È nata una stella (1954) di George Cukor è il primo dei tre remake dell’omonimo classico del 1937, diretto da William A. Wellman. Seguiranno le versioni del ’76 e del 2018, portate sullo schermo rispettivamente da Frank Pierson e da Bradley Cooper. Il film di Wellman si ispirava a sua volta ad A che prezzo Hollywood? (1932), diretto dallo stesso Cukor, che rimane dunque l’originario artefice cinematografico di questa parabola improntata su una dura legge non scritta dell’industria hollywoodiana: quando nasce una stella, un’altra tramonta.
Candidato a 6 premi Oscar, È nata una stella subì tagli dalla produzione di circa mezz’ora rispetto al montaggio originale di 181 minuti. Nel 1983 lo storico del cinema Ronald Haver riuscì a recuperare bobine audio e provini e assemblò una director’s cut di 176′. Tuttavia, poiché i negativi originali erano andati distrutti, nelle scene mancanti le immagini in movimento furono sostituite da fotografie con audio in sottofondo. Ad oggi, rimane la versione più vicina alle intenzioni originali del suo regista.

Trama
Norman Maine (James Mason) è un divo di Hollywood. Tutto sembra essergli concesso, tanto che si aggira ubriaco dietro le quinte di un grosso spettacolo teatrale, in cui è presente la crème de la crème dell’industria. Barcollante e molesto, vuole raggiungere il proscenio durante l’esibizione di un gruppo canoro. Dribbla le comparse e i tecnici di scena, deciso a raggiungere il centro del palco sulle note di “Gotta have me go with you”. La voce femminile, Esther Blodgett (Judy Garland), si accorge della situazione e gli va incontro ma, raggiunta dai riflettori, non può che continuare il numero coinvolgendo l’incosciente signor Maine, improvvisando un ballo mirato a trascinare l’uomo dietro le quinte.
Lui sta al gioco ma oppone resistenza, conduce il passo a due e piroetta nuovamente verso il pubblico, fino a che la signorina Blodgett, caparbiamente, non riesce a capovolgere il rapporto di forza, guidandolo, senza mai smettere di cantare e danzare, fuori dal cono di luce, nell’oblio oltre il sipario. È la descrizione della prima sequenza, ma è anche la rappresentazione simbolica delle traiettorie narrative dei due protagonisti: lui nota il talento di lei, la porta alla ribalta e se ne innamora, lei ricambia, lo sposa, ma finisce per oscurarne la fama, già compromessa dall’alcol e da una vita di eccessi.

È nata una stella – Recensione
Melò di stampo classico, È nata una stella è fedele nella drammaturgia alla versione di Wellman, che a sua volta rielaborava molti elementi presenti nel film di Cukor del ’32: la parabola discendente di un artista hollywoodiano alcolizzato (in quel caso era un regista); la nascita di una stella da lui scoperta; l’aspro conflitto tra pubblico e privato nelle vite degli attori.
A dare però qualcosa in più al film rispetto alle versioni precedenti è l’idea di trasportare la storia nei territori del musical, genere che, per costituzione, è sempre stato strumento di riflessione sulle luci e le ombre che baluginano attorno all’industria dei sogni; si pensi a Cantando sotto la pioggia, il capolavoro di Donen e Kelly di appena due anni prima, satira sul difficile adattamento degli studios al passaggio cruciale dal muto al sonoro, o al concetto stesso di backstage-musical, filone che ha al centro della trama l’allestimento di uno spettacolo che si fa dunque spettacolo nello spettacolo, da Quarantaduesima strada (1933) di Lloyd Bacon a Spettacolo di varietà (1953) di Vincente Minnelli.
Proprio il musical è il mezzo attraverso il quale Cukor, al suo esordio nel genere, riesce a moltiplicare le suggestioni del materiale di partenza, utilizzando l’orginale come canovaccio su cui inventare nuove sfumature di senso, giocando con la messinscena e capitalizzando le interpretazioni di due grandi attori come Judy Garland e James Mason, entrambi qui alle massime espressioni di due carriere straordinarie.

