mercoledì, 14 Aprile, 2021
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Un mondo fragile

Nel 2015 César Augusto Acevedo esordisce dietro la macchina da presa con un dramma ambientato nelle zone più remote del suo Paese, la Colombia, e vince la Camera d’Or per la miglior opera prima al Festival di Cannes di quell’anno. Un mondo fragile è effettivamente un film potente che riflette, attraverso una situazione privata, sul contrasto tra tradizione e modernità e affronta la difficile situazione delle classi più povere dello strato sociale indigeno, connotate in una realtà di campagna che si erge quale ultimo baluardo contro la civilizzazione selvaggia che sta rischiando di compromettere per sempre abitudini millenarie. Un titolo che si prende i propri tempi, come vedremo a breve nel prosieguo dell’articolo, ma che sa come trasmettere il proprio significato attraverso un approccio stilistico anti-commerciale e indirizzato esclusivamente agli amanti del cinema più impegnato.

Un mondo fragile

Il titolo italiano Un mondo fragile, libero adattamento dell’originale La tierra y la sombra (La terra e l’ombra), è forse più semplicistico ma immediato nell’individuare subito il tema portante che regge l’intera storia. Storia che vede l’anziano Alfonso far ritorno alla sua tenuta di campagna, che aveva abbandonato diciassette anni prima, per accudire il figlio Geraldo, gravemente malato. Qui ritrova l’ex moglie e la compagna dell’erede, nonché il piccolo nipotino che non ha conosciuto altro che la solitaria vita agreste, priva di divertimenti e svaghi con altri coetanei. La famiglia si trova infatti in un’isolata zona di aperta campagna e dopo che Geraldo si trova impossibilitato a lavorare, il gravoso compito è passato sulle spalle delle due donne, che trascorrono turni massacranti nel tagliare piantagioni di canne da zucchero. Il progresso è però destinato a cambiare inevitabilmente quell’esistenza così “fuori dal mondo” e Alfonso tenta di riconciliarsi con i propri cari prima che sia troppo tardi.

Un mondo fragile

Lo stile può vagamente ricordare quello del regista ungherese Bèla Tarr, con lunghe e lente carrellate che si focalizzano sullo sparuto numero di personaggi principali e sull’ambiente circostante, pur privo dell’innata poesia che il regista di Satantango (1994) riusciva a innestare anche nelle fasi più apparentemente prolisse del racconto. Un mondo fragile è una pellicola che va goduta nella sua più intima essenza, nella sua essenziale esposizione dei protagonisti che raggiunge picchi di trattenuta emotività, riuscendo ad esprimere sensazioni e stati d’animo tramite silenzi inafferrabili e sguardi che dicono più di inutili parole. Acevedo utilizza lo schermo quale metodo di riflessione in un viaggio interiore che si ammanta di pagine struggenti e permette di approfondire un contesto spesso dimenticato, con la zona che fa da palcoscenico alla trama tra le più sperdute e isolate al mondo. Per centinaia di km non si vedono altri che campi coltivati e aree deserte, con la civiltà lontana anni luce: proprio nelle dinamiche di sceneggiatura si instaura il confronto citato in apertura, tra due antitetici modi di vivere, e l’epilogo condurrà all’unica soluzione possibile – che non è detto sia la migliore – la sola necessaria a garantire un possibile futuro, soprattutto alle ultime leve.

Un mondo fragile

E così, tra aquiloni malconci che faticano a prendere il volo e il logorante lavoro nei campi, con le ingiustizie perpetrati dai “padroni” nei confronti delle persone più misere, Un mondo fragile ci porta per l’appunto alla scoperta di una realtà dimenticata che noi tutti, abituati a comodità che consideriamo ormai dovute, guardiamo con rispetto ma anche con timore: il regista, anche autore della sceneggiatura, è abile nel mettere lo spettatore stesso di fronte alla propria coscienza e ad insinuare dubbi su quale sia la giusta, coerente, decisione da prendere. Tra un paio di sprazzi visionari e una scena finale che si ammanta di un’intensità straziante – nel ribadire ulteriormente la fedeltà alle proprie radici – l’insieme sa come e dove colpire un pubblico pronto ad accettare la sfida di un cinema ostico ma, oggi più che mai, dannatamente necessario.

Voto Autore: [usr 4]

Maurizio Encari
Appassionato di cinema fin dalla più tenera età, cresciuto coi classici hollywoodiani e indagato, con il trascorrere degli anni, nella realtà cinematografiche più sconosciute e di nicchia. Amante della Settima arte senza limiti di luogo o di tempo, sono attivo nel settore della critica di settore da quasi quindici anni, dopo una precedente esperienza nell'ambito di quella musicale.
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