domenica, 26 Settembre, 2021

Demolition – recensione del film con Jake Gyllenhaal

Nel 2015 il regista canadese Jean-Marc Vallée porta a compimento il suo nono (e ad oggi ultimo) lungometraggio prima di dedicarsi alla sfera della serialtà. Si tratta di Demolition, talvolta integrato in italiano con il sottotitolo Amare e vivere. Il film, avvalorato da interpreti d’eccezione, dura un’ora e quaranta minuti ed affronta il tema dell’elaborazione del lutto, tanto ostico quanto presente sul grande schermo. Attualmente è disponibile sulla piattaforma di streaming RaiPlay.

Demolition

Demolition: la trama del film

Demolition delinea le peculiari vicende di Davis (Jake Gyllenhaal), giovane e brillante investitore di successo, sposato con la dolce Julia (Heather Lind), figlia del suo capo Phil Eastwood (Chris Cooper). Il film si apre con un incidente stradale che coinvolge la giovane coppia, in seguito al quale la ragazza perde la vita. Davis, preda di un annichilimento emotivo, non sa come reagire all’accaduto e si trova in difficoltà poiché non prova il dolore che tutti si aspettano da parte sua. Non trovando altre valvole di sfogo, riversa la sua esperienza in svariate lettere di reclamo che invia al servizio clienti di un’azienda di distributori automatici (quando era in ospedale, un distributore di quell’azienda gli aveva preso i soldi senza rilasciargli alcuno snack). Parallelamente, sfoga la sua crisi in un nuovo peculiare hobby per cui demolisce e smonta oggetti non funzionanti o che gli generano alcun tipo di malessere. I suoceri di Davis, già non particolarmente bendisposti nei suoi confronti, a seguito di queste sue nuove tendenze lo costringono a lasciare momentaneamente il lavoro per elaborare il lutto e ritrovare una propria stabilità.

Ma le giornate di Davis vivono una svolta quando Karen (Naomi Watts), l’addetta al servizio clienti dell’azienda a cui invia le lettere di reclamo, lo contatta, affascinata e impietosita dalla sua storia. I due vogliono incontrarsi ma, manchevoli del coraggio necessario a conoscersi di persona, faticano a trovare un’occasione. Quando finalmente le loro strade si incroceranno, la loro relazione non sarà di natura prettamente e fisicamente amorosa ma assumerà le forme di un supporto reciproco, di cui entrambi necessitano. Anche Karen, infatti, si trova in una situazione che avverte come scomoda e soffocante a causa dell’incerto rapporto con il compagno Karl e soprattutto della complessa relazione con il problematico figlio Chris (Judah Lewis). Tra conversazioni e demolizioni, però, Davis riuscirà a comprendere quali siano le sue emozioni nei confronti del decesso della moglie e stringerà un forte legame con il piccolo Chris, bisognoso di una figura adulta che lo comprenda.

Recensione del film

Demolition traccia il percorso di una complessa e altalenante elaborazione del lutto. Questa continua evoluzione nella psiche di Davis, proposta allo spettatore nella forma di comportamenti aticipi e sopra le righe (oltre alle demolizioni, si veda la sequenza del balletto), rende il personaggio un anti-eroe dai tratti non convenzionali (come è tipico dei personaggi interpretati dal capacissimo Gyllenhaal), che rischia a tratti di diventare irritante agli occhi del pubblico. Ma, pur nel suo essere estremamente border-line, il protagonista si salva sempre e non perde mai l’empatia del pubblico, data la condizione estremamente fragile in cui si ritrova a seguito del decesso della moglie.

Demolition

Il suo è un percorso che prevede una rinascita, passando prima però dalla distruzione più completa. “Se vuoi capire qualcosa, devi disfare tutto, per capire cosa è importante” dice Phil a Davis dopo la morte di Julia, e il giovane prende il consiglio alla lettera. Come fa con gli oggetti non funzionanti (la porta del bagno dell’ufficio, la lampada in casa dei suoceri), Davis nel corso del film si scompone e si ricompone. Scrive in una lettera a Karen, in preda ad un vorticoso flusso di coscienza, “Sto diventando una metafora” e in effetti è ciò che accade. La metafora, onnipresente nel lungometraggio, assume forme plurime ma è costante e mai velata nel personaggio di Davis, che demolisce se stesso (mentalmente e fisicamente) e il suo presente per poter funzionare di nuovo, per ritrovare il se stesso che un tempo conosceva.

Demolition

Proprio in ragione del suo voler analizzare i vari aspetti di un momento tanto delicato, conferendo adeguata importanza e autonomia ad ognuno, la narrazione rischia talvolta di farsi confusa e non sempre è chiaro quale sia l’obiettivo di regista e sceneggiatore (Bryan Sipe). La vicenda inizia con il decesso: il focus è chiaramente su Davis e sulla sua elaborazione del lutto. Dopo poco però l’attenzione dello spettatore viene spostata sulla curiosa relazione tra Davis e Karen, e quando questo inizia a delinearsi il fuoco si sposta di nuovo per concentrarsi sul rapporto tra Davis e Chris (forse il personaggio più riuscito e accattivante di tutto il film). Fortunatamente, la storia è tenuta insieme dalle buonissime performance dei protagonisti, che conferiscono a Demolition coerenza e compattezza sufficienti a non indispettire lo spettatore.

Fa guadagnare indubbiamente molti punti a Demolition il montaggio curato da Jay M. Glen, non convenzionale: peculiare ma mai fastidioso, si rivela estremamente funzionale a rendere il senso di straniamento del protagonista. Oltre a quella ovvia relativa ai capacissimi interpreti, un’altra nota di merito è riservata all’accattivante colonna sonora, cassa di risonanza della psiche tormentata di Davis.

Demolition

Con Demolition, Vallée si colloca ancora una volta sulla linea di confine tra il cinema indipendente e quello mainstream. Il regista, come aveva già dimostrato con i precedenti Dallas Buyers Club e Wild, ama operare in produzioni relativamente grosse, lavorando con alcuni grandi volti della Hollywood contemporanea (qua Gyllehaal e Watts, ma precedentemente anche McConaughey, Leto, Witherspoon e Dern). Al contempo, nei suoi film esula dalle narrazioni più canoniche, prediligendo protagonisti tormentati in cerca di una rivoluzione interiore. In questo caso, Gyllenhaal incarna perfettamente il confine tra indie e pop di cui si fa portatore Vallée, come dimostra la sua partecipazione a moltissimi esordi, progetti low-budget, indipendenti o di astri nascenti della regia internazionale (Donnie Darko, Nightcrawler, Wildlife, Animali notturni, Okja, Velvet Buzzsaw). Il connubio di attore e regista, uniti da una comunione di intenti, dona allo spettatore un film peculiare e complesso, atipico ma gradevole nella sua ruvidezza tematica e stilistica.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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