domenica, 26 Settembre, 2021

Vulnerabili: la recensione del film di Gilles Bourdos

Vulnerabili film di Gilles Bourdos tratto dal romanzo di Richard Baush

Basandosi sulle storie del romanzo di Richard Baush, giovane scrittore americano esponente di un’ interessante corrente contemporanea stilisticamente abile nella narrativa breve e crudele, il regista Gilles Bourdos dà forma al suo ultimo film, Vulnerabili, una produzione spuria, belga-francese, datata 2017, presentata in anteprima nella sezione Orizzonti alla 74. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, poi sfortunatamente distribuita in sala solo nell’anno pandemico delle loro chiusure, il 2020.

Il titolo originale Especes menacees è profetico ed intimamente sinistro, sia per il periodo che stiamo attraversando, sia per la qualità tematica percepibile: significa specie minacciate, esattamente come lo sono i vari protagonisti, contaminati da relazioni tossiche con consimili e da nodi familiari negativamente condizionanti; assieme a loro, specie minacciate sono gli spettatori, che facilmente possono essersi imbattuti nelle medesime dinamiche comportamentali e che attualmente sono “specie sotto scacco” di un virus più ignoto che noto.

Vulnerabili

La fragilità è insita nell’individuo e nei rapporti che riesce ad instaurare, la fragilità è psicologicamente ricostruibile, clinicamente additabile e spesso predilige come propria insidiosa culla la famiglia. Così Vulnerabili orchestra in un intreccio liscio e teatrale tre storie radicali di giovani in sofferenza con le proprie scelte di vita, giunti a punti morti o decisivi della loro esistenza, con l’impaccio di famiglie ingombranti alle spalle, non pronte al supporto, in affanno sui loro guai, incapaci di comprenderli e di salvaguardarli, un passo indietro rispetto alla realtà che la loro prole attraversa.

Vulnerabili la trama del film

Josephine (Alice Isaaz) e Tomasz (Vincent Rottiers) sono giovani novelli sposi, ma lui non è esattamente il principe azzurro sognato da lei e la loro prima notte di nozze in albergo diventa presto farsa tesissima e smaschera l’indole violenta del ragazzo, che in un anno trasformerà la loro unione in una prigione di abusi per la moglie, isolata dalla madre (Suzanne Clement) e dal padre (Gregory Gadebois) suo succube, i quali non avevano mai digerito la figura del genero. Melanie (Alice de Lencquesaing) rimane incinta di un suo professore all’università, molto più anziano del suo stesso padre (Eric Elmosnino): a quest’ultimo la ragazza non sa come rivelare la situazione senza scatenare una reazione negativa, mentre proprio il genitore è in crisi con la madre di Melanie, sta affrontando separazione e trasloco, e a sua volta non trova occasione e parole adatte per confessare lo stato di fatto alla figlia. E poi c’è Anthony (Damien Chapelle) studente di lingue, introverso e dolce, perennemente bloccato con la tesi, lasciato da una donna che amava moltissimo, in cerca di nuovo e delicato amore, alle prese con l’improvviso ricovero in clinica psichiatrica della madre (Brigitte Capillon), tradita definitivamente dal marito scappato con una donna più giovane.

Vulnerabili

Vulnerabile recensione

Dunque Vulnerabili ricama un’instabilità costante e dominante sulle teste di personaggi semplici, già in bilico sulle loro stesse passioni, un’ irrequietudine massiccia in grado di direzionarli verso la china buia o la luce della maturità, solo a costo di cari compromessi; i garanti di queste transizioni, sempre intimamente dolorose, sono i nuclei familiari, impreparati al peggio, fermi su se stessi, che vedono i figli ancora come appendice di stato, non come corpi autonomamente pensanti, quasi fossero una generazione di supporto rispetto alle loro colpe, predestinate comunque a ripercuotersi su di loro.

Terreno di battaglia è quello dei sentimenti: l’amore è capestro, è alchimia malvagia, è un’oppressione intraducibile, è insidia costante e più di una volta i protagonisti chiedono ai loro genitori se hanno mai dovuto affrontare le stesse situazioni che loro si trovano ad affrontare, ma le risposte sono vaghe, imprecise, non soddisfacenti; si cercano testimonianze e si hanno in cambio insicurezze, a sancire un quadro in cui vulnerabili sono tante generazioni, chi mette al mondo e chi, di conseguenza, ci sta al mondo, in un paradosso alienante in cui sembrano più maturi i secondi dei primi, e figli e figlie fanno da padri e da madri ai rispettivi genitori, scuotendoli da un torpore comodo ed irresponsabile, aiutandoli ad aiutarli ad entrare definitivamente nell’età adulta.

