Venezia 79: considerazioni finali

Dal 31 agosto al 10 settembre 2022 si è tenuta la settantanovesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, edizione importante in quanto segna i novant’anni dalla fondazione del festival. Si è trattata di un’edizione che ha visto una fortissima partecipazione del pubblico, con un aumento del 6% di biglietti venduti rispetto al 2019 (come riportato sul sito ufficiale della Biennale di Venezia).

La giuria, presieduta da Julianne Moore, ha assegnato il Leone d’Oro a All the beauty and the bloodshed di Laura Poitras, mentre il Gran Premio della Giuria è andato a Saint Omer di Alice Diop, pellicola che si è aggiudicata due premi, a pari merito con Bones and all di Luca Guadagnino e The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh.

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Saint Omer di Alice Diop

All’interno di un concorso omogeneo, con una forte presenza del cinema americano e delle produzioni Netflix (ben quattro film prodotti e distribuiti dalla piattaforma), è possibile individuare alcune linee tematiche sintomatiche di quelli che sono gli impulsi che animano il cinema contemporaneo.

In particolare si può notare una presenza forte di tematiche di genere, già presenti nel concorso del 2021, ma qui senza dubbio in aumento. I film italiani in concorso si sono soffermati su questi argomenti, con particolare riferimento all’identità di genere. Sono due i film del concorso che hanno trattato questo tema, entrambi italiani: Monica di Andrea Pallaoro e L’immensità di Emanuele Crialese (regista che in occasione della mostra ha fatto coming out, rivelando di aver compiuto alcuni anni fa un percorso di transizione). Al centro di Monica c’è una donna transgender, interpretata da Trace Lysette che torna a casa dopo tanti anni per assistere la madre malata (Patricia Clarkson) e provare a ricostruire un rapporto basato su una nuova identità.

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Monica di Andrea Pallaoro

L’immensità, invece, ha per protagonista una famiglia romana negli anni Settanta. Il focus è tutto su Adriana (Luana Giuliani), bambina che non si sente a suo agio nel corpo di una femmina e cerca di autodeterminarsi come maschio.

Ma anche Il signore delle formiche di Gianni Amelio racconta tematiche simili, mettendo in scena il processo con l’accusa di plagio avvenuto negli anni Sessanta ai danni di Aldo Braibanti (Luigi Lo Cascio), processo che in realtà nascondeva una condanna all’omosessualità del personaggio.

Accanto a questi temi, anche pellicole che riflettono sul femminile, sulla difficoltà dell’autodeterminazione e sul rapporto più o meno difficile con i ruoli imposti dalla società: tra questi Chiara di Susanna Nicchiarelli, Saint Omer di Alice Diop e anche Blonde di Andrew Dominik: quest’ultimo racconta la vita drammatica di Marilyn Monroe, interpretata da Ana De Armas, mettendo in scena quello che è il suo trauma infantile legato alla mancanza del padre e come esso si riflette nel suo rapporto con gli uomini. È un film che sta già facendo discutere per la rappresentazione che si dà di Marilyn Monroe, filtrata da uno sguardo evidentemente maschile sulla storia, così come per l’ambiguità circa la posizione del film nei confronti di un tema quale l’aborto.

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Blonde di Andrew Dominik

L’impressione, però, è che questi film, nonostante un tema di evidente attualità, non abbiano conquistato né la giuria né gran parte della critica internazionale.

A colpire sono stati comunque film dalla grande rilevanza politica, come può essere  Khers Nist (Gli orsi non esistono) di Jafar Panahi, regista iraniano attualmente in carcere, accusato di propaganda contro il governo iraniano. Nonostante nel 2010 sia stato condannato a non girare più film per vent’anni, Panahi ha continuato di nascosto la propria attività di regista. Con Khers Nist riflette in maniera critica e umoristica sul potere che ha il mezzo audiovisivo e fotografico sulle masse. Il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria e nonostante fosse chiaro sin dall’inizio che, data la situazione personale del regista, la pellicola non avrebbe lasciato il festival a mani vuote, è un premio senza dubbio meritato data la qualità del film.

Khers Nist di Jafar Panahi

Merita infine di essere menzionata anche la tendenza che si può scorgere in alcuni film presentati fuori concorso di parlare della nostra contemporaneità più tragica, ovvero la pandemia di covid 19. Siccità di Paolo Virzì e Pearl di Ti West (prequel di X: A Sexy Horror Story) raccontano il terribile periodo che stiamo ancora vivendo trasformando l’epidemia in qualcos’altro. Nel primo caso, si racconta di una terribile siccità che ha colpito Roma e che comporta un razionamento dell’acqua e tutta una serie di conseguenze che riecheggiano le norme per il contenimento del virus.

Nel caso di Pearl, invece, si parla della febbre spagnola (il film è ambientato durante la prima guerra mondiale), che diventa uno dei tanti ostacoli che deve superare la protagonista interpretata da Mia Goth per vivere la vita che vorrebbe. Tra mascherine e costante minaccia di contagio è impossibile non pensare agli anni che stiamo vivendo.

Stupisce che le produzioni Netflix non abbiano ottenuto alcun riconoscimento, nonostante l’indubbia qualità di alcuni dei film in concorso. Molto probabilmente, però, ritroveremo questo titoli in occasione della prossima stagione dei premi, che culminerà a marzo 2023 con i Premi Oscar.

Lorenzo Sascor
Lorenzo Sascor
Laureato in DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. In particolare, amo studiare i rapporti tra il cinema e i cambiamenti sociali e tra il cinema e i nuovi media.

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