Lo smartphone è ormai una delle nuove costanti del cinema horror, usato in molteplici occasioni per scatenare presenze nefaste o misteriose maledizioni ai danni dei malcapitati utenti. Dagli orientali Phone (2002) e The Call – Non rispondere (2003), dove il cellulare era ancora “old-school” alle leggendarie telefonate profetiche di Ringu / The Ring (sia nell’originale giapponese che nella versione americana), fino a titoli più recenti nei quali i social-network, accessibili anche da mobile, sono le cause di orribili decessi come Unfriended (2014) o Friend request – La morte ha il tuo profilo (2016), il terrore viaggia sulla rete. E anche Countdown, uscito sul finire della scorsa stagione, sfrutta proprio una app per raccontare l’ennesima vicenda a tema, adagiandosi senza troppa originalità negli stereotipi di un filone dove le operazioni fotocopia sono all’ordine del giorno.

Nel breve prologo assistiamo ad un party nel quale l’adolescente Courtney viene convinta a scaricare un’app, chiamata per l’appunto Countdown, in grado di stabilire l’esatta ora del decesso. Mentre la maggior parte dei suoi amici riceve previsioni di una vita lunga e duratura, la ragazza scopre che le rimangono soltanto tre ore da vivere. Inizialmente scettica, in breve tempo Courtney cede alla paranoia e il tragico fato la attende realmente al termine del conto alla rovescia, apparente sul display. Il fidanzato della vittima, miracolosamente sopravvissuto ad un incidente stradale, subisce qualche ora dopo la stessa sorte nell’ospedale in cui è stato ricoverato e dove lavora l’infermiera Quinn, vera e propria protagonista del film. L’operatrice sanitaria, che vive con il padre e la sorella minore ed è orfana di madre, scarica anch’essa l’app che le offre un inquietante responso: alla donna infatti rimarrebbero soltanto tre giorni di vita. Quinn sottovaluta, razionalmente, il nefasto presagio ma quando comincia ad essere vittima di inquietanti allucinazioni e indaga sul tragico decesso del suo paziente, comprende come la minaccia sia reale. Sulla sua strada incontrerà Matt, anch’esso alle prese con una situazione simile, e cercherà di fermare la maledizione prima che sia troppo tardi. Ma nel frattempo anche la sua famiglia rimane coinvolta nella piaga di originale sovrannaturale…

Un destino ineluttabile come nel fortunato franchise, dalla qualità assai altalenante, di Final Destination, un’ora X in cui avverrà la presunta fine come nel cult Donnie Darko (2001) e un’atmosfera scanzonata da moderno pseudo-slasher memore del recente dittico di Auguri per la tua morte: nei novanta minuti di visione le influenze si sprecano, ma l’amalgamo non centra il giusto equilibrio e al giungere dei titoli di coda l’impressione di aver assistito ad un’operazione superflua e derivativa si fa ben presto strada. Countdown non trova infatti un approccio personale nel corso dell’ora e mezzo di visione, tra citazioni più o meno volontarie ad alcuni dei suddetti titoli a tema e una generale anonimia nella caratterizzazione dei vari personaggi coinvolti, tanto che la monotematica narrazione si regge su eventi forzati (l’entrata in scena del personaggio di Matt è ben più che casuale) e su improbabili colpi di scena / rese dei conti, con tanto di finale aperto che lascia aperte le porte ad un ipotetico sequel, ad oggi non ancora annunciato.

Il regista e sceneggiatore Justin Dec, al suo esordio per il grande schermo dopo aver diretto una manciata di cortometraggi, gira col pilota automatico e si affida a trucchetti archetipici nella gestione dell’elemento sovrannaturale: dagli immancabili specchi che rivelano oscure presenze ad incubi mostruosi, fino all’immancabile stanza dei servizi igienici luogo di macabre apparizioni, tutto è prevedibile e incapace di generare la minima dose di tensione, con i jump-scare telefonati e una totale mancanza di esperienza nel ricreare una sana paura di genere. Countdown sbaglia toni nell’accentuare una serietà emotiva all’interno di una trama che avrebbe beneficiato di una maggior autoironia e la stessa presenza di un prete esorcista dal taglio caricaturale si rivela involontariamente ridicola e fuori posto, con la “drammatica” situazione familiare della bionda protagonista quale ulteriore, inutile, orpello di contorno. Il film resta così indicato esclusivamente agli onnivori dell’horror moderno, consci che in giro si può trovare ben di meglio, e il potenziale messaggio moralistico sulla dipendenza dalla tecnologia rimane fine a se stesso in uno stagnante sottofondo.

Voto Autore: 2 out of 5 stars