lunedì, 19 Aprile, 2021
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13 reasons why – Ultima stagione

Si è conclusa questo mese la serie drammatica 13 reasons why, produzione originale Netflix, fenomeno degli ultimi quattro anni tra gli adolescenti di tutto il mondo. La serie, che abbiamo recensito fino alla terza stagione qui, è arrivata al suo termine con un notevole cambio di look rispetto alla prima stagione. La prima cosa che si nota, è che il titolo non ha più ragione d’essere. Le stagioni dopo la seconda infatti non seguono più le storie del gruppo di amici protagonisti in relazione ad Hannah Baker, la protagonista della prima e, indirettamente, della seconda stagione, ma si soffermano su altre storie riguardanti gli stessi personaggi. Scelta sicuramente vincente visto il fiasco della seconda stagione, che porta avanti un improbabile processo conseguente il suicidio della ragazza.

13 reasons why

La quarta stagione invece prende direttamente le mosse dalla terza. Dopo la morte di Bryce (Justyn Prentice) e la conseguente accusa di omicidio dello stesso per mano di Monty (Timothy Granaderos), morto anch’esso, il gruppo di amici deve fare i conti con le conseguenze e il senso di colpa dell’insabbiamento dei veri colpevoli. Nel frattempo però, la scuola stessa diventa un nemico: il preside della scuola rafforza la sicurezza interna, con metal detector e poliziotti; inoltre, cominciano a saltare fuori scritte che mettono in discussione la colpevolezza di Monty. I responsabili possono essere tanti: il gruppo dei jock, ovvero dei giocatori di football, capitanato da Diego (Jan Luis Castellanos), nuova fiamma di Jess (Alisha Boe); Winston (Deaken Bluman), ex-amante di Monty, nuova fiamma di Alex (Miles Heizer); o forse, qualcuno di (non così tanto) inaspettato.

13 reasons why

Questa quarta stagione mette tanta carne al fuoco. Ormai gestire la moltitudine di storyline è diventata un’impresa, eppure resta comunque uno dei tratti forti. Ognuno dei personaggi ha subìto un arco di crescita: Alex capisce e accetta la sua bisessualità; Jess si perdona per quello che ha fatto; Justin (Brandon Flynn) cerca di cambiare in meglio la sua vita; Winston passa dalla vendetta all’empatia. E così tutti gli altri, troppi per elencarli qui. Anche le tematiche restano impegnative: dalla così attuale brutalità della polizia, all’invasione della privacy personale, fino alla malattia mentale e alle sparatorie nelle scuole. Gli argomenti sono tanti, belli, e avvincenti, almeno sulla carta. Infatti, se i punti cardine della trama mantengono l’interesse dello spettatore, il problema sta nei momenti di passaggio da un plot point a un altro.

13 reasons why

Vediamo prima i punti di forza. 13 reasons why sa come creare un gancio: il primo episodio inizia con un funerale di cui si scoprià la vittima soltanto alla fine. Inoltre, sono delineati fin da subito i conflitti e le tensioni della stagione: c’è qualcuno che sa cosa i protagonisti hanno fatto e c’è qualcuno che segue e intimidisce Clay. Quest’ultimo filone narrativo risulta giocato molto bene, almeno in una prima parte, quando le aspettative dello spettatore vengono smentite più volte, passando da una iniziale ambiguità, a una apparente risoluzione logica, a un’ulteriore ambiguità che sfonda a mani basse nel thriller psicologico. C’è inoltre una bella commistione di generi, dal thriller psicologico, all’horror di fantasmi (dell’episodio del campeggio) al realismo documentario dell’episodio della sparatoria. Per non parlare della tensione creata dal personaggio di Clay (Dylan Minnette), che (finalmente!) in questa stagione mostra un lato oscuro trasformandosi così da eroe nerd a villain. Insomma, questa stagione ha mostrato parecchie potenzialità, che in molti casi però non ha saputo mantenere.

