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5 motivi per amare Smetto quando voglio

Il 9 dicembre arriverà su Netflix L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, nuovo film scritto e diretto da Sydney Sibilia. Ma chi è Sydney Sibilia? È l’autore di uno dei progetti più interessanti e innovativi del cinema italiano degli ultimi anni, la trilogia di Smetto quando voglio. Quest’opera si inserisce infatti in quella recente tendenza del cinema italiano a rinnovarsi, a sfornare prodotti alternativi e dal respiro più internazionale. Potremmo anzi dire che Smetto quando voglio è stato il primo film a tracciare questo sentiero, prima ancora del film emblema di questa new wave, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

1. Un esordio esplosivo

È il 2014 quando esce nelle sale Smetto quando voglio, primo lungometraggio di Sydney Sibilia. La storia ha per protagonisti alcuni ex ricercatori universitari, messi all’angolo dal sistema, i quali decidono di riscattarsi mettendo sul mercato una smart drug, ovvero una droga assente dall’elenco delle molecole illegali del ministero della salute e quindi perfettamente legale. Un’idea già di per sé innovativa all’interno del contesto italiano, che sembra rifarsi a due modelli agli antipodi: da un lato Breaking Bad, dall’altra I soliti ignoti. Uno dei simboli della cultura pop degli ultimi anni incontra quindi un pilastro della commedia all’italiana e quello che viene fuori è un progetto così sorprendente da diventare da subito un piccolo cult.

A guidare il cast c’è Edoardo Leo, nel ruolo del neurobiologo Pietro Zinni, capo della banda. Intorno a lui si sviluppa un coro di attori più o meno noti al grande pubblico, chiamati ad incarnare personaggi comici profondamente diversi gli uni dagli altri, uniti tutti però da un grande desiderio di riscatto. Nel corso del primo film e della trilogia sono pochissimi i personaggi ad evolvere, ma, sembrerà un paradosso, è proprio questa loro immobilità a permettere allo spettatore di affezionarsi a loro e alle loro bizzarre peculiarità. La composizione del casting inoltre riserva anche delle trovate inattese e spiazzanti, come quella di affidare il ruolo dell’antagonista Er Murena a Neri Marcorè.

Smetto quando voglio

2. Si ride della cultura

Il paragone con I soliti ignoti, però, ha anche un altro significato. Mentre i personaggi del film di Monicelli erano tutti profondamente ignoranti, in Smetto quando voglio i protagonisti sono professori, persone colte e laureate. Ognuno dei ricercatori è specializzato in un determinato ambito, c’è l’antropologo, il chimico, i latinisti e chi più ne ha più ne metta. Abituato a ridere dell’ignoranza, lo spettatore si ritrova per la prima volta a ridere di personaggi che ignoranti non lo sono affatto. Sono persone competenti, le quali, però, al di fuori del proprio ambito di studi, si rivelano degli inetti.

Per tutta la trilogia i protagonisti vengono posti in situazioni al limite dell’assurdo, da cui riescono ad uscire solo mettendo in gioco le loro specifiche conoscenze. Il meccanismo comico gioca proprio su questo: non si ride della cultura, ma di come la cultura possa rivelarsi un’arma vincente nei contesti più surreali.

Smetto quando voglio

3. Un approccio produttivo innovativo

Il successo del primo film è tale da spingere il regista e i produttori a realizzare due sequel. Ed ecco l’ennesima innovazione portata da Sydney Sibilia. Come nelle grandi trilogie della storia del cinema, quali Matrix o Ritorno al futuro, il secondo e il terzo capitolo vengono girati insieme, con un sforzo produttivo che non ha precedenti, almeno negli ultimi anni, nella cinematografia italiana. E il riferimento a Matrix, in particolare, non è casuale perché in fase di lavorazione il secondo e il terzo film vengono intitolati rispettivamente Smetto quando voglio – Reloaded e Smetto quando voglio – Revolution, per essere poi modificati a ridosso dell’uscita in Masterclass e Ad honorem. La scelta di girare i due film back-to-back (l’uno insieme all’altro) permette così di ampliare l’universo del primo film e arricchirlo inserendovi elementi nuovi e sorprendenti. Mentre nel primo film i ricercatori si trovavano dalla parte dei criminali, in Smetto quando voglio – Masterclass (uscito a febbraio 2017)collaborano con la polizia pur di avere la fedina penale pulita. La banda si arricchisce, entrano in scena nuovi personaggi tra cui una spalla femminile, l’ispettore Paola Coletti interpretata da Greta Scarano.

