Boy from Heaven: la spy story del regista esiliato Saleh

Boy from Heaven – Trama

Boy from heaven è la storia di Adam (Tawkeek Barhom), un giovane che aiuta il padre pescatore guidando la loro piccola barca a largo e svuotando le reti dopo la pesca. Vive con i due fratelli minori nella provincia egiziana ed un giorno riceve la notizia di aver vinto una borsa di studio per al-Azhar la più prestigiosa scuola islamico-sunnita del paese che si trova nella capitale. Decide di accettare l’opportunità e parte per il Cairo: poco dopo l’anziano e malato capo degli imam di al-Azhar muore e si scatena una lotta per la successione.

La sicurezza nazionale e l’intelligence vogliono un uomo che sia consono ai desideri del presidente e in linea con i dettami religiosi imperanti. Adam viene intercettato dall’assistente di un candidato, tramite tra la scuola e le autorità, il quale viene misteriosamente ucciso sotto i suoi occhi.

Da quel momento in poi Adam diventa, pur non volendolo, il nuovo angelo (Boy from Heaven), l’informatore di riferimento in contatto diretto/indiretto con il colonnello Ibrahim (Fares Fares): dovrà agire in modo da pilotare le elezioni verso l’imam voluto dal governo, infiltrandosi in un gruppo di estremisti interni senza farsi scoprire. In ballo la propria vita, e quella dei suoi familiari.

Boy from Heaven

Boy from Heaven – Recensione

Premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2022, Boy from Heaven, in lista per essere il candidato agli Oscar 2022 sotto la bandiera svedese, nazione che ha contribuito alla sua produzione, questa spy story solida e ragionata di fattura egiziana, è firmata dal bravo regista Tarik Saleh, bandito dal suo Egitto (dopo il film Omicidio al Cairo) e perciò costretto a girare ad Istanbul, ed è un lavoro che ha appassionato e convinto anche qui, dove è stato presentato fuoriconcorso alla 17a Festa del Cinema di Roma.

Ritratto di un mondo complesso che intreccia potere e cultura, religione e politica, in cui a dettare ordini non è la coscienza ma il più forte e l’impunità è all’ordine del giorno. L’Egitto di Al sisi con i suoi murales lungo le strade, il sorriso di gomma ed il pugno duro verso i dissidenti, esercitato con sparizioni improvvise, torture, detenzioni barbariche, violazione sistemica dei diritti umani, ostracismo e giogo stretto verso l’islam stigmatizzato come portatore di terrorismo.

Una storia che insegna la difficoltà di assistere e tramandare la verità in un paese che non la vuole e non la può ascoltare, che deve fare gli interessi del proprio Presidente, che tiene in altissima considerazione l’immagine di sè proiettata all’estero e non ammette panni sporchi lavati in pubblico.

‘Sbarazzatene, noi non usiamo lasciare tracce’, questo si sente dire dal proprio capo il colonnello Ibrahim, portavoce della sicurezza nazionale, interfaccia tra Adam e le indicazioni governative, coscienza quasi del tutto oscura di una partita a scacchi con il potere e per il potere, uomo che dopo aver perso il primo informatore, rischia di perdere anche il secondo, indipendentemente dall’esito della sua missione.

Perché non conta come, ma cosa, ed il processo attraverso cui ci si arriva deve restare segreto insondabile: così si strutturano routine di intimidazioni e sotterfugi, corruzioni atavihce e false promesse, un circolo vizioso in cui una volta entrati per “collaborare”, non si ha nessuna garanzia di uscirne.

Adam, Adamo, il primo uomo, l’angelo non contaminato, che non ha legami e non può destare sospetti, autenticamente ingenuo, da Boy from Heaven, cauto ed impaurito appena arrivato dal suo villaggio, diventa nel giro di poco tempo uomo accorto, oratore sagace, che dosa le parole, drizza le orecchie, scruta da lontano i fratelli musulmani, utilizzando la sua religione per stemperare, convincere, sedurre e mediare.

Adam diventa il fortunato superstite di un’avventura più grande di lui, parafrasando versi del Corano ora in un modo ora in un altro, a dimostrazione che la realtà in cui credere e da cui far dipendere le nostre scelte, è questione di interpretazione. La sua anima linda ed umile, è costretta a sporcarsi, a mentire, ed il suo comportamento mette costantemente in evidenza il dilemma del buon musulmano, fedelissimo alla parola del profeta, in ansia per non tradirla nè trasgredirla e, per questo, pronto in qualunque momento a chiedere consigli al proprio imam di riferimento.

Ispirato all’intreccio e alle atmosfere de Il nome della rosa, testo che ha grandemente affascinato il regista per sua stessa ammissione, anche Boy from Heaven, consuma i propri misteri in un ambiente tecnicamente protetto, dove si esercitano e si tramandano la sacralità, il rito, la preghiera, valori di integrità morale, ma che, in realtà, è focolaio fertile di contrasti, gerarchie tossiche, peccati non confessabili, manovre religiose/temporali che possono tenere sotto ricatto il destino stesso di una nazione. Lo spettro paventato è quello di una guerra civile perchè la scelta tra il proprio stato ed il proprio dio non è mai stata indenne da violenza e spargimento si sangue.

