Il 2026 non è solo l’anno di uscita di Odissea; ma è anche il ventesimo anniversario di The Prestige, quinto film della filmografia di Christopher Nolan e, forse, ancora il suo capolavoro più alto. Indubbiamente, col prosieguo della sua carriera, il regista britannico ci ha saputo regalare innumerevoli film rimasti nella memoria collettiva e dall’ampio riconoscimento (Inception, Il Cavaliere Oscuro, Oppenheimer); ma con The Prestige Nolan ci racconta tutte le sue ossessioni, adotta la forma a lui più congeniale e – cosa più importante di tutte – parla di se stesso e del cinema.
The Prestige, oltre ad essere un meraviglioso racconto di inganni, di illusioni e di verità celate; è il manifesto del cinema di Nolan. Non, però, come semplice somma di tutti i temi a lui cari; ma soprattutto come costruzione teorica della sua idea di cinema. Un cinema che è costituito sin dalle fondamenta come i tre atti del numero di magia di cui parla il personaggio di Michael Caine: promessa, svolta e prestigio. Il regista è l’illusionista, e la sua sfida è quella di riuscire a comporre questi tre atti in modo che lo spettatore, una volta giunto al prestigio, rimanga esterrefatto. Il punto non è capire il trucco, ma lasciarsi rapire. In retrospettiva, tutto il cinema di Nolan è un cinema che sembra cervellotico, intricato (ecco i suoi 5 film più complessi), ma è intimamente intriso della natura originaria del cinema: la meraviglia.

The Prestige – Trama e Cast
È difficile parlare della trama di un film che inizia dalla fine. Ma non è nemmeno un semplice tornare indietro per scoprire come si sia arrivati a quel momento. The Prestige è molto di più: si ritorna indietro, certo, ma su linee temporali diverse. Il racconto stesso, che si ricostruisce attraverso dei diari personali, perde la sua attendibilità. Come sempre nel cinema di Nolan, lo spettatore è uno spettatore attivo, che deve lui stesso ricostruire gli eventi che gli vengono narrati. The Prestige è un puzzle da comporre, e i pezzi non sempre combaciano con quelli che, in un primo momento, sembrano affini.
In breve, senza badare al gioco di flashback e flashforward di cui è intriso il film: il racconto di The Prestige si concentra su due illusionisti, Alfred Borden (Christian Bale) e Robert Angier (Hugh Jackman). Prima colleghi, a causa di un evento traumatico per entrambi, si dividono; il che lascia aperta una cicatrice insanabile. A quel punto il rapporto si incrina, e il film diventa quasi un inseguimento simbolico, alla ricerca del segreto dell’altro. The Prestige, in fin dei conti, non è altro che il racconto di un’ossessione. L’ossessione di Angier per i segreti di Borden. L’ossessione di Borden per l’illusione perfetta. A completare il cast troviamo il già citato Michael Caine nei panni dell’ingenieur (creatore di trucchi) Cutter, Scarlett Johansson, David Bowie, Andy Serkis e Rebecca Hall.

The Prestige – Recensione
The Prestige è ambientato alla fine dell’800, in corrispondenza della nascita del cinema. Non in Francia, culla della settima arte, ma a Londra, culla invece della rivoluzione industriale. Questa peculiare scelta non è casuale: Nolan parla di due cose, di cinema e del modo di fare cinema. Per fugare ogni dubbio: il film inizia e finisce con l’ingenieur Cutter che spiega allo spettatore come funziona il trucco di magia. Gli rivolge la parola, descrivendo lo spettacolo che vedrà (all’inizio) e che ha visto (alla fine). L’intento metatestuale è palese sin dall’inizio. Chi guarda assiste ad uno spettacolo che parla di se stesso: l’illusionismo come metafora per parlare del cinema e dei diversi modi di intenderlo.
Da un lato abbiamo Borden, che dedica l’intera vita alla sua arte. È il maestro del trucco e dell’inganno non perché sul palco sia il migliore, ma perché la vita stessa è l’illusione: la completa dedizione come modo di intendere l’arte. Un’arte artigianale, senza sovrastrutture. L’adesione completa alla materialità. Dall’altro abbiamo Angier, l’artista ricco che invece intende l’arte in maniera diversa. Più spettacolare forse, e per questo meno materica. L’ossessione lo porterà a spingersi al di là del limite accettabile dal resto del mondo, grazie alla scienza. Cinema artigianale, tradizionale, fatto di abnegazione e di completa dedizione. Cinema avveniristico, fatto di spettacolarità e meraviglia.
Cos’è Nolan se non la perfetta sintesi, in questo nuovo millennio, di queste due anime del cinema? La dialettica del cinema in pellicola e del cinema digitale. La dialettica degli effetti visivi ed effetti speciali e quella del set e del green screen. Nolan è diventato famoso per la sua intransigenza nelle sue opere: tutto deve essere, nel limite del possibile, costruito dal vero. I campi di grano di Intersellar, il corridoio rotante di Inception. Ma allo stesso tempo non ha paura di ricostruire artificialmente ciò che va al di là delle possibilità ed anzi, addirittura si adopera per superare egli stesso quei limiti (si pensi ad Odissea e al fatto che è stato il primo film completamente girato in IMAX della storia).

