Approda su Netflix l’esordio dietro alla macchina da presa di Kate Winslet, Produzione originale della piattaforma, Goodbye June permette all’attrice di inserirsi per la prima volta in cabina di regia, dando così vita nel 2025 ad un film drammatico nel senso più puro (e sentimentale) del termine. Il cast, d’eccezione, si appoggia sulla sceneggiatura di Joe Anders. La natura dell’autore ventiduenne, figlio dell’attrice-regista (e del regista Sam Mendes) ha permeato la pellicola di non poche polemiche, decretate da chi considera il film un ennesimo frutto del nepotismo dell’industria. Al netto delle critiche, il lungometraggio (114 minuti di durata complessiva) si è fatto spazio sul catalogo della piattaforma, con una distribuzione strategica alla vigilia dello scorso Natale, senza però trovare troppo riscontro sulla stampa né in sede di festival.

Goodbye June: la trama
Come la più classica matriarca, e in pieno stile British, l’ormai anziana June (Helen Mirren) ha dato vita ad una famiglia stravagante e sfaccettata. Dal suo matrimonio con il burbero, anziano e a tratti sconveniente Bernie (Timothy Spall), ormai instabile sulle gambe malferme, sono nati quattro figli – ormai adulti al momento degli eventi. Helen (Toni Collette) è la maggiore, ma rifugge le responsabilità con il suo piglio da figlia dei fiori. Vive negli Stati Uniti, dove conduce una vita eccentrica e insegna yoga alle donne in gravidanza, tra l’accensione di pali santi e le parentesi in cui è occupata a regolare i flussi di energie. Il peso della responsabilità cade dunque sulla secondogenita, Julia (Kate Winslet), occupatissima madre di tre figli, presa dal lavoro e prevalentemente sola. Il marito indaffarato dall’altra parte del mondo, spetta a lei provvedere al benessere della famiglia (nuova e di provenienza).
Per screzi inspiegati, Julia non intrattiene più nessuno scambio con la sorella minore, Molly (Andrea Riseborough). Lei, madre casalinga con l’ossessione per il biologico e sempre pronta a colmare le lacune del marito, evita il contatto con la sorella. Il più piccolo dei quattro, Connor (Johnny Flynn) appare forse il più fragile e il meno indipendente, ancora costretto a vivere con i genitori. È proprio lui, infatti, a ritrovare a ridosso del Natale la madre riversa sul pavimento della cucina. June è gravemente malata, ma stanca di lottare contro il tumore. Viene portata d’urgenza in ospedale, ma senza previsione di tornare a casa per le feste. I suoi ultimi giorni nella struttura si trasformano così in un’occasione per la famiglia di ritrovare un equilibrio. Ma dal suo letto d’ospedale, riuscirà la donna a dar voce ai silenzi e gestire i non detti dei figli e del marito?

Goodbye June: la recensione
Per la sua prima prova di direzione, la pluripremiata attrice britannica segue la bussola della sobrietà. La regia d’esordio di Kate Winslet si rivela infatti, nel corso del minutaggio, estremamente lineare. Questo perché si appoggia, senza particolari orpelli che puntino a risvegliarlo, su un andamento della sceneggiatura ancor più piallato. Ingabbiato in uno script in cui l’essenzialità sfiora i limiti della noia, con il suo obiettivo drammatico Goodbye June punta (con successo) alla lacrima facile. Al netto di qualche sbadiglio e un sostanziale rischio pennica, la pellicola riesce a mantenere un certo grado di intensità, insita nella tenerezza soggiacente alla famiglia che ritrae. Per riuscire in questo intento, però, si appoggia su dinamiche narrative a dir poco scontate, giocando sul già visto e attingendo a piene mani dal bacino dei cliché drammatici. Elementi che, inevitabilmente, finiscono per rendere il prodotto finale quantomeno prossimo ad un certo grado di banalità.
A conferma di questo schema – così come dell’obiettivo lacrima facile e tepore familiare – il piazzamento tattico della distribuzione. Non è un caso infatti se Goodbye June fa il suo ingresso nel catalogo della piattaforma la scorsa Vigilia di Natale, ricordando al suo pubblico il valore del tempo speso in famiglia. Sottolineando l’importanza del restare uniti, del riconnettersi. Ad aiutarlo in questa missione, anche il lavoro di un cast forse fin troppo capace per le premesse di questo film. Con le loro interpretazioni squisite, i tanti volti che abitano il lungometraggio contribuiscono a conferirgli quella sostanzia che il plot non riesce a dargli, inspessendo gli spazi vuoti e donandogli quel tanto di autonomia che basta a garantirne la visione.

Goodbye June: il dibattito sui nepo-baby
A fronte di un prodotto ultimato di questo stampo, risulta quantomeno spontaneo interrogarsi sulla sua origine. Nello specifico: questo stesso script avrebbe avuto altrettante possibilità di vedere la luce se non fosse stato scritto dal figlio della stessa Winslet (e di Mendes)? Sembra, quest’ultimo, un quesito che apparentemente attanaglia molti. Soprattutto se si considera, sul versante opposto, quanto strenuamente l’attrice e regista all’uscita del film abbia perorato la causa del figlio disapprovando per lui l’etichetta di nepo-baby. In un mondo artistico oggi più che mai popolato da “figli di”, con buona pace di Winslet probabilmente no: con una firma differente forse Goodbye June non sarebbe nato.
Difficile pensare che un film del genere avrebbe avuto la possibilità di ergersi a cavallo di battaglia di un astro nascente, il sintomo di una promessa che necessita di dare corpo al suo pensiero. È lecito pensare che difficilmente dinamiche tanto trite avrebbero catturato una produzione, o stretto a sé un cast così significativo. Sono questi però elementi sufficienti ad etichettare Goodbye June come un brutto film? Certamente no, il che però non lo salva dal rivelarsi un prodotto dimenticabile. L’ultimo pensiero in questo quadro va alla prova da esordiente di Winslet, costretta a misurarsi con questo dibattito e a far spegnere il suo lavoro registico da una trama purtroppo sciapida, priva di guizzi.

