Bird box

Cos’ hanno in comune una bird box, ossia una scatola per uccelli e l’apocalisse? Secondo il romanzo best-seller omonimo di Josh Malerman, da noi noto con il titolo La morte avrà i tuoi occhi, moltissimo. E il film della danese Susanne Bieir, tratto da quest’opera letteraria, distribuito da Netflix a fine 2018, diventato uno dei lungometraggi più visti sulla piattaforma, lo traduce drasticamente in scena, basandosi sulla sceneggiatura di Heisserer (Arrival).

Al pari di una scatola per uccelli, chiusa ed oscura, con fori sparuti attraverso cui far entrare l’aria necessaria per respirare, allo stesso modo i protagonisti sono costretti a restare in abitazioni-gabbie, perché ogni contatto visivo con l’esterno li costringe al suicidio. Cosa vedano, cosa sentano, il perché siano spinti a tale gesto, resta un mistero.

Bird box

Così dilaga, improvvisa, senza alcuna gradualità, un’epidemia terrificante e sconosciuta, di cui oggi non stentiamo ad immaginare le dimensioni, visto l’attuale stato pandemico che ci troviamo dolorosamente ad affrontare; il mondo umano è aggredito e sotto scacco, reso luogo desolato pieno di cadaveri, vegetazione brada, carcasse d’auto, resti di vita che un tempo fu ed ora non è, scenario postbellico perfetto, in cui chiunque metta il naso fuori di casa ed entri a contatto con luce ed aria esterne, muore.

Bird box

Malorie (Sandra Bullock), sola ed incinta, donna forte ed indipendente, perde la sorella ed ogni contatto con la famiglia; trova rifugio in una casa con altri superstiti, con cui instaura legami anche profondi; ma in cinque anni di strenua resistenza, resta l’unica a sopravvivere. Oltre la soglia della sua bird box acquisita, c’è una giungla tossica, sconosciuta, che non ha più niente di civile.

Insieme a lei ci sono due bambini piccoli, uno è suo figlio: disperata decide di uscire portandoli con sè e percorrere, a bordo di una piccola barca a remi, un grande ed insidioso fiume che si è venuto a creare al posto della strada principale; sembra essere questa l’unica via per arrivare in un luogo che potrebbe essere la salvezza. Ma tutti e tre hanno e dovranno mantenere una benda sugli occhi: vietato vedere, pena la morte.

Su questi elementi si sviluppa la fantascienza postapocalittica firmata dalla Bieir, che pone una premessa, ovviamente distopica, tanto vincolante quanto generica: il fuori è il problema, nell’aria c’è il male, la minaccia è la luce, nonostante poi, tutti coloro che guardino, ascoltino l’oscura forza, la descrivano come bellissima ed aprano gli occhi forzosamente anche ad altre persone costringendole ad una fine orribile. Fatto sta che non si puo’ guardare. Il senso della vista è inibito in questa trama, come lo era la parola in A quiet place, altra opera coetanea dello stesso genere.

E per un’epoca come la nostra che ha fatto dell’apparire moneta non solo di successo ma di esistenza stessa (dai social, ai selfie), non vedere né essere visti è la tortura più grande immaginabile: l’essere scollegati da tutto e da tutti, il non poter sottoporsi e sottoporre a giudizio visivo il reale, anzi addirittura punirle lo sguardo nella maniera più irrimediabile e definitiva possibile, depriva l’individuo medio della primaria fonte di conoscenza, la più superficiale, la più a buon mercato, dunque la più diffusa, addirittura la condanna, la stigmatizza come fosse un peccato non assolvibile, abusato a tal punto da rivoltarsi contro i propri abusatori, che sono, neanche a dirlo, gli individui.

