Dalla Danimarca con algido furore si sviluppa il thriller studiatissimo firmato da Gustav Moller, qui alla sua fortunata opera prima, che incastra a specchio la tematica colpevole-colpevolezza conchiudendo l’azione filmica in un’unità di tempo, spazio e persona tali da trasformare il film in un atto unico teatrale.

Al centro delle danze protagonista unico è Asger Holm (Jakob Cedergren), poliziotto reo di aver commesso un eccesso, alla vigilia della sua testimonianza in aula, all’ultima ora di turno: gestisce le chiamate al centralino delle emergenze della polizia ed è questa la nuova mansione affidatagli proprio a causa del suo controverso incidente.

The guilty - Il colpevole

Nell’ultimo quarto d’ora prima di staccare e lasciare il compito ai colleghi della notte, riceve la telefonata di Iben una donna che, fingendo di parlare alla figlia mette al corrente il poliziotto di essere stata rapita.

Partono le indagini a distanza per cercare di intercettare l’auto e la destinazione di Iben: si scopre che a bordo con lei c’è l’ex-marito, che la donna ha due figli piccoli a casa, forse c’è un’arma, si stanno spostando verso Nord.

Ogni nuovo elemento, viene scoperto tramite chiamate telefoniche, domande e risposte date e ottenute al microfono di una cuffia ricevente, dal numero fisso della stazione di pronto intervento della polizia, attraverso linee interne collegate con altri distaccamenti territoriali o sul cellulare privato con cui Asger contatta colleghi che possono aiutare.

La caccia alla verità si trasforma in una catena di dialoghi che si affastellano veloci e sincopati tra picchi di nervi e forzato controllo, lucidità ed ira, voci disperate, assonnate, iraconde, folli, innocenti, seccate che sono gli occhi, le orecchie, le mani e i piedi di Asger, permettendogli di essere lì dove si svolge l’azione e di ragionare, pur se costretto ad una scrivania.

The guilty - Il colpevole

Sinestesia ed immaginazione si coalizzano insieme sulla base di una sceneggiatura classica, ben ragionata, essenziale, che tira dritta e sicura, verso il proprio capovolgimento finale, in cui si scoperchia e si esalta sia l’attenzione dello spettatore, sia il tema filmico: chi è il colpevole, chi la vittima, chi nel giusto, chi no, chi sei tu che ricerchi la verità.

Isolato in due stanze d’ufficio, seduto ad un tavolo anonimo, davanti a schermi, tastiere, lampeggianti rossi perennemente illuminati, sul limitare di una notte simbolica, un poliziotto affronta se stesso, la paura e il senso di colpa che gli gravano addosso, la solitudine che si nasconde dietro la calma malcelata, lo sforzo di trattenere sdegno e collera, l’insofferenza che lo pervade per l’insoddisfazione e il senso di ingiustizia che morde la propria coscienza.

Asger è un condannato prima di essere sentenziato, un uomo in attesa di altro giudizio, in cerca inconsapevole di espiazione, tra compagni che non condividono la sua sorte, non la capiscono e lo tengono a distanza, carico di un segreto che per caso, destino e scelta si scioglierà tra le convulse telefonate della nottata.

Due colpevoli si riconoscono? Siamo sempre sicuri di sapere e di capire chi è chi, chi ha fatto cosa? Difficile ancor più se nell’indagine ci affidiamo allo sguardo e alla voce altrui, mentre noi siamo obbligatoriamente inchiodati ad una sedia e ad un auricolare.

The guilty - Il colpevole

La dinamica del film, l’immobilità forzata e lo schermo consultato costantemente, ricordano da vicino la staticità forzosa con cui il padre di Searching, lungometraggio all’incirca contemporaneo di The guilty, cercava ininterrottamente la figlia nelle sue ultime tracce digitali; ma qui non è l’ impronta su internet a dare o togliere la salvezza: qui è la psicologia dell’uomo che si attiva, è l’indole che si confronta con se stessa, è un riconoscersi tra simili, un’accettazione di se stessi e dell’errore, che alleggerisce l’animo e avvicina il perdono.

Nella scelta di seguire il caso oltre l’orario di ufficio c’è la predestinazione nordica-calviniana, l’incontro con la propria stessa nemesi da parte del protagonista, qui supportato da un lodevole Cedergren, la cui potenza ed impotenza si alternano ad ottimi tempi di ascolto e reazione, resi possibili da un girato che rispettando i tempi reali di svolgimento delle chiamate, realizza una diretta tale da aumentare l’autenticità della messa in scena.

Fotografia livida, fredda, luminosi solo gli occhi e la luce che indica l’arrivo di una nuova chiamata; orme musicali esclusivamente sul rilascio finale, giocato in un controluce elegante e fin troppo epico, che lascia andare, ma non solleva da responsabilità; sguardi in primo piano, silenzi corposi, attese affrontate restando e resistendo dall’interno, costruzione della tensione progressiva e da manuale, nulla di nuovo, ma tutto efficace, nessun eccesso pur essendo un one man show in cui il tempo antagonista è concentrato, pensato e scandito in modo intelligente e concreto.

Premio del pubblico al Sundance Film Festival 2018 e al nostro Torino Film Festival dello stesso anno, dove ha portato a casa anche il riconoscimento per il miglior attore e la miglior sceneggiatura.

Voto Autore: 3.4 out of 5 stars