per una volta, la narrativa viene rovesciata: a essere protagonisti non sono più uomini bianchi etero, con le minoranze relegate nel ruolo della spalla. Ora, gli uomini bianchi etero sono sullo sfondo, e tra i protagonisti abbiamo un’ampia selezione di minoranze e altrettante di privilegi, che vanno da quello più alto (Joey), alla totale assenza di privilegi, sotto ogni fronte (Dommo). Ma, il sentimento di entitlement è talmente pervasivo che nonostante siano solamente relegati a comprimari, ogni personaggio protagonista subisce l’azione, più o meno violenta, di uomini bianchi etero. E ad avere quella più violenta è appunto Joey, che condivide con loro più di un privilegio. Si potrebbe contestare che gli ostacoli di Dommo non scaturiscono da nessun uomo bianco, ma questo solo perché tutta la sua vita è stata segnata dall’assenza di privilegio. In quel mondo, Dommo non è neanche considerata.

L’interconnessione tra tutti i personaggi è ciò che rende i primi episodi della serie dei veri capolavori. Poi la serie si concentra individualmente sulle storyline di ogni singolo personaggio e alcune (Joey e Dommo) si rivelano più interessanti di altri (su tutte quella di Leila, che per essere resa più avvincente ha persino una parte a cartoni animati). L’interconnessione del tutto ha anche un valore tematico, non solo perchè tutti i problemi (razzismo, sessismo, omofobia) sono intrinsecamente collegati l’uno all’altro, ma anche perchè si allaccia con il bel finale sospeso: quando circa tutti, a livello personale, riescono ad avere delle vittorie, la serie chiude questa prima stagione con un silenzioso gesto di altruismo che ha una valenza di consapevolezza collettiva. È sicuramente un finale amaro, che denuncia i problemi di ingiustizia sociale, ma con qualche cenno di speranza che si fonda sulla collettività. Dommo ottiene i suoi sogni perché la famiglia e le sue amiche le stanno unite; uno dei tre ragazzi responsabili si rende conto di quello che ha fatto; e infine il padre di Jayson fa un cenno di approvazione al gesto di silenziosa ribellione da parte del figlio.

Voto Autore [usr 3,0]

Marianna Cortese
Attualmente laureanda in Lettere Moderne, ho sempre avuto un appetito eclettico nei confronti del cinema, fin da quando da bambina divoravo il Dizionario del Mereghetti. Da allora ho voluto combinare cinema e scrittura nei modi più diversi e ho trangugiato di tutto: da Kim Ki-Duk a Noah Baumbach, da Pedro Almodovar a Alberto Lattuada. E non sono ancora sazia.

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