Tutti ricordano Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer (qui la nostra recensione), la miniserie distribuita da Netflix nel 2022 che ripercorre la vita del serial killer statunitense Jeffrey Dahmer, passato alla storia come il Cannibale di Milwaukee. Accolta con entusiasmo da pubblico e critica, la serie ha consacrato Evan Peters grazie a un’interpretazione intensa e disturbante, che gli è valsa anche una candidatura agli Emmy Awards 2023 come Miglior Attore Protagonista in una Miniserie o Serie Antologica.
Quello che molti, invece, potrebbero aver dimenticato è che il celebre assassino era già arrivato sul grande schermo vent’anni prima. Nel 2002, infatti, un giovanissimo Jeremy Renner, molto prima di diventare Occhio di Falco nel Marvel Cinematic Universe, ne vestì i panni nel film Dahmer (2002), un biopic indipendente diretto da David Jacobson che provava a raccontare la mente e la quotidianità di uno dei criminali più efferati della storia americana. È proprio questo film, oggi quasi dimenticato, che andremo a riscoprire in questa recensione.
Dahmer – Trama
Dahmer segue gli ultimi anni di vita di Jeffrey Dahmer, il famigerato serial killer di Milwaukee, mostrando la sua inquietante quotidianità tra un lavoro ordinario in una fabbrica di cioccolato e l’inarrestabile impulso omicida che lo porta ad attirare giovani uomini nel proprio appartamento per ucciderli. Attraverso continui flashback, il film ripercorre anche alcuni episodi della sua infanzia e adolescenza, cercando di esplorare il progressivo isolamento e il deterioramento psicologico che precedettero il suo arresto nel 1991.

Dahmer – Recensione
Dahmer, film ispirato all’omonimo serial killer, si rivela un biopic piuttosto mediocre, frenato da un problema evidente: la difficoltà di trasporre sul grande schermo una figura tanto disturbante e crudele nei primi anni Duemila. La sensazione dominante è quella di un’opera che procede costantemente con il freno a mano tirato, quasi intimorita dall’idea di osare e di mostrare senza filtri la perversione e la brutalità di Jeffrey Dahmer nei confronti delle sue giovani vittime.
Probabilmente condizionata dal contesto storico e produttivo dell’epoca, la sceneggiatura sceglie un approccio estremamente prudente, finendo però per privare la storia proprio di quell’elemento disturbante che avrebbe dovuto caratterizzarla. Anche gli aspetti più importanti del caso vengono trattati in modo superficiale o completamente ignorati. Le tensioni razziali che accompagnarono gli omicidi e l’indifferenza dimostrata dalle forze dell’ordine nei confronti della comunità afroamericana e gay sono appena accennate in una singola sequenza con la polizia. Ancora più sorprendente è l’assenza totale del cannibalismo, una delle caratteristiche più tristemente note della figura di Dahmer, completamente eliminata dalla narrazione.

Tra eros e orrore trattenuto
L’unico ambito in cui Dahmer sembra trovare un minimo di coraggio è quello della sessualità. Le scene erotiche risultano infatti più curate rispetto al resto della pellicola e rappresentano gli unici momenti in cui la regia prova realmente a comunicare qualcosa. Attraverso primi piani insistiti sul volto di Jeffrey, il regista enfatizza il piacere e l’eccitazione del protagonista, mentre il comparto sonoro e una fotografia dominata da intense tonalità rossastre contribuiscono a creare un’atmosfera sensuale e inquietante. Tuttavia, anche questi momenti rimangono sempre trattenuti, suggeriti più che mostrati, confermando la costante paura del film di spingersi oltre.
Lo stesso discorso vale per la violenza. Le sequenze dedicate agli omicidi rinunciano quasi del tutto a rappresentare la carneficina perpetrata da Dahmer, preferendo ricorrere a immagini allegoriche, come quelle che lo mostrano mentre mescola il cioccolato durante il lavoro. Un simbolismo interessante sulla carta, ma che finisce per risultare sterile, perché il film nasconde costantemente il vero orrore. Solo in un paio di occasioni la pellicola accenna a una componente gore, senza però avere il coraggio di mostrarla apertamente.

Tra superficialità e una grande prova attoriale
Dal punto di vista narrativo, Dahmer si limita a seguire Jeffrey mentre adesca le proprie vittime nella sua abitazione, alternando queste sequenze a sporadici flashback dedicati alla sua infanzia. Anche questo aspetto, però, viene affrontato con estrema superficialità. Il rapporto conflittuale con il padre Lionel, interpretato da Bruce Davison (X-Men, X-Men 2), è appena accennato e non riceve alcun reale approfondimento psicologico. Ne deriva l’impressione che Jeffrey Dahmer sia semplicemente uno psicopatico nato tale, senza che il film provi davvero a esplorare le cause o i traumi che potrebbero aver contribuito alla nascita del mostro. Una scelta che impoverisce notevolmente il personaggio e priva il racconto della complessità che un biopic di questo tipo avrebbe richiesto.
A salvare parzialmente l’opera è la convincente interpretazione di Jeremy Renner. L’attore offre una prova intensa e inquietante, riuscendo a trasmettere un costante senso di disagio grazie a un’ottima mimica facciale, a uno sguardo freddo e a una presenza scenica che restituisce efficacemente la duplice natura di Dahmer: un uomo apparentemente normale dietro cui si cela un autentico mostro. Anche la somiglianza fisica con il vero serial killer contribuisce alla credibilità della sua interpretazione.

Conclusioni
In definitiva, Dahmer è un biopic anonimo e poco incisivo, che spreca gran parte del potenziale di una delle vicende criminali più sconvolgenti della storia contemporanea. La scelta di trattenere gli aspetti più espliciti, probabilmente influenzata dal periodo in cui il film è stato realizzato, priva la narrazione della sua forza e trasforma una storia che avrebbe dovuto sconvolgere lo spettatore in un racconto sorprendentemente freddo e privo di mordente. Rimane la solida prova di Jeremy Renner, ma da sola non basta a risollevare un film che rinuncia quasi sempre a guardare davvero nell’abisso del proprio protagonista.
