domenica, 17 Ottobre, 2021

Blue Valentine

Lui imballa ricordi. Impacchetta le tracce di una vita e le trasporta dove è richiesto. Crede che si debba resistere lungo tutto il cammino, e che se un amore è meraviglioso nulla potrà scheggiarlo. Nemmeno l’abitudine, l’alcol, l’indolenza. Durante le fatiche di un trasloco su commissione incontra lei. Lei che avrebbe voluto diventare medico. Amare, salvare, consumare a grandi sorsate l’eccedenza di vitalità traboccante dalla sua giovinezza. Lei già si domandava come si potesse fare affidamento sui sentimenti se questi finiscono così in fretta. “Blue Valentine” è un osmotico e pulsante racconto di dissolvenza. Perché anche nell’abbandonarsi alla sua morte, l’amore non smette di consumare energia.

L’ordinato susseguirsi degli eventi viene travolto come in “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” e due giovani amanti finiscono per scagliare il loro risentimento frantumando la vetrina dietro la quale andava in scena il loro idillio, come in “Marriage Story” di Baumbach. “Blue Valentine”, uscito nel 2010 ma arrivato nelle sale italiane con colpevole ritardo solo tre anni dopo, è ricordato per la disarmante scintilla che sa custodire prodigiosamente tra le mani, senza che un trito sentimentalismo o il banale scorrere del tempo abbia più potuto spegnerla.

Derek Cianfrance, dopo anni da documentarista, debuttò al Sundance Film Festival proprio con questa storia d’amore a brandelli. Senza filtri. Con una telecamera razionale ma sensibilissima. Che indaga i frammenti di un amore ancora incollato ai ricordi di un ballo in strada sulle note di ukulele. Cianfrance disse di aver imparato da Cassavetes il potere di “cercare di essere onesti quasi fino a un punto di imbarazzo”. E “Blue Valentine” riesce ad essere leale sia con l’amore che con la sua fine. Disinteressandosi di attribuire colpe. Un film votato unicamente alla riproduzione della forza propulsiva animata da un sentimento sospeso, che non si arrende alla dissipazione.

Blue Valentine

“Blue Valentine” è un biglietto di San Valentino imbrattato dalle macchie di una colazione consumata in fretta, senza guardarsi negli occhi. Sporcato indelebilmente dai silenzi lasciati vagare indisturbati dentro casa. Dean (Ryan Gosling) e Cindy (Michelle Williams) sono ancora giovani, ancora sposati, genitori di una bimbetta adorabile. Ma le loro traiettorie di vita sembrano non incontrarsi da diverso tempo. Cindy è un infermiera, appare rigida, impostata. Scopriremo che non è sempre stata così. Era solare, e sapeva abbracciare la vita con un sorriso. Dean è un imbianchino, prima era stato facchino di traslochi, o qualche altro tipo di operaio generico. Non ha avuto l’entusiasmo di inseguire i suoi talenti. Prima suonava, suonava di tutto, e la sua spontaneità era travolgente. Ora dice di amare la sua famiglia a tal punto da non trovare nulla di così interessante.

La loro storia la rintracciamo fin dalle prime scene tra le insidie di una perdita. Il loro amato cane Megan si è allontanata da casa e viene avvistata dopo poco tempo priva di vita. La disperazione di Cindy e la malinconia di Dean è tutto ciò che resta. Megan è l’incarnazione di ciò che ancora c’era di dolce nel loro matrimonio: ora è fuggito, morto, coperto dalla soffice terra del loro giardino.

“Blue Valentine” è il disperato tentativo di Dean di mantenere in equilibrio quell’amore esanime, mediante il potere evocativo dei ricordi. Dean ha nel corso del tempo assopito il suo ardore nell’alcol, riservando dedizione e cura al solo rapporto con la figlia. Ma è proprio lui quello meno rassegnato, l’unico che tenta armato di insistenza e cattive idee, di salvare il rapporto da una fine inaccettabile. Proporrà a Cindy di trascorrere una notte in un motel, lontani dai doveri genitoriali, e più vicini a quella libertà di cui il loro legame sapeva inebriarsi all’inizio. Cindy accetta senza alcun trasporto, pensa a come rientrare al lavoro senza incorrere in rischiosi ritardi, a come non deludere Dean senza mai lasciarsi andare.

Blue Valentine

Al motel sono disponibili due camere: il Rifugio di Cupido o la stanza del Futuro. Due nomi che a ben vedere sembrano ipotizzare un bivio. Da un lato un asilo per un amore in difficoltà, a cui basterebbe ritrovarsi nel posto giusto per essere salvato. Dall’altro un ricettacolo di avventure incerte, di insidie dell’avvenire. La scelta apparentemente casuale sarà profetica. In quella stanza del Futuro priva di finestre, annegata nel blu livido di un sentimento lacerato, Dean e Cindy rincorreranno i loro se stessi di un tempo, senza mai raggiungerli.