Nolan e la sua ossessione per il doppio
Come sempre il cinema di Nolan è un cinema di doppi. Fino ad ora abbiamo solo scalfito la superficie del discorso sulla natura del mezzo cinematografico, che si inseriva perfettamente nell’anno in cui era uscito, dove i grandi blockbuster erano figli della rivoluzione digitale de Il Signore degli Anelli (si pensi a King Kong e alla saga di Pirati dei Caraibi). La presenza di Andy Serkis, che interpreta l’assistente di Tesla (Bowie), che nel film simboleggia la magia (il cinema) del futuro; non è sicuramente casuale, visto che Serkis stesso è stato – senza possibilità di riconoscerlo non per il trucco, ma per la motion capture – Gollum e King Kong.
Ma il doppio in The Prestige è anche, e soprattutto, diegetico. È interno al film, perché il racconto è un racconto di rispecchiamenti, di ossessioni per l’altro, di ritorni, di personaggi e di persone che interpretano un ruolo o si travestono. Il film si sviluppa, certo, sull’incontro-scontro tra Borden e Angier; ma le diadi sono l’ossatura di tutto il racconto. La moglie di Angier e la sua assistente, i due racconti in parallelo, il vero e il falso, l’illusione e la vera magia. Ma soprattutto, la natura dei due protagonisti, che sono internamente divisi. Come sempre in Nolan il vero labirinto è la psiche: chi è il vero Borden? Chi è il vero Angier? Quale parte di loro stessi prevale sull’altra?
Tutto il cinema di nolaniano è un cinema di “io” divisi che devono ricomporsi; e mai come in questo caso la ricomposizione dell’identità passa attraverso i corpi. Lontano, dunque, da qualsiasi freddezza e glacialità (di cui è spesso ingiustamente accusato), Nolan in questo film “si sporca le mani” con la carne, con la corporeità. Ed è, questo, uno dei moniti del film: “dovete sporcarvi le mani se volete raggiungere l’impossibile” tuona Cutter ad Angier. Al personaggio di Caine Nolan affida il ruolo di guida per leggere tra le righe del metatesto.

Il noir e la dialettica vero-falso
Il corpo può ingannare: il trucco per cui entrambi gli illusionisti sono ossessionati è il trasporto umano. Semplice, diretto: passare attraverso una porta e spuntare fuori da un’altra, posizionata lontano. Il segreto? Il più banale di tutti: un sosia. Quantomeno è quello che si crede; ma c’è una profonda differenza tra il credere e il conoscere. Il primo lascia spazio all’incertezza, il secondo no. L’altro grande tema portante del cinema di Nolan, la dialettica vero-falso; assume in The Prestige il ruolo più importante.
In questo, ritorna l’ossessione di Nolan per il noir. Tutta la carriera del regista britannico è costellata di pellicole che assumono i tratti del noir classico e lo decostruiscono. The Prestige, in questo senso, è l’estremizzazione di Memento. Non soltanto abbiamo un protagonista (in questo caso due) che indaga; ma lo spettatore stesso è chiamato a compere le indagini. È chiamato a scindere il vero dal falso, l’illusione dal reale. La verità, in Nolan, è liquida. Si costruisce assieme al film, che nella sua totalità può, solo alla fine, offrire un quadro completo.
Ma The Prestige è anche altro: il quadro completo può lasciare ancora qualcosa di opaco. La costruzione dell’intera pellicola lascia allo spettatore la libertà di interpretazione su numerosi elementi, anticipando la trottola di Inception. Ed è in questo che Nolan sbugiarda tutti quelli che vorrebbero il suo cinema come completamente aderente alla realtà, dove ogni pezzo del meccanismo si incastra perfettamente senza lasciare buchi. Ma i buchi, nei film di Nolan, ci sono. Non lasciamoci ingannare dal fatto che per Interstellar e per Oppenheimer abbia avuto la consulenza di veri fisici. La costruzione realistica non è pretesa di realismo; ma è solo un elemento tra i tanti per arrivare al prestigio.

Un piacere ad ogni visione
The Prestige è il manifesto del cinema di Nolan. Analizzando il film con spoiler – il finale e i vari colpi di scena – risulterebbero ancora più chiari i riferimenti personali e alla settima arte. Ma magari c’è ancora qualcuno che non ha visto questo capolavoro. The Prestige rimane comunque meno famoso rispetto alla trilogia su Batman e a film come Inception, Interstellar e Oppenheimer.
Dopo vent’anni, il film continua ancora oggi a sorprendere ad ogni visione; anche e soprattutto per una scorrevolezza disarmante. A differenza di altre pellicole nolaniane che magari si fanno fatica a seguire per la loro labirinticità, The Prestige è il perfetto equilibrio di complessità e tensione. Il comparto tecnico aiuta ad aumentare l’immersività: al di là del montaggio di Lee Smith, che forse è il picco del film, David Julyan ci regala una colonna sonora memorabile, in linea con lo stile dei primissimi film di Nolan; più compassata rispetto alle pomposità di Zimmer e Goransson.

The Prestige – Conclusioni
Inutile ripetersi. The Prestige è un capolavoro. Un neo-noir decostruito ambientato in una Londra di fine ‘800 dai tratti addirittura steampunk, che riflette sui temi dell’ossessione, del doppio e del confine labile tra verità e menzogna. Ma soprattutto riflette sulla duplice natura del cinema e sulle tensioni interne all’artista stesso che deve trovare il modo di far convivere quella duplicità. Un film profondo nelle tematiche e vertiginoso sul lato metacinematografico.