È nata una stella – Il ruolo del musical
La musica è la variazione che modula la ragion d’essere di questo remake. Esther Blodgett non è più una cameriera o una ragazza di campagna col sogno d’entrare a Hollywood dalla porta principale per vedere il proprio volto sui manifesti; al contrario, è una cantante di talento, che vive del proprio lavoro ma che non si è mai affermata, inconsapevole d’avere ambizioni più grandi fino a quando non viene notata da Norman, ammaliato dalla sua voce come un marinaio da quella di una sirena (non a caso, la sua parabola finirà tra gli scogli, accompagnata dal canto di lei).
Un’intuizione che farà la fortuna anche dei due successivi remake, in cui il ruolo di Garland verrà ereditato da due cantanti-attrici come Barbra Streisand e Lady Gaga. Se il palcoscenico è il luogo del loro primo incontro, lo studio di registrazione è il teatro di una delle più belle sequenze di proposta di matrimonio mai girate, giostrata simbolicamente sull’iper-controllo dell’industria sulle vite private dei suoi lavoratori (i tecnici che catturano con un microfono a tradimento le loro reciproche e scherzose dichiarazioni d’amore) e sul dominio pubblico a cui le esistenze dei divi sono condannate (la consequenziale trasmissione dell’intimo dialogo all’intera orchestra attraverso una cassa al centro della scena).
Il numero musicale diventa anche una forma di catarsi. Quando il matrimonio entra in crisi e l’alcolismo di Norman appare senza soluzione, le riprese del film all’interno del film colgono in primo piano l’espressioni più vitali di Esther (ribattezzata Vicki Lester dagli studios), che ha l’occasione di evadere dalla propria anima ferita calandosi nella gioia o nel dolore del suo personaggio, evidenziando la natura ambigua di un mezzo che è tanto più falso quanto più vero, coacervo d’emozioni reali e simulate insieme, di scenografie che prendono vita come per magia.

George Cukor regista d’attori
Merita una citazione a parte la sequenza in cui Esther torna a casa dal lavoro, dove la aspetta un Norman sempre più ai margini della scena, licenziato e casalingo, ma ancora (per poco) privo di rancori. Qui lei gli racconta il film che sta girando e improvvisa un numero in cui descrive cantando le azioni e le coreografie, che allestisce mettendo in gioco tutti gli elementi dell’arredamento a sua disposizione, assegnando persino il ruolo della macchina da presa a un vassoio a carrello e saltando tra tavoli e divani come tra un set e l’altro.
Un momento che stabilisce l’onnipotenza creativa di una Esther sempre più Vicki e di un Norman sempre meno mr. Maine, tant’è che, dopo aver fatto da spettatore alla scena, prima che possa esercitare i propri diritti coniugali, viene interrotto da un fattorino che, non riconoscendolo, lo saluta come mr. Lester. La direzione degli attori di Cukor, come e più del solito, è encomiabile, tanto che si stenta a capire come Judy Garland possa aver perso l’Oscar (lo vinse Grace Kelly per La ragazza di campagna), mentre si riesce a comprendere la sconfitta di James Mason, anch’esso candidato, solo perché coincise con la vittoria di una delle interpretazioni più rivoluzionarie della storia del cinema, quella di Marlon Brando in Fronte del porto.
Per Garland fu un ritorno glorioso sulle scene, da cui mancava da 4 anni, a seguito di noti problemi di dipendenze e complicate vicende private; nel film ricopre anche il ruolo di produttrice insieme al marito d’allora, Sidney Luft. Per Mason, nel pieno della sua carriera, fu un ruolo perfetto per valorizzarne quel mix innato di eleganza britannica, fragilità e inclinazione a un patimento ai limiti della nevrastenia, in anticipo sui suoi futuri personaggi in Dietro lo specchio (1956) e Lolita (1962).

Conclusioni
È nata una stella è un capolavoro da riscoprire di una golden age hollywoodiana avviata al suo viale del tramonto. È l’espressione di un’industria tanto ricca di talenti e di idee quanto avvitatata in un sistema produttivo castrante che la porterà alla morte (e alla rivoluzionaria rinascita nel corso del decennio successivo). Pur compromessa dai tagli operati dalla Warner, è un’opera che testimonia in ogni inquadratura il talento cristallino di George Cukor, la sua capacità d’amplificare cinematograficamente le vibrazioni dei testi su cui lavorava, la sua sensibilità per le protagoniste femminili (molti lo ricordano come “il regista delle donne”) e il suo gusto pittorico.
Quello che dirige non è altro, in fondo, che un omaggio funebre a un’arte che è morte al lavoro. Lo si intuisce dall’enunciazione finale del nome di un cadavere che è insieme vittima e ricordo commosso del proprio stesso ambiente. Lo si certifica su dei titoli di coda che sono dissolvenza a nero su un sipario aperto. “That’s entertainment!”, avrebbero detto i protagonisti di un film di Vincente Minnelli. Non a caso, quest’ultimo fu il secondo dei 5 mariti nella burrascosa vita sentimentale di Judy Garland.
