Cosa c’è di più puro e genuino dei bambini? Sono il simbolo dell’innocenza  e del candore. Tutti, ad eccezione dei protagonisti  dei film horror. In questo genere di pellicole, infatti, i bambini sono i messaggeri di forze oscure o addirittura la personificazione del Male. Dietro la loro faccia d’angelo si nascondono creature malvagie pronte a compiere le azioni più nefande. E quando non sono i carnefici di gesta crudeli, i bambini sono un infausto presagio. La loro presenza indica che qualcosa di terribile sta sicuramente per accadere. Non fa eccezione il piccolo Miles (Jackson Robert Scott), protagonista di The Prodigy – Il figlio del male che ha la sventura di venire al mondo negli stessi istanti in cui, a migliaia di chilometri da lui, un feroce serial killer che uccide le donne e ne conserva le mani, viene catturato e ucciso dalla polizia.

The Prodigy

Miles si rivela da subito un bambino straordinario, un enfant prodige, dotato di un’intelligenza fuori dal comune. All’età di otto anni però comincia ad avere atteggiamenti inconsueti e terribilmente violenti. Aggredisce i suoi compagni di scuola e se la prende con il cane di famiglia. Sua madre (Taylor Shinning), preoccupata, lo  sottopone ad alcune visite psichiatriche per poi convincersi che il ragazzo sia posseduto da qualche forza oscura che sta prendendo il sopravvento. Si rivolge ad un esperto in reincarnazione che le rivela la triste verità. Il bambino possiede una doppia anima: quella originale e quella del famigerato criminale che, reincarnato nel piccolo innocente, ha intenzione di portare avanti il suo lavoro. Riuscirà lo spirito dell’assassino a prendere il sopravvento?

The Prodigy
Miles e sua madre (Taylor Shinning)

The Prodigy – Il figlio del male è una pellicola del 2019 di Nicholas McCarthy, regista e sceneggiatore statunitense al suo terzo film horror con il quale dimostra ancora una volta di amare profondamente le storie sovrannaturali. The Pact (2012), infatti, il film d’esordio, tratto da un suo cortometraggio, è un’avvincente ghost story, molto ben girata che grazie ad un’atmosfera da brivido, regala agli spettatori momenti di puro terrore.  Anche con il successivo Oltre il male (At the devil’s door, 2014) McCarthy non delude. Sfrutta bene i clichè del filone delle case infestate e delle presenze demoniache, realizzando un film colmo di suspense. Ci si aspettava tanto allora dal suo terzo lungometraggio ma con The Prodigy McCarthy convince poco e, tra tutte le sue opere, questa è probabilmente la meno riuscita.

Il film segue pressappoco le tematiche dei lavori precedenti. The Prodigy però non è propriamente un horror quanto un thriller sovrannaturale. L’autore, infatti,  si concentra sul dramma familiare, sulla figura della madre e sul conflitto interiore che vive a causa del repentino cambiamento del figlio. Ci si immedesima, si prova compassione per i genitori che d’improvviso hanno un estraneo davanti ai loro occhi ma tutto nel film è abbastanza prevedibile fino all’immancabile finale che non consola e che apre la strada ad un sequel che probabilmente non tarderà ad arrivare.

The Prodigy

Non c’è tensione nel film di McCarty e gli eventi tragici  che pure si succedono con una certa rapidità, non tengono incollati allo schermo poiché si ha la sensazione di assistere ad un film già visto. D’altronde lo stesso McCarthy ha dichiarato di essersi ispirato ai classici film dell’orrore con“bambini maledetti” che a partire dagli anni Sessanta hanno avuto un notevole successo. Il regista ha più volte affermato di essersi appassionato al cinema horror solo dopo aver guardato L’esorcista (1973) e di aver preso ispirazione dal capolavoro di William Friedkin per il soggetto di The Prodigy. Anche Il Presagio -The Omen (1976) è stato certamente una fonte d’ispirazione. Entrambi le pellicole possiedono una certa cupezza. I protagonisti-bambini hanno lo stesso  sguardo vuoto e artificiale e con la medesima freddezza compiono le azioni più abominevoli.

The Prodigy

L’idea del maligno che alloggia nel corpo di un bambino è stata lungamente sfruttata. Dal film Il Villaggio dei Dannati (1960) al cult movie Grano Rosso Sangue (1984) tratto dal celebre romanzo di Stephen King. Entrambi i film hanno come protagonisti adulti alle prese con gruppi di bambini posseduti da forze oscure e poco disposti ad una tranquilla convivenza. Il fatto che McCarty abbia girato l’ennesimo film su questo tema vuol dire che l’idea funziona ancora. Avrebbe solo dovuto sfruttarla con una maggiore efficacia. Se McCarty ha un merito, è quello di essersi affidato a un modo classico per raccontare gli eventi. Sceglie delle atmosfere ed un modo di fare cinema che non si affida alle immagini prevalentemente gore, oggi sempre più in voga.  Predilige il racconto, la narrazione. Cosa buona questa per l’horror contemporaneo che punta spesso sull’efferatezza delle rappresentazioni ma che dimostra talvolta di essere a corto di idee.

Voto Autore: 2 out of 5 stars