Bird box

L’orribile nemesi della natura sull’uomo, un’esaltazione invertita dell’anormalità che oggi sconta l’ambiente, la pochezza di empatia cui i rapporti sociali sono ridotti, sono solo delle ipotesi che possono ben calzare il carattere e gli intendimenti dell’ horror-thriller in questione. Nella devastazione da disastro improvviso e progressivo insieme, gli uccelli appaiono come gli unici esseri in qualche modo salvifici: la loro agitazione è il sesto senso mancante all’ottusa razza umana, l’allarme che preannuncia la minaccia, la coscienza oggi inascoltata o perduta che sa discernere verità da falsità.  

Inquietante, sorprendente, probabilmente eccessivamente dilatato in alcune sequenze coartate artificialmente, più interessante ed originale quando si apre alla sfida esterna, che non quando si ritira nella dimensione interna, molta dell’azione filmica si concentra sui cinque sensi, udito, tatto e scampoli di vista, estremizzati a tal punto da divenire a tratti sovrannaturali.

Bird box
Bird Box

Ci si muove su due sezioni narrative, cronicamente disgiunte e parallele. Da una parte seguiamo Malorie a partire da quando il disastro la costringe a rintanarsi nella casa-rifugio con i suoi nuovi coinquilini, con cui tesserà legami, lei scettica in proposito, solitaria per scelta, scostante ed introversa, imparerà a conoscere ed apprezzare pregi e debolezze, sbocchi d’amore e ferocia, in una micro comunità viziosa e virtuosa insieme, cui la donna, per troppo tempo, nella vita normale ha voltato le spalle.

Contemporaneamente c’è Malorie, cinque anni dopo, in viaggio sul fiume dei pericoli, sola con due bambini, tre bende, una coperta, persa tra rapide, semi-umani impazziti che cercano altre vite da sacrificare alla luce omicida esterna, la natura selvaggia che non risparmia nulla a nessuno, la paura, lo sconforto ed il disorientamento.

Bird box

Buone le parti di azione, tra cui le sequenze di navigazione al buio, che contribuiscono, soprattutto nella prima parte della storia, a mantenere intatto il senso di tensione e la curiosità del finale; incisivi gli effetti speciali, primo tra tutti la vetrificazione degli occhi di chi entra in contatto visivo con l’esterno, occhi inspiegabilmente tristissimi, abbracciati da e ad una dolcezza spietata, come se la morte fosse una grazia che toglie dal mondo e non un’ingiustificabile pena; mirabile la fotografia nelle parti dedicate al viaggio sul fiume, che brillano per fredda profondità e contrasto; prestante e meritoria nello sforzo fisico ed interpretativo la Bullock, quasi avatar da videogame impegnata in un’ epopea materiale e mentale, che sfrutta la potenziale forza di carattere del personaggio, e la trasforma, ponendola per la prima volta al servizio di qualcosa di diverso da sé, ossia due bambini.

Bird box

Da mamma poco convinta, quasi in procinto di dare in adozione il suo bambino, Malorie diventa mamma lupa, animale braccato, capace di puntare fucili, partorire tra suicidi, cadaveri, simil-zombie, fuggire e lottare per la sopravvivenza di sé e dei suoi cuccioli, con una forza inarrestabile e caparbia.

Tra gli interpreti segnaliamo  come coinquilino della casa rifugio un John Malkovich deciso, divertito ed a suo agio, intransigente e bigotto, ma capace di lucidità imparziale ed eroica solidarietà, nonostante i lutti subiti.

Bird box

Non tutto quadra e sorprende a dovere, e si intravede una semplificazione di intenti che toglie qualche velo di carisma al tutto, forse perché la Drier è qui al suo primo tentativo in questo genere filmico, eppure Bird box è una storia in cui fanno più luce le cose non dette, che quelle dette e ciò che rimane sopito prevale su quanto viene oggettivamente visto. Di questa coerenza omissiva, magari studiata a tavolino, è giusto dare atto.

Voto Autore: [usr 3,0]

Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo 
Cosa non so fare: smettere di scrivere 
Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere 
Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa. 
Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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