Ciò che sono stati non è disposto a tornare. Il susseguirsi dei giorni, il loro semplice fluire, ha trasformato le indoli e modificato i corpi. Cianfrance destruttura il fascino in giubbotto di pelle da cattivo ragazzo del Dean scapestrato di un tempo, a favore di uno stempiato con t-shirt sporche di vernice dell’uomo irriconoscibile del presente. Il cambiamento per Cindy è invece tutto di nervi. Libera e genuina da giovanissima, ora è impostata, ingabbiata tra spalle rigide e ricurve. Le prove dei due attori riescono a recidere un netto divario tra ciò che era e ciò che non è più semplicemente abitando i loro corpi con una diversa attitudine. È proprio questo uno degli elementi più prodigiosi della pellicola.

Lo squarcio tra le due linee temporali lungo le quali la narrazione si consuma è irreparabile. Il tempo non troverà mai una rassicurante conciliazione né nella sua presunta ciclicità né tantomeno nella suo sviluppo rettilineo. Non sapremo cosa sta nel mezzo, tra la passione travolgente sulle note della loro canzone e il silenzio assordante di morsi velenosi sulla pelle. Resta un vuoto temporale che si materializza in tutta la sua percettibile assenza. Uno spazio in cui qualcosa deve essere accaduto per aver spazzato via tutto, un tempo in cui forse, al contrario, nulla è accaduto, eppure tutto è cambiato.

E una notte di sesso con sbronza programmata in uno squallido motel fuori città non metterà in salvo il loro amore. Nella triste rincorsa ad un po’ di alticcia spensieratezza ci si domanda dove siano finiti talento e opportunità, e tra una menzogna a se stessi e una risata smorzata ci si vorrebbe illudere che fino a quel momento ci si è bastati, mentre fa capolino il sapore amaro del futuro che sarebbe potuto essere ma si è gettato.

Derek Cianfrance filma il presente rammaricato di Cindy e Dean in digitale. Lo sguardo è freddo, la macchina da presa può immergersi nel buio, nel blu glaciale e traboccante della fotografia firmata da Andrij Parekh. Il passato, luminoso quasi fosse un’illusione futuribile, è girato in 16 mm. Una telecamera quasi documentaristica, che indaga i volti da vicino, non preoccupandosi di altro se non di trasportare sullo schermo tutta la verità di amore in pezzi.

Derek Cianfrance iniziò a lavorare a “Blue Valentine” subito dopo “Brother Tied”, la sua opera prima, lungometraggio girato all’età di 23 anni. Il secondo lavoro (che arriva in Italia a ridosso dell’uscita del suo “The Place Beyond the Pines”) ha avuto una preparazione durata 12 anni. Ryan Gosling e Michelle Williams erano legati al progetto da quando erano poco più che ventenni, ma l’impossibilità di racimolare il budget ha tenuto bloccate le riprese fino al 2009. Nel frattempo Cianfrance scriveva, cancellava e riscriveva. Decise infine di avvalersi molto poco del copione. Buona parte dei dialoghi di “Blue Valentine” sono improvvisati dagli attori.

Blue Valentine

Ryan Gosling e Michelle Williams hanno girato le prime scene in poche settimane, per poi ritirarsi, in una convivenza durata circa un mese, per lavorare insieme alle dinamiche di un rapporto che appassisce. Attori e regista non si limitano a riprodurre vita e sentimenti, ma li imitano, li vivono in tutta la loro illogica casualità. Per questo le ragioni per cui questo amore si è logorato restano nascoste, perché così accade nella vita.

Gli amanti sono uniti nella stessa inquadratura per quasi tutto il tempo in cui si rovista nei ricordi. Lì la regia di Cianfrance regala loro diversi piano sequenza: la prima divertita conversazione sul bus, il tip tap improvvisato di Cindy, la passeggiata sul ponte in cui la giovane rivela di essere incinta.

Il regista cambia totalmente registro per il presente. Le porzioni di campo si riducono, non c’è più spazio per entrambi i coniugi nella scena. I primi piani escludono con violenza la coppia, resta in scena una tormentata solitudine. Solo nella stanza del Futuro, nel motel da pochi spicci, i due tornano a condividere l’inquadratura. Ma sembrano essere soffocati dalla vicinanza. Si ostruiscono la visuale, quasi si litigassero l’esclusività della macchina da presa. Il presente è freddo, e Cindy e Dean non sono altro che riflessi solitari su di un vetro.

I rossi di passione e affetti dominano il passato. Il blu controlla il presente, sporcato da una sola macchia rossa di amore sospeso, quella degli abiti di Frankie, la bimba che ha tenuto in vita il loro rapporto sino ad ora.

“Blue Valentine” custodisce intatta, a più di dieci anni di distanza, la virtù di narrare un incubo mediante la bellezza. La bellezza di un amore, la poesia di un incontro, lo scintillio dei fuochi d’artificio. Gli orrori di un amore infranto sono dolorosi e nefasti, ma accanto ad un uomo che si allontana di spalle afflitto dal fallimento, c’è un ukulele che nel cuore della notte intona una qualche canzone. Anche la fine di un amore può nascondere un incanto.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Blue Valentine è stato scritto e riscritto per 12 anni. Un film di rara grazia che cullato per lungo tempo ha saputo nutrirsi di suggestioni, poesia e intuizioni. Una regia, quella di Cianfrance, che sa modularsi e cambiare rotta ogniqualvolta il narrato lo richieda. Gli attori portano sulle spalle il peso del tempo e dell'amore sconfitto in modo perfetto. Blue Valentine vive di sentimenti autentici.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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