Clay Jensen

Infatti i problemi sono tanti. Innanzitutto, la stagione è continuamente puntellata da una perenne e inutile voce narrante, che occupa ogni secondo lasciato libero dal dialogo. Non c’è mai un momento di silenzio, e questo va a minare la potenza di alcune, di molte, scene. Le stesse scene potenzialmente molto catalizzanti poi perdono di trazione emotiva perchè non trattenute abbastanza, nè in termini di tempo nè in termini di conseguenze sui personaggi. Ci sono esempi di incidenti in macchina, ricoveri in ospedali, rivelazioni shock di malattie, mentali e fisiche, che non hanno quasi alcun risvolto narrativo. Sembrano elementi fatti apposta per far sussultare lo spettatore nell’attimo in cui accadono, ma che in effetti non portano avanti la trama o l’arco dei personaggi.

13 reasons why

Su questa stessa linea, gli stessi eventi forti sono tanti, forse troppi. Paragondando 13 reasons why con Euphoria, teen drama dello scorso anno, salta subito all’occhio la differenza. Euphoria ha altrettanti eventi assurdi, esagerati, drammatici e violenti. Ma sono tutti ancorati a terra da una caratterizzazione dettagliata e addirittura brutale dei personaggi. Ognuno ha un motivo e un movente per agire e reagire così come fa. Ognuno, poi, ha una sua personalità, evidenziata da un modo di parlare unico e singolare, nonché estremamente dettagliato e puntuale.

Clay e i fantasmi di Bryce e Monty

Non si può dire certo la stessa cosa di 13 reasons why. Eventi esplosivi, addirittura anche tragici, che mancano di concretezza e di credulità, risultano dello stesso spessore degli intrallazzi amorosi di una soap opera. Inoltre, non mancano enormi buchi di sceneggiatura e di realismo: un poliziotto all’inizio prende un campione di vernice rossa per andarlo ad analizzare perché solo alcuni negozi lo vendono in tutta la cittadina, e poi non se ne sa più niente; durante la sparatoria della scuola nessuno chiama le autorità, o nessuno si interroga perché gli stessi poliziotti della scuola non intervengano; dopo, i poliziotti armati si mettono a manganellare studenti che si difendono lanciando quaderni! Sono tutte cose non molto credibili e che funzionano unicamente in quanto rispondono a delle aspettative pregresse instillate precedentemente nello spettatore da una cultura collettiva, finzionale e non.

Tuttavia però, questo gioco è comunque sintomo di scaltrezza e, per un certo tipo di pubblico non particolarmente scafato, può risultare una mossa vincente. Il vero problema infatti restano in dialoghi. Le parole più usate sono concetti vaghi di colpa, verità, amicizia. Nessuno dei personaggi parla in modo differente dagli altri, e i dialoghi sembrano essere usati solo per riempire i passaggi da un evento della trama a un altro, senza che dicano mai niente di rivelatorio o di problematico dei personaggi. I dialoghi sembrano tenuti così vaghi per fare andare avanti la trama in un modo prestabilito senza ingombranti intoppi di realismo. È incredibile come in una serie si parli così tanto per dire così poco. Visto il target inoltre anche il messaggio finale è alquanto problematico: va bene commettere o insabbiare crimini se è per proteggere amici o colleghi; risulta un insegnamento moralista di omertà un po’ reazionario. L’unico che subisce una meschina mossa del destino è l’unico personaggio che aveva attivamente tentato di migliorare la sua condizione.

13 reasons why

La sensazione generale è che sia una serie che vive di rendita. L’impegno c’è, ma non troppo, il target di riferimento si conosce e lo si nutre con ciò che basta. Per tutti gli altri, risulta se non altro ripetitivo, se non proprio indigesto.

Voto Autore [usr 2,0]

Marianna Cortese
Attualmente laureanda in Lettere Moderne, ho sempre avuto un appetito eclettico nei confronti del cinema, fin da quando da bambina divoravo il Dizionario del Mereghetti. Da allora ho voluto combinare cinema e scrittura nei modi più diversi e ho trangugiato di tutto: da Kim Ki-Duk a Noah Baumbach, da Pedro Almodovar a Alberto Lattuada. E non sono ancora sazia.

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