Vulnerabili

Più si ha a cuore un ritratto filiare dettato dal cuore genitoriale e non da una lucida interfaccia con la realtà, più i lacci consanguinei, invece di apportare beneficio, soffocano, implodono o esplodono: così ritroviamo ogni protagonista sistematicamente inchiodato al proprio cellulare, durante una conversazione epocale, assurda o pericolosa con il rispettivo genitore, come se non ci fosse altra via di salvezza, e l’allontanamento progressivo tra familiari, si sintetizzasse e si concretizzasse tutto in una chiamata telefonica, unico modo di comunicare sinceramente le rispettive difficoltà, poiché solo a distanza non ci si fa male, solo a distanza si trovano le parole.

Distanza che, nella brevità ed incisività dei racconti, è già oggetto parzialmente consumato ed addomesticato, poiché le tre situazioni appaiono subito come sospese, interdette, e l’estremizzazione graduale delle stesse architettata nel film diventa l’unica soluzione sbloccante.

Vulnerabili

Più si complicano le vicende, più esse si intrecciano: maggiore è il divario tra i personaggi di una “fazione”, maggiormente si sfiorano le traiettorie individuali e spaziali, in una dimensione panica e corale che non spinge troppo sull’acceleratore, ma preferisce registicamente orchestrare con estrema essenzialità i passaggi da una storia all’altra, da un volto all’altro, da un estremo all’altro, dolcemente, senza sottolineare il nodo o l’intersezione, pur nella basilarità o prevedibilità delle forze coinvolte e dei richiami interni.

Vulnerabili

Da una stessa porta escono o entrano i differenti protagonisti, quasi a richiamare un dramma di identica origine, a volersi salvare reciprocamente anche se sconosciuti, impotenti o immobili come sono, ciascuno nel proprio limbo di gravità, in un safari umano da guardare a distanza, specie in via d’estinzione progressiva.

Lavoro schivo, onesto, che strutturalmente cerca la chiusura concentrica e la trova senza spettacolarizzazione, ma manca di un’impronta finale più significativa, un apporto personale che limiti la qualità brada dello stare, e non si sieda sulla rappresentazione elegante di perdute cronache familiari, semmai le collochi altrove, trasformandole anche in altro, come maestri nazionali ed internazionali hanno insegnato (Altman su tutti, Anderson e Scola, solo per citare i primi che vengono alla mente).

Vulnerabili le musiche, la scenografia e il cast

Le musiche sono dell’utilizzatissimo Alexandre Desplat, che tra tensione ed accortezza trovano un gradevole calibro, mentre la fotografia porta la firma di Mark Lee Ping-Bing e consegna un universo metropolitano saturo di colori, in cui anche la notte è cromaticamente affollata di giallo, rosso, arancione e rosa, mentre il giorno raffredda lo spirito e le consapevolezze, alternando i banchi piatti dei condomini popolari, agli interni variopinti di case d’epoca, fino a raggiungere i boschi misteriosi in cui il marcio, di ogni genere o grado, si taglia via.

Vulnerabili

Buono il gruppo di interpreti che nasconde nel volto e nell’atteggiamento il segreto del proprio dramma, trattenuto ed efficace, mai sopra le righe, mai del tutto innocente, mai del tutto colpevole, come certa umanissima dolcezza e compassione, a tratti inaspettati, lascia scoprire. D’altronde i vulnerabili sono l’imprevisto umano che per definizione ci giace addosso, la risorsa più grande e devastante con cui siamo capaci di convivere: Bourdos prova ad illuminarla con garbo, in un abbraccio in parte accennato, in parte coraggioso, che non passa inosservato.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Dalle storie brevi di Richard Baush, un telaio intrecciato di tre storie che hanno per protagonisti individui fragili o in situazioni di vulnerabilità: tutti figli in conflitto più o meno silente con i propri genitori nel campo di battaglia oscuro ed insidioso per definizione che è l'amore. Un safari umano, che si lascia osservare e trova l'empatia, disciplinato da un impianto corale, parzialmente concentrico, che non spettacolarizza i passaggi, ma preferisce la dissolvenza, mantenendo un buon grado di tensione. Manca un impronta personale definitiva nel finale, che trasporti altrove lo sforzo rappresentativo.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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