Una pillola che ti dà il potere per cinque minuti. La forza di un animale centuplicata, sommata a quella tua innata, con la facoltà di non morire neanche con una pallottola in testa. Il suo spaccio è un esperimento pilotato.

Tutto questo spec script – sceneggiatura speculativa, scritta senza commissione e proposta al mercato cinematografico – ruota attorno alla diffusione delle pillole Power, agli esperimenti che hanno portato ad esse e alle forze economiche in gioco.
Produttori, spacciatori, poliziotti, drogati, cavie e grossi e influenti acquirenti in poco tempo si scontrano entrando in collisione fino allo scioglimento.

Cosa ne sarà di questa droga?

Project Power

I buoni e i cattivi all’inizio si confondono per poi distinguersi bene come olio con l’acqua. Quelli che vogliono vendere il farmaco per controllare il mondo, da quelli che invece vogliono frenare la diffusione di questa sostanza pericolosa e ancora troppo poco studiata. 

Nociva per l’essere umano, non essendo stati testati fino in fondo i danni che provoca; nelle mani sbagliate la compravendita delle pillole potrebbe infatti portare anche a un abuso di potere. 
Entrambe le cose vengono solo suggerite, come suggeriti sono tanti aspetti capillari stratificati tra politica e malaffare. 
Project Power parla del Potere in genere, declinando l’analisi sotto più aspetti.

Jamie Foxx – l’ex soldato Art – e Joseph Gordon Levitt – il poliziotto Frank –, vestono bene i panni di novelli eroi e giustizieri. Del resto con il loro curriculum potrebbero interpretare qualsiasi ruolo: in questa veloce e dinamica chicca, con una trama neanche troppo innovativa, riescono nell’impresa di coinvolgerci e, alla fine, emozionarci.

Project Power

Anche la loro giovane co-protagonista Dominique Fishback è molto brava, anzi, si nota chiaramente come sia lei, con l’interpretazione del suo personaggio – Robin –, a essere la spina dorsale del lungometraggio.

Project Power gioca anche con il palese richiamo alle sceneggiature cine-comic della Marvel e alla Black MirrorAriel Schulman e Henry Joost coppia già affermata alla regia di Viral e Nerve (entrambi del 2016), e Paranormal Activity 3 e 4, hanno realizzato un thriller fantascientifico, genere abbastanza nuovo, con un ottimo cast, che Netflix può pubblicizzate in modo sicuro.

Le sequenze d’azione in questo film hanno il sapore di una danza contemporanea e le metamorfosi hanno il piglio di Bernini nel riprodurre quelle di Apuleio.
Lo script di Mattson Tomlin, mette in risalto una città come New Orleans che appare in tutto il suo fascino ed evidenzia anche l’incertezza e l’ignoranza riguardo l’argomento delle droghe. Quali effetti abbiano su diversi individui, chi sponsorizzi la loro produzione e il loro traffico è ancora molto oscuro.

Project Power

Dopo aver chiarito che i protagonisti sono buoni, i “cattivi” sono chiaramente intercettabili: Gardner (Amy Landecker), Wallace (Tait Fletcher) e Biggie (Rodrigo Santoro) tutti della della società Teleios – dal greco “intero”, “indiviso”, “completo”, “intatto” – e forse anche il capitano Crane (Courtney B Vance).

Di Art e Frank si sa poco o nulla, sembrano tutti attori solitari di questa azione. La vita di Robin invece è un po’ più approfondita. Anche questo fa di lei la guida di Project Power. La diciassettenne sembra non essere portata per la scuola ma è intelligente e ama comporre rime da rapper. Sua madre è diabetica e per pagare le sue cure e farle fare un intervento, comincia a spacciare. È molto affettuosa sia con lei che con suo cugino che l’ha inserita nel giro e le ha regalato la sua moto.
L’affetto sembra il grande potere che lega le persone e le guida verso il l’obiettivo comune di fermare la diffusione della pillola Power dalla città. Inoltre, con ciò, ritrovare la figlia dai superpoteri dell’ex soldato rapita per fare da cavia da laboratorio per la formula della pillola, sarà un gioco da ragazzi.

Project Power

“Sei giovane, sei nera, sei donna. Il sistema è programmato per farti a brandelli. Devi scoprire in cosa sei migliore di tutti gli altri e spaccare”. Questo il consiglio paterno di Art a Robin in cui si condensa metà della morale del film.

Gli stereotipi vengono affrontati quasi con auto-ironia, cercando di capovolgere il senso di potere che hanno i gli arroganti e i prepotenti.
Gli afroamericani hanno la leadership in questa storia, ma raccontano una situazione comune a tutte le minoranze e le persone economicamente svantaggiate in America. Per sopravvivere o bisogna entrare in contatto con la malavita o ci si deve arruolare, correndo, in entrambi i casi, gravi rischi e ripercussioni.
Ovviamente tutti questi significati sono sommersi in una scorrevole sceneggiatura, che non ti fa mai perdere la speranza o l’entusiasmo.

Il finale catarchico e lo scioglimento sono tipici dei film americani, per non farsi mancare nulla.

Voto Autore: 3 out of 5 stars