Dal secondo capitolo, inoltre, si inserisce nella narrazione una notevole componente action. La serie si allontana dai canoni del primo film per farsi più complessa, sia sul piano narrativo che registico, con scene ambiziose quali inseguimenti notturni, assalti ai treni ed evasioni che richiamano Prison Break e Fuga da Alcatraz.

Smetto quando voglio

4. Il dramma nella commedia

C’è un punto di rottura, che coincide con il colpo di scena che chiude il secondo film, una svolta narrativa capace di ribaltare l’atmosfera che si era respirata fino a quel momento, eppure sufficientemente credibile da non risultare straniante. Come da manuale, infatti, sul finire della saga il clima si fa più tetro e drammatico e questo cambio di passo è rappresentato dall’introduzione del villain Walter Mercurio interpretato da Luigi Lo Cascio. Appena introdotto sul finale di Smetto quando voglio – Masterclass e maggiormente approfondito in Smetto quando voglio – Ad honorem, Mercurio è la minaccia che i ricercatori devono affrontare nel terzo capitolo (uscito a novembre 2017) e per questa parte importante Sibilia decide di chiamare con sé un attore profondamente drammatico per inserirlo in un contesto a lui apparentemente estraneo, tanto che andando a leggere la filmografia di Luigi Lo Cascio, questi due film appaiono come degli outsider. Eppure funziona ed è proprio il contrasto tra il suo personaggio e il resto della banda a determinare il colpo di genio di Sibilia. Dalla sua introduzione, l’atmosfera muta, entra la tragedia umana in un universo diegetico che fino ad allora era stato puramente comico. Walter Mercurio, a dispetto del nome da villain fumettistico, porta il reale in un universo surreale e questo è evidente già da come ci viene mostrato: è un uomo qualunque, senza particolari tratti fisici, a differenza di Er Murena, antagonista del primo film, che si presentava con una vistosa cicatrice sul volto.

Il dramma del terzo film è strettamente collegato alla forte critica sociale, che in Ad honorem viene ripresa in maniera impietosa. Alla fine di tutto, il vero antagonista della vicenda è il sistema universitario, che tende ad escludere chi ha delle reali competenze per premiare chi invece opera esclusivamente per un tornaconto personale. Ad honorem si rivela quindi il film più completo e maturo dei tre (seppur forse il più ingenuo sul piano narrativo) e le risate si velano di un intenso retrogusto amaro.

Smetto quando voglio

5. Scrittura pop

Quello di Smetto quando voglio, quindi, è un universo che cresce e si evolve, rinnovandosi di film in film. Il merito di questa grande varietà è innanzitutto della scrittura, che oltre a dimostrarsi estremamente originale, pesca a piene mani dalle fonti più diverse, sia in ambito cinematografico che fumettistico. La cultura pop degli ultimi anni è per Sibilia e gli altri sceneggiatori punto di riferimento imprescindibile, con citazioni che vanno da Ocean’s Eleven a Il cavaliere oscuro, passando per Godzilla di Gareth Edwards e Watchmen. È un approccio eccezionale, più unico che raro nel nostro paese e non stupisce quindi che a guidare la baracca, insieme a Sydney Sibilia, ci sia Matteo Rovere, fondatore (insieme allo stesso Sibilia) della casa di produzione Groenlandia e regista di un altro innovativo film degli ultimi anni, Il primo re (punto di partenza per la serie Sky Romulus, in uscita in questi giorni).

Il più grande rammarico è che questo progetto non abbia ottenuto fino in fondo il successo che avrebbe meritato. Il primo film fu candidato a dodici David di Donatello, senza vincerne nessuno, mentre gli altri due capitoli vennero candidati solo al David per il miglior produttore, anche qui senza vittoria. Nemmeno gli incassi al botteghino premiarono fino in fondo gli sforzi di Sibilia & Co. Questo piccolo esperimento, tuttavia, è rimasto nel cuore di molti spettatori, motivo per cui c’è grande interesse intorno al nuovo progetto del regista. Solo il tempo ci dirà quanto questo giovane autore ha ancora da offrire al nostro cinema, per ora non resta che attendere con curiosità il 9 dicembre.

Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere perché la vita senza arte è una vita a metà.
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