Addirittura un imam popolarissimo è pronto a scarificarsi pur di far crollare pubblicamente i giochi di potere dietro la successione interna all’università, ma Adam, convincitore al soldo del governo, lo farà ricredere, non proferendo una parola fuori posto, con una manipolazione della dottrina che rende lo spionaggio di Boy from Heaven cerebrale e non soverchiante.

La violenza è intravista, ascoltata, si mescola a divise improvvise, toni assertivi che non lasciano spazio ad alternativa, canti di imam dentro moschee giganti, semivuote, in cui chi si inginocchia, si squadra in un interdetto nervoso, solenne, inquieto.

Boy from Heaven

Per quanto riguarda la parabola del protagonista, Adam non dimentica mai chi è, le proprie origini, l’attaccamento alla famiglia, la sua volontà autentica di essere libero, studiare, capire profondamente la religione, ma il ragazzo visto all’inizio che fa ritorno al proprio villaggio alla fine di questa avventura, è diverso, non ha più quella stessa luce, invecchia dentro, è più pesante: sa che quasi tutto ciò che attraversa è apparenza e contiene un doppio volto, uno plateale, un altro nascosto: del primo ci si affanna a parlare e a mostrare, con il secondo è meglio non augurarsi mai di avere a che fare.

La storia di Adam incastra il malaffare istituzionalizzato egiziano, un giro di ingerenze che in teoria non dovrebbero accadere tra libero pensiero ed amministrazione e che invece sono calcolate ed imposte, il più delle volte con la violenza di cui nulla si dice, ma tutto si sa, giocando sul confine condizionabile tra norma laica e norma religiosa.

Boy from Heaven

Boy from Heaven è un film accogliente nonostante la drammaticità della situazione rappresentata: si sviluppa in modo dialogico, verbale, relegando l’azione che il suo genere richiederebbe a piccoli significativi ed eleganti accenni. Presenta i classici tre atti strutturali della storia, architettati in modo completo ed esauriente, dandoci elementi sufficienti a creare il mondo di riferimento e a scolpire i caratteri dei personaggi, l’humus di provenienza, dal protagonista ai confratelli, dagli imam agli agenti della polizia: a tutti è tributata un’umanità specifica, un dolore ed un peso che le loro figure esigono, e che aiuta a rendere più dettagliato e verosimile il sapore generale del panorama abitato.

I colori spaziano dal beije della sabbia, dell’alba misteriosa, delle casacche degli studenti, alla notte illuminata e caotica della capitale che conosce così due facce anche lei, come tutta la vicenda raccontata. Boy from Heaven tiene il punto narrativo, non perde il polso in digressioni di nessun tipo, ben inserisce il piccolo nel grande e viceversa, e ad ogni nuovo atto alza la posta diventando più drammaticamente contemporaneo, ossia affrescando un mondo contraddittorio e pericoloso, in cui le sorti individuali si rovesciano con spaventoso arbitrio e cattiva facilità.

Boy from Heaven

Boy from Heaven – Cast

La telecamera sul volto del protagonista scruta i minimi segni di insicurezza, sconforto, decisione, una calma ed una tempesta che si alternano in modo molto equilibrato e che attraversano impavidi l’intera storia: in uno sguardo giovane e spesso colto di sorpresa è racchiusa la consapevolezza dolorosa di come vadano davvero le cose che intuiamo e che spariscono insabbiate o archiviate senza colpevoli.

Tawkeek Barhom è totalmente credibile nella parte dell’angelo sacrificato alla missione, umile, sprovveduto, catapultato in mezzo ai falchi egiziani, capace di trasformare la sua calma interiore in compromesso da vendere.

Eccezionale Fares Fares, attore libanese, naturalizzato svedese, stropicciato, inquietante ed ironico, fuori e dentro il tempo di oggi, che incarna la crudeltà, il cinismo, la stanchezza di un militare-agente segreto, surclassato da una generazione di cani abbaianti, testimone di un mondo già corrotto all’epoca, ma ora praticamente imbarazzante, che non perde lucidità e buon senso pur nella melma che deve giustificare ed in cui è costretto a muoversi.

Boy from Heaven è uno 007 egiziano che trionfa con la parola e senza proiettili, facile e doloroso accostarlo alla vicenda di un Giulio Regeni che qui finisce bene: Adam nonostante la luce personale alla quale fa ritorno, attraversa un’odissea che è cartina tornasole della condotta di regime, crudo, travestito da democrazia, capace di dare e togliere tutto a seconda della convenienza, che schiaccia, svia e tace, dimenticando in fretta e ricordando fino alla morte ciò che è opportuno, disposto ad usare qualunque mezzo e a sacrificare chiunque pur di restare saldo al potere. Difficile sconfiggere questa barbara malavita se il primo a praticarla e avallarla è lo stato.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Adam vince una borsa di studio per la prestigiosa università di al-Azhar al Cairo: appena arrivato muore il capo degli imam, si scatena una lotta interna per la successione ed il ragazzo viene costretto ad essere una talpa del governo tra le autorità religiose. Spy-story ponderata ed avvincente in cui la parola surclassa l'azione, una partita a scacchi tra l'innocenza e la colpevolezza in uno stato che tortura, fa sparire e nega sempre le proprie responsabilità. Legge religiosa e norma temporale: binomio di potere più che di coscienza che regola il destino di una nazione.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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